Scontri assurdi a Torino fra manifestanti e Polizia – Ecco cosa sta accadendo – Le immagini shock

La giornata torinese segnata dallo sgombero di Askatasuna si è trasformata in un pomeriggio di tensione e scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Nel corteo organizzato contro la chiusura dello storico centro sociale di corso Regina Margherita, alcuni gruppi hanno tentato di forzare i cordoni della polizia e la situazione è degenerata: lanci di oggetti e bombe carta da una parte, idranti e lacrimogeni dall’altra. Dopo la fase più violenta, la manifestazione ha ripreso la marcia, ma la città resta attraversata da un clima di allarme e da un dibattito politico che si è acceso ben oltre i confini di Torino.

Lo sgombero: la fine di un’esperienza lunga decenni

Askatasuna è da anni uno dei luoghi simbolo dell’antagonismo torinese: una realtà nata e cresciuta dentro un immobile occupato in corso Regina Margherita, spesso al centro di polemiche, contenziosi e richieste contrapposte. La chiusura è arrivata con un’operazione delle forze dell’ordine che ha portato ai sigilli e alla messa in sicurezza dell’edificio, segnando un punto di rottura definitivo dopo un periodo di tensioni e dopo una lunga discussione sul futuro di quello spazio.
La vicenda, negli ultimi tempi, era già entrata in una fase delicata per via di episodi e contestazioni che avevano rimesso al centro il tema della legalità e della gestione dell’immobile. Lo sgombero, nelle intenzioni delle istituzioni, avrebbe dovuto chiudere una pagina; nei fatti, ha invece aperto un nuovo fronte: quello della risposta in piazza.

Il corteo e l’escalation: quando la protesta diventa scontro

Il corteo è partito nel pomeriggio con una partecipazione ampia, composta da attivisti arrivati anche da fuori città e da una presenza eterogenea, con slogan e bandiere legate a diverse battaglie politiche e sociali. Nelle prime fasi la manifestazione si è mossa in modo compatto, ma la tensione è salita quando la testa del corteo si è avvicinata ai presidi delle forze dell’ordine.
È in quel momento che, secondo le ricostruzioni, una parte dei manifestanti — in particolare gruppi più determinati e in alcuni casi incappucciati — ha tentato di spingere sul cordone. Da lì la spirale: lanci di bottiglie, oggetti e bombe carta, petardi e materiali contundenti; la risposta della polizia con idranti, lacrimogeni e cariche per contenere l’avanzata.
Gli scontri si sono concentrati soprattutto lungo corso Regina Margherita e nelle vie adiacenti: sono stati segnalati cassonetti spostati e incendiati usati come barriera improvvisata, elementi di arredo urbano divelti e momenti di guerriglia che hanno spezzato e ricompattato più volte la manifestazione.

Città blindata e paura diffusa: negozi chiusi e presidio delle zone centrali

Durante le fasi più concitate, Torino ha vissuto un pomeriggio da “zona rossa”. In alcune aree, soprattutto quelle che conducono verso il centro, la presenza delle forze dell’ordine è stata rafforzata per evitare che la tensione si spostasse in luoghi ad alta densità di passaggio. In diversi punti si è vista la città “ripiegare” su se stessa: saracinesche abbassate, traffico deviato, presidi fissi e persone in attesa che la situazione tornasse sotto controllo.
Dopo circa mezz’ora di scontri, la situazione è gradualmente rientrata e il corteo ha potuto riprendere la marcia. Ma la sensazione, a fine giornata, è che la frattura sia rimasta aperta: tra chi rivendica la piazza come risposta politica e chi vede in quelle scene la conferma di un’escalation non più tollerabile.

Il nodo Askatasuna: spazio sociale o “zona franca”?

