Scontro a Otto e Mezzo – Travaglio incalza la Bololli di Libero su Rogoredo – Il super video

La scena, secondo Marco Travaglio, è diventata quasi una liturgia: accade un fatto di cronaca che coinvolge un agente, un esponente politico, un “uomo dello Stato” o un personaggio vicino a un’area politica precisa; e nel giro di pochi minuti arrivano sentenze preventive, assoluzioni lampo, indignazioni selettive, accuse alla magistratura “invadente”. Poi, quando le indagini fanno il loro corso e i fatti si complicano, il racconto si sbriciola. È in questo cortocircuito – tra politica, propaganda e giustizia – che Travaglio colloca il caso Rogoredo e, più in generale, la battaglia sul decreto sicurezza e sugli “scudi” per categorie considerate “protette”.

A “Otto e Mezzo”, il direttore del Fatto Quotidiano imposta un ragionamento lineare: indagare non è condannare, iscrivere nel registro degli indagati non significa dichiarare colpevole un poliziotto. Significa fare ciò che, in uno Stato di diritto, deve fare la magistratura: accertare i fatti, ascoltare testimoni, vedere i video, incrociare versioni, arrivare a una ricostruzione. E soprattutto farlo senza che un vicepresidente del Consiglio si trasformi nel giudice della serata, emettendo verdetti “a caldo” per alimentare una campagna politica.

Il caso Rogoredo come simbolo: “Salvini ha emesso la sentenza 37 minuti dopo”

Il fulcro dell’intervento di Travaglio è la tempistica. Secondo la sua ricostruzione, pochissimo tempo dopo lo sparo che ha ucciso lo spacciatore marocchino, Matteo Salvini avrebbe già espresso un verdetto netto: poliziotto innocente, legittima difesa, indagine “inaudita”, pm accusati di esagerare.

Qui Travaglio piazza il primo paletto: un politico non può trasformarsi in giudice. Non perché non possa esprimere un’opinione, ma perché in quel modo tenta di orientare il clima, di delegittimare l’indagine, di costruire una narrazione in cui la magistratura è automaticamente “contro” le forze dell’ordine. Una dinamica che, secondo lui, non è un incidente: è un metodo.

E proprio su questo arriva l’affondo: “Meno male che il pm non ha dato retta a Salvini”, perché la differenza tra un Paese in cui la magistratura può indagare e uno in cui i politici “danno la linea” alle procure è la differenza tra Stato di diritto e Stato di propaganda.

“Indagare è doveroso”: l’indagine come argine alla politica-tribunale

Travaglio ribalta l’accusa che spesso viene usata in questi casi: “Indagano un poliziotto, allora lo considerano colpevole”. No, dice: indagare è l’unico modo per capire cosa sia successo davvero.

Nel suo ragionamento, l’indagine su Rogoredo avrebbe seguito il percorso normale: acquisizione dei filmati, ascolto dei testimoni, verifica delle versioni fornite. E qui inserisce un passaggio cruciale, politicamente esplosivo: anche i colleghi presenti, i quattro poliziotti che erano con l’agente, finiscono dentro la trama del racconto. Prima avrebbero “coperto” una versione, poi – sostiene – sarebbero “crollati di fronte all’evidenza”.

Non è un dettaglio tecnico: è la dimostrazione, nella tesi di Travaglio, che la verità non la decide la fedeltà di corpo, ma il riscontro oggettivo. E che la magistratura, se lavora, può anche evitare che un abuso resti impunito o che una ricostruzione falsa diventi verità ufficiale.

Il nodo politico: perché la destra attacca l’indagine e spinge lo “scudo”

Da qui si entra nel tema più politico: la norma che, nel decreto sicurezza, introduce una procedura differenziata per i casi in cui sia evidente una causa di giustificazione (legittima difesa, adempimento del dovere, ecc.). Travaglio la interpreta così: non è un tecnicismo neutro, è un messaggio e un metodo per creare salvacondotti.

La sua tesi è netta: se inizi a dire che “su certe categorie non si indaga come sugli altri”, anche solo creando un registro separato e un binario diverso, allora stai costruendo l’idea che esistano cittadini di serie A e cittadini di serie B. E se c’è un terreno su cui uno Stato di diritto non può arretrare, è proprio questo: l’uguaglianza davanti alla legge e la normale verificabilità dei fatti, chiunque sia coinvolto.

