Roma – La protesta esplode fuori da Palazzo Madama mentre dentro, in Commissione Giustizia, la maggioranza mette mano al testo sul reato di violenza sessuale. E lo fa nel punto più simbolico e più contestato: il riferimento al “consenso”. La modifica – spinta dalla Lega e legata alla proposta a firma della senatrice Giulia Bongiorno – porta, secondo i centri antiviolenza e le reti femministe e transfemministe, a un arretramento pesantissimo: dal criterio del “consenso libero e attuale” si scivola verso la necessità di valutare la “volontà contraria”, considerando “situazione e contesto”. Per chi lavora ogni giorno con le vittime, è un cambio di paradigma che ribalta la prospettiva e rischia di riaprire la porta alla colpevolizzazione di chi denuncia.
Fuori dal Senato, la risposta è immediata: presidio, slogan, cartelli e una parola d’ordine che sintetizza tutto: “Senza consenso è stupro. Non arretreremo”. Da qui, dicono, parte una mobilitazione permanente.
“Inaccettabile: spazza via decenni di conquiste”
L’accusa è netta e non lascia spazio a interpretazioni morbide: la revisione del testo viene definita “inaccettabile” e presentata come un attacco a decenni di conquiste ottenute con fatica nelle aule giudiziarie e nella società. Le attiviste richiamano due riferimenti che, nella loro lettura, vengono messi in discussione: sentenze della Cassazione e Convenzione di Istanbul. E insistono sul punto chiave: spostare l’asticella dal consenso all’analisi della “volontà contraria” significa cambiare la domanda di fondo nel processo.
Non più “c’era consenso?”, ma “hai dimostrato abbastanza chiaramente di non volere?”. È qui che nasce l’allarme sulla vittimizzazione secondaria: più domande, più sospetti, più pressione sulla persona offesa chiamata a “spiegare” comportamento, reazioni, contesto.
Dal “bipartisan” alla rottura: il testo unanime alla Camera, poi lo stop al Senato
La vicenda ha anche un risvolto politico che rende la protesta ancora più dura. Alla Camera, il passaggio precedente era stato raccontato come unanime: un segnale, per molte associazioni, che la lotta alla violenza potesse essere finalmente un terreno comune, di civiltà democratica. Ma al Senato lo scenario cambia: il provvedimento viene rimesso in discussione con la motivazione che, così com’era, sarebbe “confuso” e rischierebbe di prestarsi a “vendette” e a un aumento di denunce false.
È proprio questa giustificazione ad accendere l’indignazione: le attiviste contestano l’idea di un fenomeno “strutturale” di denunce false, e ribaltano l’argomento ricordando un’altra realtà: quella delle denunce ritirate, spesso legate – dicono – alla difficoltà dei percorsi, alla durata delle procedure e al peso psicologico e materiale che ricade su chi denuncia.
“La campagna sulle denunce false non è neutra”: la replica dei centri antiviolenza
Nel presidio, la linea è questa: evocare vendette e denunce false non è un dettaglio, ma un messaggio politico e culturale che rischia di produrre un effetto deterrente. Se si alimenta la narrazione che la denuncia può essere un’arma “contro” gli uomini, si innalza ancora di più la soglia di paura e di isolamento delle vittime.
Da qui la richiesta esplicita: non toccare il cuore del testo, non riscrivere il reato in modo da rimettere al centro la “prova” del rifiuto anziché la presenza del consenso.
La piazza: “Non una di meno”, associazioni femministe e transfemministe, e la parola d’ordine
Al presidio partecipano centri antiviolenza, attiviste, associazioni femministe e transfemministe, e il movimento “Non una di meno”. Lo slogan “Senza consenso è stupro” viene ripetuto come un mantra, insieme all’annuncio di una mobilitazione che non si fermerà al sit-in.
Il messaggio è duplice: da un lato, bloccare la modifica del testo; dall’altro, impedire che passi l’idea di un ritorno indietro culturale, in cui la violenza sessuale torna a essere letta con lenti ambigue, “contestuali”, in cui il comportamento della vittima viene rimesso sotto processo.
Tensione davanti al Senato: cordone della polizia e senatrici in strada
Nelle immagini circolate sui social (rilanciate anche da profili giornalistici), si vede un momento di tensione davanti al Senato: la polizia blocca un gruppo di manifestanti e la situazione si accende. Secondo il racconto associato al video, alcune esponenti dell’opposizione – chiamate dal presidio – scendono in strada per sostenere la protesta: tra i nomi citati compaiono Cecilia D’Elia, Valeria Valente, Laura Boldrini (Pd), Ilaria Cucchi e Marilena Grassadonia (Avs), oltre al capogruppo Pd al Senato Francesco Boccia.
La presenza di parlamentari in piazza dà alla protesta un profilo immediatamente politico: non è solo una contestazione “sociale”, ma un confronto diretto con l’iter legislativo, mentre il testo viene modificato dentro Palazzo Madama.
L’appello più duro: “Occupate l’Aula, usate ogni strumento”
Il presidio non si limita a esprimere dissenso: chiede un atto di forza parlamentare. L’appello alle opposizioni è esplicito: “Non permettete l’approvazione del testo così modificato. Usate ogni strumento, anche l’occupazione delle Aule”. E da parte delle senatrici presenti arriva la promessa di una battaglia senza sconti: l’impegno è a “fare le barricate” e a utilizzare ogni mezzo parlamentare per bloccare il provvedimento nella versione contestata.
È un salto di livello: dalla piazza alla procedura, dalla manifestazione all’ostruzionismo e alle forme più dure di protesta istituzionale.
Il cuore dello scontro: consenso o “volontà contraria”
Tutto torna lì, sempre lì. La protesta ruota attorno a una domanda semplice: chi deve portare il peso della prova nel racconto processuale? Le attiviste temono che la riscrittura spinga verso un modello in cui la persona offesa deve dimostrare di aver detto “no” nel modo “giusto”, nel contesto “giusto”, con la reazione “giusta”. Un terreno scivoloso, perché nella violenza sessuale spesso entrano in gioco paura, shock, immobilità, dissociazione, e reazioni non lineari.
Per questo l’eliminazione del termine “consenso” viene percepita come un segnale politico-culturale prima ancora che giuridico: non una semplice sfumatura, ma un cambio di prospettiva.
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La giornata davanti al Senato consegna una fotografia chiara: il Ddl Stupri, nato come terreno di convergenza, diventa un punto di frattura. E la piazza, stavolta, non chiede “attenzione” o “ascolto”: chiede stop, chiede ritiro delle modifiche, chiede una battaglia parlamentare totale.
Se la maggioranza porterà avanti il testo così come modificato, la promessa delle associazioni è già scritta negli slogan: mobilitazione permanente. E l’effetto politico è inevitabile: quando un provvedimento su violenza sessuale divide così, non resta un dibattito tecnico. Diventa uno scontro sul modello di società, sulla cultura giuridica e su chi, in tribunale, finisce davvero sotto processo.


