L’elemento più controverso di tutta la vicenda è il significato stesso di Askatasuna dentro la città. Per una parte del mondo antagonista, il centro sociale rappresentava un luogo di aggregazione, pratiche mutualistiche, iniziative culturali e politiche. Per molte istituzioni e per una fetta dell’opinione pubblica, invece, nel tempo sarebbe diventato anche un luogo associato a una logica di contrapposizione permanente e a episodi di tensione, con un confine sempre più labile tra protesta e illegalità.
È questo scontro di letture che rende la vicenda “irrisolvibile” sul piano simbolico: lo sgombero non è solo la chiusura di un edificio, ma la chiusura (o la rottura) di un modello di gestione della conflittualità urbana. E gli scontri di oggi, per molti, finiscono per spostare l’ago della bilancia: la scena non è più quella della trattativa politica, ma quella dell’ordine pubblico.

Appendino: “Sgombero inevitabile, ma nessun uso propagandistico”

Nel pieno della giornata arriva anche la presa di posizione di Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle ed ex sindaca di Torino, che sceglie una linea netta: condanna della violenza e, allo stesso tempo, critica al governo.
Appendino definisce “inaccettabili” le immagini di guerriglia urbana e l’uso di bombe carta contro la polizia e sostiene che gli scontri confermino quanto già detto: lo sgombero di Askatasuna era inevitabile. Aggiunge un punto politico chiaro: di fronte a violenze “non difendibili” non può esserci spazio per il “buonismo”.
Ma la nota non si ferma qui. Appendino avverte che il governo non dovrebbe usare questi fatti per “rifarsi una verginità” sul tema della legalità e del trattamento riservato agli agenti. Da qui l’attacco più ampio: secondo l’ex sindaca, questo sarebbe “il governo dell’insicurezza”, con reati in crescita e una carenza di personale nelle forze dell’ordine. La richiesta è concreta: stanziare risorse per assumere agenti, evitare precarietà e stop alle scelte che allungano l’età pensionabile.

Infine, il riferimento che sposta la polemica sul terreno dei “doppi standard”: Appendino chiede di “aprire gli occhi” sull’occupazione di CasaPound, sostenendo che la legge debba essere uguale per tutti.
Una posizione che fotografa un equilibrio difficile
La nota di Appendino prova a tenere insieme due piani che in Italia entrano spesso in collisione: la condanna della violenza e la critica politica a chi gestisce l’ordine pubblico. È una postura che intercetta un sentimento diffuso: l’idea che si possa chiedere legalità senza trasformarla in propaganda, e che si possa difendere gli agenti senza ridurre la sicurezza a slogan.
Allo stesso tempo, la giornata torinese mostra quanto sia fragile questo equilibrio: quando in piazza compaiono bombe carta, bastoni e lanci contro la polizia, lo spazio per la discussione politica si restringe rapidamente e la narrazione pubblica tende a schiacciarsi su un’unica parola: “guerriglia”.

Cosa resta dopo gli scontri: la domanda sul “dopo”

Dopo la violenza, resta la domanda più difficile: che cosa succede ora? Perché lo sgombero chiude un luogo fisico, ma non chiude automaticamente il conflitto. Torino dovrà affrontare almeno tre questioni:
La prima è giudiziaria e di sicurezza: individuare responsabilità, ricostruire i fatti, valutare eventuali conseguenze penali e garantire che le tensioni non producano nuove spirali di ritorsione in strada.
La seconda è politica: decidere come gestire spazi e conflitti urbani senza lasciare che l’unica risposta sia lo scontro permanente tra “zona franca” e “repressione”.
La terza è sociale: capire come una città assorbe, ricolloca o disperde pezzi di comunità militante e reti che, a torto o a ragione, si riconoscevano in quel luogo.

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La giornata di Torino, con le immagini di idranti e lacrimogeni e con l’ombra delle bombe carta, non è solo cronaca di ordine pubblico. È una fotografia del corto circuito italiano tra conflitto sociale, gestione degli spazi, legalità e propaganda. La posizione di Appendino prova a separare i piani: condanna netta della violenza, sì allo sgombero, ma no alla strumentalizzazione e sì a una politica della sicurezza fatta anche di risorse e coerenza, “perché la legge deve essere uguale per tutti”.
Resta però un dato: quando una protesta scivola nella guerriglia, il dibattito si impoverisce e la città paga il prezzo più alto. E il “dopo”, a Torino, sarà inevitabilmente più difficile di qualsiasi slogan.

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