La legge di Bilancio del governo Meloni arriva al suo ultimo giorno prima della pausa natalizia nel modo più emblematico possibile: fiducia blindata, Aula tesa, cartelli di protesta sventolati dalle opposizioni e, soprattutto, un maxi-emendamento riscritto in extremis con cinque norme espunte dopo i dubbi sollevati dal Quirinale e i rilievi tecnici. È una manovra che vale circa 22 miliardi e che, più del merito, sta raccontando il metodo: un percorso “accidentato”, pieno di stop and go, con la maggioranza costretta a ricompattarsi ogni volta che un pezzo del cantiere rischia di crollare.
Il voto di fiducia: 113 favorevoli, 70 contrari, 2 astenuti
Il passaggio decisivo a Palazzo Madama è il voto sulla fiducia posta dal governo sul maxiemendamento che accorpa la manovra. Il risultato è netto nei numeri ma non nel clima: 113 sì, 70 no, 2 astenuti. Formalmente, l’esecutivo incassa l’ok e mette in sicurezza il testo; politicamente, però, la giornata certifica che la manovra arriva al traguardo con i segni di una battaglia interna ed esterna.
Subito dopo la fiducia, la procedura prevede il passaggio in Consiglio dei ministri per la Nota di variazione, quindi il ritorno in Aula per due votazioni elettroniche: una sulla Nota e una finale sulla legge di Bilancio. Poi il testo passerà alla Camera.
I cartelli “Voltafaccia Meloni” e la protesta coordinata delle opposizioni
Il momento più teatrale e più politico della seduta esplode quando Pd, M5S e Avs espongono in Aula una serie di cartelli, secondo una regia comune, tutti con la stessa chiusa: “VOLTAFACCIA MELONI”. I messaggi puntano dritti sui temi più sensibili per l’opinione pubblica e sul terreno delle promesse elettorali.
Tra i cartelli mostrati in Aula compaiono accuse precise:
sul carburante: promesse di abolizione delle accise contrapposte all’idea che “aumentano le tasse sul carburante”;
sulle pensioni: promessa di abolizione della Fornero contrapposta all’accusa di “aumento dell’età pensionabile”;
sulla sanità: promessa di investimenti contrapposta all’accusa di taglio delle risorse;
sulle tasse: promessa di riduzione contrapposta all’accusa di pressione fiscale record.
Il presidente del Senato richiama all’ordine: “Abbassate i cartelli”, poi si passa al voto. Ma il segnale dell’opposizione è chiaro: trasformare la manovra in un processo pubblico sulla coerenza politica del governo.
Il maxi-emendamento “ripulito”: lo stralcio di cinque norme dopo i dubbi del Colle
Il dato che pesa più di tutti, nella cronaca della giornata, è quello tecnico-istituzionale: cinque norme sono state stralciate dal maxi-emendamento. Non è un dettaglio: significa che, nel tratto finale, la manovra viene alleggerita di pezzi considerati troppo rischiosi sul piano della tenuta giuridica e dell’opportunità.
Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo lo dice in modo esplicito: quelle disposizioni sono state espunte “anche per la tenuta costituzionale del provvedimento”, per “non esporci a censure sul piano costituzionale”. Tradotto: meglio togliere subito che aprire un fronte dopo, quando i margini politici e istituzionali sarebbero molto più stretti.
Cosa è stato tolto: i cinque punti che hanno fatto saltare i nervi
Nel dettaglio, le norme espunte riguardano lavoro, incarichi pubblici, porte girevoli, magistrati e Covip. È un pacchetto eterogeneo, ma con un filo comune: tocca snodi delicati (diritti retributivi, incompatibilità, indipendenza delle Authority, regole sulla magistratura e vigilanza sui fondi pensione).
Ecco i cinque interventi stralciati:
1. La norma sulle differenze retributive ai lavoratori sottopagati
È il punto più esplosivo sul piano politico: una disposizione che avrebbe inciso sul tema degli arretrati dovuti in caso di condanna del datore di lavoro per retribuzioni non conformi ai principi costituzionali (richiamato l’articolo 36). Le opposizioni l’hanno descritta come uno “scudo” a favore delle imprese condannate; il Pd l’ha definita una “vergogna” e un’“umiliazione” per i lavoratori.
2. Inconferibilità di incarichi nella PA per chi proviene da enti privati regolati o finanziati
Norma che interveniva su regole di compatibilità e conferimento di incarichi nelle amministrazioni statali, regionali o locali, con un meccanismo e una disapplicazione in casi specifici (straordinari o commissariali) finiti nel mirino.
