ROMA — La possibilità di votare “fuorisede” anche al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 torna al centro dello scontro politico. Il Movimento 5 Stelle, con la deputata Vittoria Baldino (Commissione Affari Costituzionali), chiede che venga garantito il voto a chi, per studio, lavoro o motivi di salute, si trova lontano dal Comune di residenza: una platea che Baldino quantifica in circa 5 milioni di persone. La parlamentare denuncia l’assenza di norme nel decreto che disciplina la consultazione e annuncia un emendamento a sua prima firma per estendere anche al 2026 la sperimentazione già avviata nel 2024 e nel 2025.
Il nodo: referendum fissato, ma regole sul “fuorisede” ancora in bilico
Il quadro di partenza è ormai definito: il governo ha indicato le date del referendum (domenica e lunedì) e la consultazione è stata formalmente indetta con decreto del Presidente della Repubblica.
Il problema, sottolineato da più osservatori in queste settimane, è che per consentire il voto in un comune diverso da quello di residenza serve una disciplina operativa chiara: modulistica, procedure, tempi, coperture e organizzazione dei seggi. Ed è proprio su questo punto che si concentra la critica del M5S: nel decreto referendum — sostiene Baldino — non ci sarebbe “nulla” per replicare il meccanismo già sperimentato in precedenza.
Cosa chiede Baldino: voto fuorisede già a marzo e proroga della sperimentazione fino al 2026
Nella dichiarazione rilanciata dalle agenzie, Baldino definisce il voto fuorisede “un dovere” verso chi vive temporaneamente lontano dalla residenza e vuole “partecipare alla vita pubblica”. Per questo annuncia un emendamento per prorogare al 2026 la sperimentazione già attuata nel 2024 e nel 2025, in attesa di una normativa strutturale che renda la misura permanente.
La linea politica è netta: secondo Baldino, l’esecutivo prima avrebbe “sedotto” gli elettori fuorisede con una legge delega rimasta “lettera morta” e ora “sembra volerli abbandonare”. Nel mirino c’è l’idea che una minore partecipazione favorisca chi governa: “la partecipazione è anche controllo su chi ha il potere e pluralismo di idee”, è il ragionamento attribuito alla deputata M5S.
Il contesto: sperimentazioni recenti e richiesta di stabilizzare la misura
Negli ultimi anni il tema è entrato davvero nell’agenda istituzionale attraverso sperimentazioni limitate. Un primo passaggio simbolico (e pratico) è arrivato con il voto “lontano da casa” previsto per gli studenti fuorisede in occasione delle Europee 2024, presentato come avvio di un percorso più ampio.
Nel dibattito pubblico di queste settimane, la questione viene letta anche come risposta all’astensionismo e come modernizzazione del diritto di voto: a inizio gennaio è stato segnalato l’avvio in Senato dell’esame di una proposta legata al voto dei fuorisede, con l’obiettivo dichiarato di portare il tema in Aula in tempi relativamente ravvicinati.
Ma proprio perché il referendum è già calendarizzato per fine marzo, il punto politico diventa immediato: si fa in tempo ad applicare una procedura per marzo 2026? Secondo diverse analisi, senza un nuovo intervento normativo e organizzativo il voto fuorisede per questa consultazione rischia di restare un’incognita.
“Riforma della giustizia” e scontro sulla posta in gioco
Baldino lega l’urgenza del voto fuorisede anche al merito della consultazione: il referendum riguarda una legge costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale (con al centro l’assetto della magistratura), tema che ha già polarizzato la discussione politica e giuridica.
Nella ricostruzione della deputata M5S, la riforma finirebbe per “punire” la magistratura e produrre una giustizia “di serie A” per i potenti e “di serie B” per i cittadini comuni: è su questo impianto che chiede di ampliare la partecipazione, evitando che milioni di persone restino di fatto escluse dalla possibilità di votare perché lontane dalla residenza.
“Il governo non vuole far votare i giovani”: l’accusa e il terreno dello scontro
Nella discussione politica attorno al voto fuorisede ricorre anche un’accusa più dura, spesso sintetizzata così: “il governo non vuole far votare i giovani”. È una formula che punta a collegare il mancato inserimento della misura nel decreto al fatto che una quota importante di fuorisede è composta da studenti e giovani lavoratori, quindi persone che più frequentemente vivono fuori dal comune di residenza.
Nelle ultime settimane, anche altre forze di opposizione hanno contestato l’assenza della norma nel provvedimento, sostenendo che il tema non sia tecnico ma politico e che l’esclusione dal voto possa incidere sull’affluenza.
Leggi anche

Figuraccia OLIMPICA RAI – Ecco cosa è successo – Telemeloni colpisce ancora? L’accaduto shock
La cerimonia d’apertura di Milano-Cortina doveva essere la vetrina perfetta: spettacolo, orgoglio nazionale, racconto all’altezza di un evento planetario. E
Cosa succede adesso: emendamenti, tempi parlamentari e rischio “corsa contro il calendario”
Il punto decisivo, da qui a marzo, è la tenuta della “catena” istituzionale: se l’emendamento (o un intervento equivalente) venisse approvato, andrà poi tradotto in istruzioni operative tempestive per comuni e uffici elettorali, con finestre temporali realistiche per domande, verifiche e assegnazione del seggio.
In caso contrario, il referendum del 22-23 marzo rischierebbe di svolgersi con il diritto di voto “fuorisede” ancora limitato o non disponibile, lasciando aperta una frattura politica che — come mostra la dichiarazione di Baldino — il M5S intende trasformare in un caso nazionale: partecipazione, accesso al voto e rapporto tra cittadini mobili e istituzioni.


















