L’intervento di Chiara Appendino alla Camera, durante il dibattito sugli scontri di Torino, segna uno dei momenti più duri e politicamente densi di questa fase parlamentare. Non è una presa di posizione generica né un passaggio polemico di circostanza: è un attacco frontale all’impianto securitario del governo e, in particolare, alle misure annunciate dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Appendino parla con toni durissimi e usa parole che restano scolpite nell’emiciclo, perché mirano a smontare l’intera narrazione della maggioranza sulla sicurezza.
“Vi immagino sorridere”: l’accusa politica alla destra
Appendino apre il suo intervento con un’immagine che è già un atto d’accusa:
“Vi immagino, colleghi di maggioranza, sorridere nel vedere le devastazioni di Torino.”
Non è solo una provocazione. È la chiave di lettura che a deputata del Movimento 5 Stelle propone: secondo lei, le violenze non rappresentano un problema da risolvere, ma un’occasione politica. E infatti aggiunge:
“D’altronde voi lo sapete, gli anarchici sono i vostri migliori alleati: loro creano il caos e voi usate quel caos per varare misure liberticide, attaccare i giudici e soprattutto nascondere il vostro clamoroso fallimento sulla sicurezza.”
Qui Appendino mette insieme tre elementi: il caos prodotto da gruppi violenti, l’uso politico di quel caos e il tentativo di coprire un fallimento strutturale. Non contesta solo i singoli provvedimenti, ma l’idea stessa che l’emergenza venga trasformata in leva per comprimere diritti e alimentare consenso.
L’appello al ministro: “Esca dall’emergenzialismo emotivo”
Rivolgendosi direttamente a Piantedosi, Appendino chiede un cambio di registro:
“Signor Ministro, esca per un attimo dall’emergenzialismo emotivo e ci spieghi: cosa c’entra la cauzione?”
È una domanda che colpisce al centro una delle misure più discusse. Appendino non si limita a dire che è sbagliata: ne contesta la logica.
“Pensate davvero che un black block che viene per spaccare tutto si fermi perché deve pagare una cauzione?”
La risposta, nella sua ricostruzione, è evidente. E infatti arriva la conclusione politica:
“Quella misura non ferma i violenti, ferma solo i cittadini onesti che non possono permettersi di pagare.”
Da qui l’espressione destinata a diventare uno slogan:
“È una tassa sulla democrazia.”
Secondo Appendino, la cauzione non seleziona chi devasta, ma chi può permettersi di manifestare. Trasforma un diritto costituzionale in un privilegio economico e colpisce esattamente la parte di società che manifesta pacificamente.
Lo scudo penale: “Dignità, non impunità”
Un altro passaggio centrale riguarda lo scudo penale per le forze dell’ordine. Anche qui Appendino non arretra di un millimetro:
“E ci dica: cosa c’entra lo scudo penale per gli agenti?”
La risposta, ancora una volta, è netta:
“Se voleste davvero aiutarli, dareste loro dignità, non impunità.”
E chiarisce cosa intende per “aiutare davvero”:
“Assumetene di più e pagateli meglio.”
In questa parte del discorso, Appendino ribalta completamente la retorica governativa: lo scudo penale non tutela le divise, ma rischia di isolarle; non rafforza lo Stato di diritto, ma lo indebolisce, perché confonde protezione con immunità.
Il fermo preventivo: “Arrestare per attitudini?”
Il punto più delicato arriva quando si parla di fermo preventivo. Appendino incalza il governo con una domanda che suona come un atto d’accusa:
“Per non parlare del fermo preventivo. Fateci capire: volete arrestare i cittadini in base alle loro attitudini senza il vaglio di un giudice?”
Qui il terreno non è più solo politico, ma costituzionale. E la deputata ricorda un fatto preciso:
“Davvero fingete di non sapere che tra gli arrestati di Torino ci sono incensurati?”
La chiusura è tagliente:
“Tornate nel mondo reale.”
È l’invito – o la sfida – a uscire dalla propaganda e a confrontarsi con la realtà concreta delle persone fermate, delle piazze, dei diritti coinvolti.
Il contesto: poche parole di Piantedosi, uno scontro frontale
Nella sua informativa, Piantedosi ha parlato di strategia eversiva, di violenza organizzata e ha difeso l’impianto delle misure annunciate, sostenendo che strumenti come il fermo preventivo e lo scudo per gli agenti siano tutele e non immunità. Ma è evidente che lo scontro non è sul lessico: è sulla visione. Da una parte un governo che insiste sull’emergenza e sulla repressione; dall’altra un’opposizione che vede in quelle scelte un uso politico della paura.
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Tenendo tutte le parole di Appendino, il suo intervento appare per quello che è: una requisitoria contro un modello di sicurezza che, a suo giudizio, non funziona e anzi produce più problemi di quanti ne risolva. La violenza anarchica viene condannata senza ambiguità, ma non può diventare – nella sua lettura – il grimaldello per introdurre misure liberticide, colpire i cittadini pacifici e scaricare sulle libertà democratiche il costo di un fallimento politico.
Il dibattito resta apertissimo. Ma una cosa è certa: con questo intervento, Appendino ha fissato una linea di confine netta. Da una parte la sicurezza usata come strumento di consenso; dall’altra la difesa dei diritti costituzionali anche – e soprattutto – nei momenti di tensione. E su quel confine, nelle prossime settimane, si giocherà una parte decisiva dello scontro politico.


















