A DiMartedì (La7) va in scena uno scontro che tiene insieme due temi esplosivi — riforma della giustizia e Iran — e li salda in un unico confronto ad alta tensione tra Pier Luigi Bersani e Alessandro Sallusti. Il risultato è un botta e risposta rovente, in cui la discussione sulla riforma Nordio diventa terreno di scontro politico e, quasi senza soluzione di continuità, si trasforma in una polemica sulla presunta “mancata solidarietà” della sinistra verso il popolo iraniano.
La puntata diventa così un concentrato di accuse, repliche e dati contrapposti: da una parte Sallusti difende la riforma e insiste sulla necessità di un meccanismo disciplinare più forte per i magistrati; dall’altra Bersani risponde con numeri e con l’argomento che, se l’obiettivo è rafforzare la disciplina, lo si può fare con legge ordinaria, senza toccare — dice — una “colonna della Costituzione” come l’autonomia della magistratura.
Il punto di partenza: la riforma Nordio e l’idea di un’Alta corte disciplinare
Il confronto parte dalla riforma della giustizia attribuita al ministro Nordio e, in particolare, dal tema dell’istituzione di un’Alta corte disciplinare per i magistrati. Sallusti la difende “strenuamente” e la presenta come uno strumento giusto, una risposta necessaria a un problema che, nel dibattito pubblico, viene spesso sintetizzato con parole come “correnti”, “impunità”, “autogoverno”.
Bersani, però, sposta subito la discussione su un terreno molto concreto: quello dei numeri, dei procedimenti disciplinari e delle sanzioni, nel tentativo di smontare l’idea che il sistema esistente non funzioni o sia indulgente.
La replica di Bersani: “190 procedure disciplinari, 80 condanne”. E la tesi: l’attuale sistema è severo
Bersani cita dati precisi, ribadendo quanto attribuisce a quanto detto da Marco Travaglio a Otto e mezzo: nella “consigliatura” del Csm in questione, sarebbero state avviate 190 procedure disciplinari con 80 condanne. Aggiunge un dettaglio che, nella sua argomentazione, serve a far pesare la severità delle sanzioni: la condanna più leggera, l’ammonimento, sarebbe stata comminata “solo per quattro magistrati”; per gli altri, le conseguenze sarebbero state più pesanti, dalla perdita di avanzamenti di carriera alla sospensione, fino all’espulsione.
Il punto politico che Bersani ricava da quei numeri è chiaro: questi dati — sottolinea — collocherebbero l’Italia sopra il livello medio europeo per procedure disciplinari. E dunque, se davvero l’intenzione è rafforzare il meccanismo di disciplina, non serve una rivoluzione costituzionale: “fatelo con legge ordinaria”, è la linea. Perché, aggiunge, così si va a toccare una “colonna della Costituzione”, cioè l’autonomia della magistratura.
La risposta di Sallusti: “Non la tocca nessuno”
Sallusti ribatte in modo secco: “Non è vero, non la tocca nessuno”. E aggiunge un argomento d’autorità: “Il presidente della Repubblica non lo permetterebbe mai”. È un passaggio che sposta il confronto su un piano diverso: non più la discussione sul contenuto e sugli effetti della riforma, ma l’idea che ci siano dei “garanti” istituzionali che impedirebbero derive o strappi.
Bersani però non arretra. E rilancia, trasformando la critica da “effetto collaterale” a “effetto previsto ma non dichiarato”.
“Non lo avete scritto, ma…”: Bersani e l’accusa di un disegno implicito sul pm
Il cuore dello scontro arriva quando Bersani afferma che nelle norme non è scritto che il pubblico ministero “passa sotto la politica”, ma — sostiene — non lo scrivono perché “non sono mica scemi a scriverlo”. Da qui la frase che alza ulteriormente il livello: il pm, in questa traiettoria, diventerebbe “una specie di poliziotto”.
Sallusti prova a riportare la discussione sul piano del metodo e della correttezza dell’argomentazione: “Lei sta facendo un processo alle intenzioni”. Ma Bersani insiste e chiude il ragionamento con un rilancio: “Noi dovremmo lasciare un poliziotto a far quello che vuole? No, no, no”.
