Scontri Torino – Il 5 stelle De Raho affonda il Governo Meloni – Arriva la denuncia – VIDEO

Dopo gli scontri e il clima di tensione che ha riacceso il dibattito sull’ordine pubblico, torna al centro la prospettiva di un nuovo decreto sicurezza. Ma mentre dal governo si ragiona su nuove misure, in televisione arriva la denuncia del Movimento 5 Stelle: secondo il deputato Federico Cafiero De Raho, alcune ipotesi circolate rischiano di comprimere diritti costituzionali e, sul fronte giustizia, di aprire scenari delicati sul controllo del pubblico ministero.

Le sue parole, pronunciate in diretta a Start su Sky TG24, colpiscono su due fronti: da un lato la tutela delle forze dell’ordine “senza ambiguità”, dall’altro la difesa della libertà di manifestare e dell’autonomia della magistratura requirente.

“Vicini alle forze di polizia, ma attenzione alle libertà”

De Raho apre mettendo un punto politico chiaro: il M5S rivendica una posizione di rispetto e vicinanza verso le forze di polizia, ma non accetta che, nel nome della sicurezza, si introducano strumenti che incidano direttamente sul diritto di protesta.

“Siamo vicinissimi alle forze di polizia, siamo per la loro tutela e per il rispetto delle regole sempre. Detto questo, però, siamo anche per le garanzie di libertà”, afferma, marcando una linea: sicurezza e diritti non devono diventare un gioco a somma zero, dove per ottenere più ordine pubblico si restringono spazi di partecipazione democratica.

No alla “cauzione per chi manifesta”: “Riduce lo spazio di libertà”

Il passaggio più netto riguarda l’ipotesi di introdurre una cauzione per chi manifesta, cioè un meccanismo che, nella lettura del deputato, si tradurrebbe in un deterrente economico alla partecipazione.

“Non condividiamo perché mettere una cauzione significherebbe ridurre quello spazio di libertà che consiste nel riunirsi e nel manifestare”, dice De Raho. Il ragionamento è lineare: se per esercitare un diritto occorre “pagare” o immobilizzare risorse, il diritto rischia di diventare selettivo, praticabile senza ostacoli solo per chi può permetterselo.

È una critica che punta al cuore della questione politica: il decreto sicurezza, se impostato su strumenti economici o preventivi, non colpirebbe soltanto chi commette reati durante le proteste, ma potrebbe incidere sull’intero perimetro dei cittadini che intendono partecipare a manifestazioni legittime.

Il nodo del “fermo preventivo”: “Togliere alle persone la possibilità di partecipare”

Accanto alla cauzione, De Raho contesta anche l’idea di un fermo preventivo basato su valutazioni anticipatorie: fermare una persona non per ciò che ha fatto, ma per ciò che “si suppone” possa fare.

“Così come pensare a un fermo preventivo sulla base su quel che si suppone significa togliere alle persone la possibilità di partecipare”, sostiene. Qui l’obiezione è ancora più dura: il rischio, secondo il deputato, è uno spostamento verso un modello di prevenzione che finisce per colpire la libertà personale e la libertà di riunione prima ancora che emerga un comportamento illecito.

La conclusione è coerente con la linea annunciata: “Noi non vorremmo mai che le norme vadano in questa direzione”.

L’attacco sul referendum giustizia e la replica a Nordio: “Rischio che sia il ministero a vigilare”

Nel corso dello stesso intervento televisivo, De Raho entra anche nel merito del dibattito sulla giustizia e sul referendum legato alle riforme. Il punto di partenza è una dichiarazione del ministro Carlo Nordio, secondo cui sarebbe “blasfemo” parlare di controllo dei pubblici ministeri da parte del governo.

De Raho ribalta l’argomento: il rischio, sostiene, non nasce da un proclama ma dagli effetti istituzionali di determinate modifiche. Secondo il deputato, separare il Consiglio superiore in due indebolirebbe le garanzie attuali.

“Nel momento stesso in cui abbiamo separato il Consiglio superiore in due, abbiamo ridotto quella autonomia e indipendenza perché non saranno in grado di dare la stessa garanzia di tutela che oggi dà un solo Csm”, afferma.

Da qui l’affondo: un pubblico ministero definito “autoreferenziale” potrebbe finire in un assetto che richiede un soggetto esterno chiamato a “vigilare”.

“Il Pm sarà autoreferenziale e non dovrà dare più conto a nessuno. Qualcuno dovrà vigilare e allora si prenderanno gli ordinamenti degli altri Paesi nei quali il Pm è sotto il controllo o la vigilanza del ministero della Giustizia”.

Il passaggio è politicamente esplosivo perché sposta la discussione: non “se” è blasfemo ipotizzare il controllo del governo, ma “come” certe architetture istituzionali potrebbero produrre, per conseguenza, l’idea di un controllo o di una vigilanza ministeriale.

Sicurezza e giustizia: due dossier che si incrociano nel clima post-scontri

Il filo che unisce i due temi – decreto sicurezza e riforme della giustizia – è il contesto: dopo gli scontri, la politica tende a irrigidire la risposta normativa. Ma, nella lettura del M5S, l’inasprimento non può diventare una scorciatoia che riduce diritti o altera equilibri tra poteri.

De Raho prova a posizionare il suo partito su un crinale: tutela delle forze dell’ordine e rispetto delle regole, ma no a misure che “per design” restringono l’accesso alla protesta o introducono logiche preventive basate sul sospetto; e, sul fronte giustizia, allarme rispetto a riforme che potrebbero indebolire autonomia e indipendenza fino a rendere plausibile la “vigilanza” del ministero.

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In attesa di capire quale forma prenderà davvero il nuovo decreto sicurezza, la posizione del M5S – almeno per come espressa in tv da De Raho – è già tracciata: no alla cauzione per chi manifesta e no al fermo preventivo basato su supposizioni, perché entrambi – sostiene – riducono lo spazio di libertà garantito dalla Costituzione.

E sullo sfondo resta la seconda accusa, ancora più sensibile: se si ridisegnano gli organi di garanzia e di autogoverno, si rischia di aprire la porta a modelli in cui il pubblico ministero finisce, direttamente o indirettamente, sotto una forma di controllo o vigilanza ministeriale. Un tema che, nel clima politico attuale, promette di diventare uno dei fronti più caldi del confronto pubblico.

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