3. Porte girevoli nelle Authority: divieto ridotto da 3 anni a 1 anno
Viene eliminata la riduzione del periodo di “raffreddamento” per lo svolgimento, dopo la cessazione del rapporto, di attività professionale presso soggetti privati destinatari dell’attività della pubblica amministrazione in cui si sono avuti incarichi con poteri negoziali. È un tema che incrocia trasparenza, conflitti d’interesse e credibilità delle istituzioni.
4. Magistrati fuori ruolo: anzianità minima ridotta da 10 a 4 anni
Stralciata la disposizione che abbassava drasticamente l’anzianità di servizio necessaria per l’autorizzazione al collocamento fuori ruolo. Un punto sensibile, perché riguarda l’equilibrio tra funzioni giudiziarie e incarichi esterni.
5. Revisione della disciplina del personale Covip
Fuori anche la norma sulla Covip, l’Autorità di vigilanza sui fondi pensione: un intervento che, inserito nella manovra, è finito nel pacchetto espunto insieme agli altri.
La maggioranza in trincea: tensione Lega-Mef e “dialogo fitto” Salvini-Giorgetti
Sul fronte interno, il voto di fiducia arriva dopo giorni di fibrillazioni e dopo un braccio di ferro che ha avuto un epicentro: pensioni e vincoli di bilancio, cioè lo scontro politico tra la Lega e il Mef.
In Aula, nelle ore precedenti al voto, le presenze del governo aumentano e arriva anche Matteo Salvini, che si siede accanto a Giancarlo Giorgetti: tra i due parte un fitto dialogo, con documenti mostrati e passaggi indicati. A margine, Salvini prova a spegnere la narrazione del gelo: sostiene che non c’è stato alcun “gelo” e rivendica che la Lega avrebbe fermato un’indicazione tecnica che avrebbe “danneggiato i lavoratori” sul fronte pensionistico.
Ma il fatto stesso che la scena venga raccontata come “riavvicinamento” e che diventi notizia, spiega quanto fosse diventata pesante la frizione.
“Ce l’abbiamo fatta per un soffio”: l’ammissione che racconta l’intera manovra
A fotografare lo spirito con cui la maggioranza vive questa manovra ci pensa il capogruppo leghista Massimiliano Romeo, che fuori dall’Aula si lascia andare a un commento diventato simbolico: “Ce l’abbiamo fatta per un soffio”. E aggiunge una metafora calcistica: una manovra “alla Allegri”, “alla corto muso”. È un modo per dire che l’obiettivo non è stato brillare, ma sopravvivere: portare a casa il risultato, anche in apnea.
L’attacco delle opposizioni: pensioni, tasse, sanità e “manovra grottesca”
Le opposizioni, nel merito e nel tono, battono tutte insieme sugli stessi chiodi: pensioni, pressione fiscale, carburanti, sanità, lavoro povero.
Stefano Patuanelli (M5S), in Aula, insiste sul tema pensionistico con ironia (“Elsa Salvini Fornero”) e parla di una manovra che, a suo giudizio, contiene tasse e aumenti mascherati.
Dal Pd, Francesco Boccia rivendica la cancellazione della norma sugli arretrati ai lavoratori sottopagati, descrivendola come un messaggio pericoloso: chi sottopaga non paga davvero il conto.
Anche altri interventi in Aula parlano di provvedimento “pasticciato” e di un impianto che colpisce i più fragili, con l’accusa di aver peggiorato – nei fatti – la Fornero che per anni era stata bersaglio politico.
Il cuore dell’attacco è sempre lo stesso: la manovra, secondo l’opposizione, non è solo discutibile, è un simbolo di promesse capovolte e di priorità rovesciate.
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La fiducia al Senato mette in sicurezza la legge di Bilancio e consente al governo di arrivare al traguardo procedurale prima delle feste. Ma la fotografia politica resta quella di una manovra difensiva, segnata da correzioni continue, da tensioni interne e da uno scarto evidente tra propaganda e atto finale, almeno secondo l’accusa dell’opposizione.
E poi c’è il dato istituzionale: lo stralcio di cinque norme “per la tenuta costituzionale” non è routine, è un campanello. Significa che, nell’ultimo miglio, la manovra è stata costretta a rientrare nei binari con una retromarcia evidente. Il testo ora va alla Camera, ma il messaggio di questa giornata è già inciso: il governo ha incassato la fiducia, però il prezzo è stato un altro round di caos, correzioni e nervi scoperti.



















