Mentre milioni di italiani fanno i conti con stipendi insufficienti, una sanità al collasso, rincari continui e un’inflazione che mangia pensioni e salari, dal governo arriva una notizia che ha il sapore dell’ennesimo schiaffo alla realtà: tre milioni di euro spesi per gadget promozionali.
Pennerelle personalizzate, magliette, portachiavi, shopper, agende, badge celebrativi e perfino oggetti da evento con logo ministeriale: un arsenale di merchandising degno di una multinazionale del fast fashion, non di un esecutivo che predica rigore, sobrietà e “priorità al popolo”.
dal Viminale alle relazioni internazionali: tutti vogliono la loro fetta
A guidare la classifica delle spese troviamo il Ministero della Cultura, che ha commissionato mille T-shirt personalizzate per oltre 9.000 euro: nemmeno il tempo di parlare di riduzione degli sprechi che arrivano le forniture di maglie istituzionali, perfette – ironia della sorte – per scattare selfie al prossimo evento.
Segue il Ministero degli Esteri, pronto a celebrare l’anniversario delle relazioni diplomatiche Italia-Singapore con gadget dedicati: 9.000 euro solo per quest’occasione, tra portachiavi, set di scrittura e accessori brandizzati da distribuire come souvenir.
Il Viminale non resta a guardare: fra penne con logo della Polizia di Stato e articoli “da cerimonia”, la spesa per omaggi istituzionali prosegue, nonostante le lamentele sul costo della sicurezza e sulla mancanza di risorse per agenti e infrastrutture.
Salvini in testa: 119 mila euro solo per i gadget del suo dicastero
Tra i ministeri più attivi non poteva mancare quello delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini: secondo i dati raccolti dalla stampa, il vicepresidente del Consiglio ha speso oltre 119 mila euro per prodotti personalizzati con logo e slogan del dicastero.
Una cifra enorme se affiancata a quella dell’anno precedente e a quella degli scampoli del 2022: aggiungendo queste voci si arriva al totale di tre milioni di euro di merchandising istituzionale dall’insediamento del governo Meloni.
tra promozione politica e culto dell’immagine
La domanda sorge spontanea: cosa ci fanno i ministri con centinaia di shopper, penne, t-shirt e agende?
Ufficialmente si tratta di distribuzione per eventi, fiere, incontri internazionali, cerimonie istituzionali e attività di comunicazione.
Ufficiosamente, il confine tra comunicazione istituzionale e propaganda politica appare sempre più sottile.
Perché mentre i ministeri fanno rifornimento di gadget brandizzati, il Paese attende risposte ben più urgenti: liste d’attesa sanitarie infinite, salari che non crescono da vent’anni, oltre 5 milioni di persone in povertà assoluta e un clima sociale che peggiora.
un governo che predica austerità… ma non per sé
La contraddizione è evidente: da un lato un esecutivo che taglia bonus, incentivi, fondi sociali e pretende rigore contabile; dall’altro un flusso continuo di spese non essenziali per alimentare immagine e visibilità.
Tre milioni di euro equivalgono a:
90 infermieri per un anno
3.000 borse di studio universitarie
oltre 10.000 visite mediche specialistiche
la fornitura dei libri scolastici gratuiti per migliaia di famiglie
E invece, sono diventati penne e portachiavi.
una scelta simbolo
Non è solo una questione economica.
È una questione di priorità, di rispetto e di credibilità politica.
Un governo che parla ogni giorno di sacrifici non può trasformare i ministeri in piccole boutique del marketing istituzionale.
Gli italiani non chiedono souvenir.
Chiedono servizi, diritti, dignità.
E finché la distanza tra chi governa e chi vive le difficoltà del Paese continuerà a crescere, nessuna penna personalizzata potrà colmare quel divario.
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In conclusione, i tre milioni in gadget non sono solo una spesa discutibile: sono un errore politico che erode fiducia e credibilità proprio mentre il Paese chiede sanità, salari e servizi. A forza di penne e shopper, il governo ha consegnato all’opinione pubblica l’immagine di un potere più attento al marketing di sé che alle urgenze dei cittadini.
Se l’esecutivo vuole invertire la rotta, servono segnali immediati e misurabili: stop alle spese non essenziali, riconversione delle risorse verso liste d’attesa, welfare e scuola, trasparenza sugli acquisti con report trimestrali e tetti di spesa. Senza un cambio di priorità, ogni richiamo all’austerità resterà retorica—e ogni portachiavi brandizzato diventerà il simbolo di una distanza che cresce.



















