Il giornalista mette a confronto le vecchie accuse della premier al governo Conte con la sua presenza nel salotto di Mara Venier. Una contraddizione che riaccende il dibattito sul rapporto tra politica e Rai.
Dalla Corea del Nord alle “pastarelle”
Andrea Scanzi torna all’attacco di Giorgia Meloni, riportando alla memoria un post pubblicato dall’allora leader dell’opposizione nel settembre 2020. All’epoca Meloni si scagliava contro la partecipazione televisiva del premier Giuseppe Conte a Domenica In, accusando la Rai di piegarsi al governo e paragonando Rai Uno addirittura alla Corea del Nord.
Cinque anni dopo, sottolinea Scanzi, la situazione si ribalta: Meloni, oggi presidente del Consiglio, si lascia intervistare nello stesso salotto domenicale, tra ricordi familiari e riferimenti alle “pastarelle”, senza che la Rai sollevi la minima obiezione. Una metamorfosi che il giornalista definisce emblematica dell’uso disinvolto che il potere fa del servizio pubblico.
Il post del 2020
Il 11 settembre 2020 Meloni scriveva:
“Oggi Rai Uno ci fa sapere che, domenica 13 settembre (in uno degli orari con più audience), a una settimana dal voto, il presidente del Consiglio Conte rivolgerà un messaggio alla Nazione durante Domenica In. Benvenuti in Corea del Nord.”
Un’accusa durissima, che dipingeva la Rai come una tv di regime e accusava Conte di approfittare della rete ammiraglia per fini elettorali. Allora la leader di Fratelli d’Italia si presentava come paladina della libertà d’informazione e denunciava senza esitazione il presunto asservimento del servizio pubblico.
Lo “sdoganamento” di Meloni in Rai
Il tempo però sembra aver cambiato le carte in tavola. Ora che è a Palazzo Chigi, Meloni partecipa alle stesse trasmissioni che un tempo bollava come “propaganda di regime”. E non lo fa parlando di politica o programmi di governo, ma con siparietti leggeri e nostalgici, come quello delle “pastarelle della domenica”, che Fanpage ha già definito un’immagine disturbante e rivelatrice della debolezza della Rai.
Per Scanzi, la premier si è fatta “titillare” dalle domande di Mara Venier, in compagnia di ospiti compiacenti come Sabrina Ferilli e Paolo Bonolis, dimostrando che ognuno finisce per avere la “Corea del Nord che si merita”.
Il nodo del servizio pubblico
La polemica non è solo di costume. Tocca il cuore del dibattito sul ruolo della Rai, da anni accusata di essere terreno di conquista per la politica. Dal 2015, con la riforma della governance, i governi hanno progressivamente accentuato il controllo sull’azienda. L’attuale maggioranza ha spinto ancora oltre questa logica, paralizzando la Commissione di Vigilanza e bloccando l’elezione di un presidente Rai super partes.
In questo contesto, la comparsata della premier in una trasmissione nazional-popolare rischia di rafforzare la percezione di una Rai piegata all’esecutivo.
Una contraddizione difficile da nascondere
Il parallelismo messo in luce da Scanzi è tagliente: la stessa leader che nel 2020 gridava alla Corea del Nord oggi non si fa problemi a occupare gli spazi televisivi più seguiti, senza che nessuno sollevi obiezioni. Una contraddizione che rischia di erodere la credibilità della premier e che offre all’opposizione un’arma di critica potente.
“Condoglianze alla Rai – conclude Scanzi – con buona pace dei tanti professionisti encomiabili che ancora ci lavorano.” Un epitaffio amaro, che riassume la sfiducia crescente verso un servizio pubblico percepito come ostaggio del potere politico di turno.
Leggi anche

L’ultimo annuncio di Donald Trump che fa tremare tutto il Mondo – Ecco cosa ha detto
C’è una soglia oltre la quale una dichiarazione politica smette di essere solo propaganda, pressione diplomatica o linguaggio da campagna
VIDEO:
Il caso sollevato da Andrea Scanzi mette in luce una delle contraddizioni più evidenti della leadership di Giorgia Meloni: da paladina della libertà d’informazione che accusava Conte e la Rai di derive autoritarie, a protagonista compiacente di quel medesimo palcoscenico televisivo che un tempo definiva “Corea del Nord”. Un cambio di prospettiva che non può essere archiviato come semplice leggerezza comunicativa, perché tocca il cuore del rapporto tra politica e servizio pubblico. La vicenda dimostra come il potere, una volta conquistato, tenda a utilizzare con disinvoltura strumenti che prima condannava, accentuando la fragilità di una Rai sempre più percepita come terreno di propaganda più che come spazio di pluralismo e autonomia.



















