Un confronto acceso e senza sconti quello andato in onda giovedì sera su La7, durante la trasmissione Otto e mezzo. Protagonisti del dibattito Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, e il giornalista e storico Paolo Mieli, che si sono scontrati sulla questione ancora controversa delle trattative di pace tra Russia e Ucraina nel 2022, in particolare su un presunto accordo sfumato dopo un intervento dell’allora premier britannico Boris Johnson.
A far esplodere la discussione è stato un intervento del direttore della rivista Limes, Lucio Caracciolo, che ha sottolineato la rilevanza simbolica e politica della riapertura dei negoziati tra Mosca e Kiev: “Oggi non è da sottovalutare questa ripresa di negoziati, perché è una ripresa in tutti i sensi. Si torna a Istanbul, nello stesso palazzo dove si svolsero i negoziati tra fine febbraio e aprile del 2022, quando ucraini e russi non firmarono una bozza di accordo che, fra le altre cose, prevedeva la neutralità dell’Ucraina e il ritorno dei russi sulle posizioni del 24 febbraio 2022”.
Caracciolo ha poi lanciato una stoccata sulla mancata intesa di allora: “Siamo tornati dopo tutto questo massacro, che non si capisce perché debba ancora durare, esattamente a dove eravamo nell’aprile del 2022, quando l’accordo che stava per essere firmato fu bloccato da Boris Johnson con l’appoggio degli americani”. Parole che hanno innescato l’immediata reazione di Mieli.
“Questa è un’immensa bufala”, ha replicato con decisione il giornalista ed ex direttore del Corriere della Sera. “Lasciamo agli storici il compito di spiegare come è andata quella trattativa nel 2022 quando uscirà la documentazione vera, perché in realtà ci sono versioni contrapposte. Se ho ascoltato bene Caracciolo, lui dice che i russi erano disposti a ritirarsi dentro i confini e che poi è arrivato Boris Johnson con gli americani a bloccare tutto. Questa è la versione dei russi”.
“Non solo dei russi”, ha ribattuto Caracciolo, mentre a rincarare la dose è intervenuto Marco Travaglio: “No, è la versione degli ucraini. Ci sono tre interviste dei tre negoziatori ucraini”.
A quel punto Mieli ha cercato di chiudere la questione, liquidando la ricostruzione come “parziale” e demandando ogni giudizio agli storici: “Sì, lo so – ha commentato in tono piccato – Ma lasciamo la spiegazione di tutto agli storici”.
Travaglio però non ha mollato la presa: “Gli storici dovranno prendere atto di quello che ci hanno detto i negoziatori ucraini, non russi. C’è un negoziatore ucraino che dice che, dopo aver conosciuto le condizioni che ponevano i russi, loro hanno stappato lo champagne. L’hanno detto gli ucraini, non i russi”.
“Ti prego, basta, non ne parliamo”, ha tagliato corto Mieli, visibilmente infastidito, tentando di riportare l’attenzione sui negoziati attuali.
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Il botta e risposta ha mostrato quanto sia ancora delicato e politicamente carico il tema delle trattative del 2022, con interpretazioni diametralmente opposte tra chi, come Travaglio, sostiene che vi fossero margini per un accordo poi bloccato da pressioni occidentali, e chi come Mieli invita alla cautela e alla verifica documentale prima di trarre conclusioni. Nel frattempo, mentre si riapre uno spiraglio di dialogo a Istanbul, la memoria di ciò che fu (e forse poteva essere) continua a dividere.
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