Travaglio non contesta il principio che un agente in servizio meriti tutele; contesta l’idea che la tutela coincida con ridurre o deformare l’azione di controllo della giustizia.

Il parallelo con Voghera: “anche lì Salvini parlò subito di legittima difesa”

Per rafforzare l’argomento, Travaglio porta un precedente che per lui è emblematico: il caso di Voghera, dove un ex assessore leghista alla Sicurezza – nella sua ricostruzione – si sarebbe presentato come vittima di un’aggressione e avrebbe invocato la difesa personale.

Qui Travaglio sottolinea due elementi:

1. l’immediatezza della “sentenza” politica anche in quel caso (“legittima difesa” detta subito);


2. la smentita prodotta dai riscontri, in particolare dalle immagini: non una reazione improvvisa, ma – sostiene – un comportamento da “ronda armata”, fino a un epilogo che la giustizia avrebbe qualificato come gesto volontario.

 

Il punto del parallelo non è solo giudiziario: è comunicativo. Travaglio suggerisce che la politica sovranista, quando un fatto riguarda “uno dei nostri” o una categoria su cui vuole costruire consenso, parte sempre con la stessa sceneggiatura: assoluzione immediata e attacco ai giudici. Poi, se i fatti non reggono, si cambia argomento. Ma intanto la propaganda ha già prodotto l’effetto: delegittimare le procure e consolidare l’idea che la magistratura “perseguiti”.

“Scudi e indignazione a intermittenza”: il caso dei medici e la contraddizione morale

Nella parte più corrosiva del discorso, Travaglio allarga lo schema oltre le divise: non esisterebbe solo lo “scudo” per gli agenti, ma una tendenza più ampia a proteggere categorie con norme “paracadute” e poi pretendere, quando esplode un caso mediatico, punizioni esemplari.

Per rendere plastica la contraddizione, cita l’ambito sanitario: da un lato si invocano “scudi” o attenuazioni di responsabilità; dall’altro, quando esplode un fatto tragico che colpisce l’opinione pubblica (errori, casi shock, dolore collettivo), si chiede alla magistratura di “fare giustizia” in modo durissimo.

Il paradosso, secondo lui, è questo: si vuole una magistratura debole e controllata quando serve proteggere, e una magistratura implacabile quando serve punire. È una giustizia a convenienza, oscillante tra garantismo di gruppo e giustizialismo di piazza.

Il cuore del ragionamento: i politici non devono fare i pm, i pm non devono fare politica

Il passaggio finale di Travaglio è la sintesi: la giustizia funziona quando ogni potere fa il proprio mestiere.

La magistratura indaga e decide secondo le regole.

La politica governa, legifera, risponde ai cittadini.

L’opinione pubblica giudica politicamente, ma non sostituisce il processo.

I talk e i social non sono tribunali.


Se invece il vicepresidente del Consiglio “decide” chi è colpevole o innocente in diretta, e se parallelamente si spingono riforme o decreti che rendono le indagini più difficili o più “selettive”, allora – nel racconto di Travaglio – non si sta difendendo la legalità: si sta costruendo un sistema in cui la legalità diventa strumento di potere.

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Il messaggio che Travaglio consegna al pubblico di “Otto e Mezzo” è netto e volutamente provocatorio: non è normale che un governo trasformi ogni fatto di cronaca in un comizio permanente, né che l’esito di un’indagine venga anticipato dalla propaganda. Non è normale che si parli di “Stato di diritto” mentre si costruiscono scorciatoie per limitare il controllo giudiziario su categorie considerate intoccabili. E non è normale che gli stessi che accusano i giudici di “invadenza” pretendano poi condanne esemplari quando la cronaca offre un caso utile alla loro narrazione.

Per Travaglio, la soluzione è molto meno ideologica di quanto sembri: aspettare i fatti, rispettare le procedure, lasciar lavorare chi deve indagare. Perché una democrazia non si misura da quante volte grida “sicurezza”, ma da quanto riesce a restare fedele a un principio semplice: la legge vale per tutti, e la verità non la decide un post pubblicato 37 minuti dopo uno sparo.

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