C’è una frase che, più di tutte, riassume il senso dell’editoriale con cui Corrado Formigli ha aperto Piazzapulita su La7 dopo i fatti di Torino: “Il decreto sicurezza era in canna e aspettava solo la scintilla. Era tutto previsto, violenze comprese.”
È un’accusa politica pesante, perché non si limita a criticare il merito delle nuove norme: mette in discussione la regia, la tempistica e persino l’efficacia dei dispositivi di ordine pubblico, insinuando che la giornata torinese sia diventata “l’occasione perfetta” per far scattare una stretta già pronta.
Il risultato è un editoriale che prova a stare su due piani insieme: condanna senza attenuanti delle aggressioni ai poliziotti e, contemporaneamente, contestazione frontale dell’uso politico della sicurezza.
La premessa: “Chi picchia un poliziotto merita carcere”
Formigli parte da un punto volutamente netto, quasi “blindato”: nessuna ambiguità sulla violenza.
Ricorda l’aggressione all’agente – descritta come un attacco di gruppo, “dieci contro uno”, con un martello – e afferma che chi compie gesti del genere va individuato, arrestato e tenuto in carcere a lungo.
È una scelta di costruzione precisa: togliere al governo (e ai commentatori più militanti) la possibilità di liquidare tutto come “giustificazionismo”. Il conduttore vuole dire: la violenza è un crimine, punto. Ma non per questo si può trasformare ogni piazza in un processo di massa.
Il fronte “inermi” dello Stato: turni estenuanti e organici in affanno
Subito dopo, l’editoriale si sposta sul tema che Formigli definisce “concreto”, non propagandistico: le condizioni di lavoro delle forze dell’ordine.
Richiama le denunce sindacali: turni pesanti, straordinari fino a notte fonda, giornate consecutive, e perfino agenti in prova con addestramento ridotto. Il messaggio è chiaro: se la politica dice “sicurezza”, dovrebbe prima chiedersi con quali mezzi e con quali persone pretende di garantirla.
In questa cornice, la stretta normativa viene presentata come scorciatoia: più codice penale, meno investimenti strutturali.
Solidarietà “a doppia corsia”: anche per i manifestanti pestati
È qui che l’editoriale diventa più divisivo e, allo stesso tempo, più “formigliano”: Formigli chiede di non fermarsi all’immagine dominante (il poliziotto ferito) e ricorda che ci sono stati anche manifestanti colpiti mentre erano a terra, citando il caso di un fotografo.
Il punto non è l’equiparazione tra violenti e pacifici, anzi: Formigli insiste sulla distinzione. Il punto è la selettività del racconto: alcune immagini rimbalzano ovunque, altre spariscono. E questo, nella sua lettura, altera la percezione pubblica e consente alla politica di costruire una narrazione univoca.
Il “buco nero” del decreto: niente bodycam, niente caschi identificativi
Tra le critiche più operative, Formigli inserisce un’accusa precisa: nel nuovo impianto securitario non ci sarebbe nulla su due strumenti che, in molti Paesi, sono considerati essenziali per trasparenza e tutela di tutti:
bodycam sempre accese durante i servizi di ordine pubblico
caschi con codici identificativi per accertare eventuali abusi
Qui l’argomento è semplice e micidiale: se chiedi più poteri e più fermo, ma non rafforzi i meccanismi di tracciabilità, stai spostando l’equilibrio solo in una direzione. E in democrazia, dice Formigli, la sicurezza non può essere “a fiducia”: deve essere verificabile.
L’appello ai partiti: “metteteci la faccia e tenete fuori i delinquenti”
Un altro passaggio non banale riguarda l’opposizione, soprattutto quella che era in piazza. Formigli lancia un invito: recuperare credibilità significa anche organizzare. Mettere bandiere, riconoscibilità, presenza politica e – soprattutto – un servizio d’ordine capace di separare i pacifici dai violenti.
È un richiamo che rovescia il frame: non scaricare tutto sui singoli cittadini o sui reparti schierati, ma costruire un contesto in cui i violenti non possano mimetizzarsi nel corteo.
“Il decreto era in canna”: l’accusa che cambia livello allo scontro
Poi arriva la frase che fa esplodere l’editoriale. Formigli sostiene che il governo non aspettasse altro: la stretta securitaria era pronta, Torino è stata la scintilla. E aggiunge la parte più tossica – politicamente parlando – perché è quella che resta:
“Era tutto previsto, violenze comprese.”
Qui l’accusa non è solo “strumentalizzano”. È più dura: insinua una logica di convenienza politica, in cui l’emergenza è attesa, quasi desiderata, perché legittima ciò che altrimenti sarebbe contestato.
E da qui arriva la domanda che Formigli mette sul tavolo: i dispositivi di sicurezza erano davvero efficaci nel prevenire? Se davvero c’era un rischio prevedibile, perché si è arrivati a quelle immagini?
Il colpo a Piantedosi: “In democrazia non si processano intenzioni”
All’interno dello stesso ragionamento, Formigli si rivolge direttamente al ministro Piantedosi: secondo lui, un governo non può accusare decine di migliaia di persone di complicità o istigazione senza prove.
La frase chiave è un avvertimento “costituzionale”: “È nei regimi che si processano i pensieri o le intenzioni.”
È il punto in cui la sicurezza smette di essere cronaca e diventa terreno di principio: la linea tra ordine pubblico e Stato di diritto.
La stoccata finale: referendum e rischio “potere senza contrappesi”
Formigli chiude con una provocazione che lega piazza e istituzioni: se il governo alza la mano sulla piazza e, contemporaneamente, porta avanti la riforma della giustizia, allora il rischio è quello di una democrazia con contrappesi più deboli.
Da qui la battuta tagliente: “Accorpiamo le funzioni del Pubblico Ministero a quelle del Primo Ministro?”
Non è un’analisi tecnica: è una provocazione politica per suggerire la direzione che teme.
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Il senso dell’editoriale – al netto delle iperboli e della cifra televisiva – è che Torino non è solo un fatto di cronaca. È un passaggio che mette insieme:
violenza reale e criminale da punire
condizioni critiche delle forze dell’ordine
tutela dei manifestanti pacifici e trasparenza sugli abusi
rischio di propaganda e generalizzazioni politiche
decreto sicurezza come scelta di impostazione, non solo di norme
E soprattutto una domanda che resta sospesa, ed è la più politica di tutte: il governo sta rispondendo a un problema o sta usando un problema per imporre una risposta già scritta?




