In quel punto la discussione non è più solo tecnica. È una battaglia di cornici:
per Sallusti, la riforma non intacca l’autonomia e chi lo sostiene sta attribuendo intenzioni non dichiarate;
per Bersani, invece, il rischio vero sta proprio nelle conseguenze indirette, nel non detto, nella trasformazione del ruolo del pm dentro un equilibrio nuovo.
La miccia Iran: accuse di “silenzio” e la frase che fa esplodere lo scontro
Lo scontro si riaccende — e cambia bersaglio — quando Sallusti esprime preoccupazioni per chi “in questi mesi e in questi giorni” sarebbe stato “dalla parte di Hamas e degli ayatollah iraniani”. È un passaggio che sposta il confronto dalla riforma della giustizia alla politica estera e alle piazze, ma soprattutto introduce un’accusa pesantissima sul piano simbolico: l’idea che una parte della sinistra sarebbe indulgente, se non complice, verso regimi e movimenti radicali.
Bersani reagisce immediatamente: “E chi sarebbero, Sallusti?”. La domanda non è solo richiesta di nomi: è una contestazione del frame stesso, cioè dell’accusa generalizzata.
Sallusti risponde indicando “quasi tutto il movimento pro Pal” e aggiunge un altro elemento: la sinistra avrebbe chiamato alle piazze per la Palestina, ma “non mi sembra che stia chiamando alle piazze per l’Iran”.
Bersani ribalta l’accusa: “Donna, vita, libertà” e la rivendicazione delle piazze pro Iran
Bersani respinge la narrazione e cita lo slogan “Donna, vita, libertà”, legandolo alla rivolta iniziata nel settembre 2022 dopo la morte di Mahsa Amini. E ricorda che il Pd ed Elly Schlein sarebbero scesi in piazza più volte insieme al movimento delle donne iraniane in Italia.
Da qui la frase più netta e destinata a diventare titolo: “La sinistra sta con gli ayatollah? Ma roba da matti”. Bersani aggiunge anche una contro-domanda che sposta l’onere della prova dall’opposizione alla destra: quanta gente di destra è scesa in piazza negli anni passati e quanta “verrà venerdì”? E chiarisce un altro punto: “non siamo mica pagati per fare le manifestazioni”.
È un passaggio che mira a capovolgere l’impostazione accusatoria: non solo “non è vero che siamo silenti”, ma “dov’è stata la destra quando c’era da scendere in piazza?”.
Due scontri in uno: giustizia e Iran come campo unico di delegittimazione
Quello che emerge dal confronto è che i due temi — riforma della giustizia e Iran — finiscono per intrecciarsi in un modo preciso: diventano entrambi strumenti per definire chi è “legittimato” a parlare.
Sulla giustizia, Sallusti difende la riforma e nega che tocchi l’autonomia; Bersani risponde con numeri disciplinari e denuncia il rischio di intaccare un pilastro costituzionale.
Sull’Iran, Sallusti evoca una sinistra ambigua o silente; Bersani risponde rivendicando piazze e mobilitazioni, e respinge come assurda l’accusa di “stare con gli ayatollah”.
La tensione, dunque, non è solo su cosa fare. È su come viene raccontato l’avversario:
da una parte l’accusa di “processo alle intenzioni”;
dall’altra l’accusa di “argomenti riciclati” e generalizzazioni.
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Il faccia a faccia tra Bersani e Sallusti a DiMartedì si trasforma in un confronto ad alta temperatura che non lascia spazio a zone grigie: sulla riforma Nordio la frattura è sull’idea stessa di toccare o non toccare l’autonomia della magistratura e sul significato politico della separazione delle funzioni; sull’Iran la frattura è sulla legittimità morale e politica delle piazze e sulla narrazione che la destra costruisce attorno alle opposizioni.
E se una frase sintetizza l’intera scena è proprio quella che Bersani pronuncia in risposta all’accusa più bruciante: “La sinistra sta con gli ayatollah? Ma roba da matti”. Una frase che non chiude lo scontro, ma lo cristallizza: perché in quella puntata non si discute solo di giustizia o di Iran. Si discute, soprattutto, di chi può parlare a nome dei valori democratici e con quale credibilità.



















