Scontro totale in Senato, Patuanelli faccia a faccia col Ministro Tajani – IL VIDEO EPICO

Il capogruppo M5S al Senato denuncia “forzature politiche e scorciatoie pericolose”, accusa la destra di “sovranismo di cartone” e richiama la linea del governo Conte sul caso Guaidó. “Solidarietà al popolo iraniano, ma no a guerre di regime change”

Il caso Venezuela entra di nuovo nel cuore dello scontro politico a Roma. Dopo l’informativa del ministro degli Esteri Antonio Tajani in Parlamento sulla situazione venezuelana, il capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato Stefano Patuanelli è intervenuto in Aula con toni durissimi: “Non tutto ciò che fanno gli Stati Uniti è automaticamente giusto, legittimo o compatibile con il diritto internazionale. Dirlo non significa essere anti-americani, ma autonomi, europei, liberi da ogni sudditanza geopolitica”.

L’intervento, che si inserisce nella discussione seguita alle comunicazioni del ministro, punta a rovesciare la cornice con cui il governo sta raccontando la crisi: non una questione di schieramento “pro” o “contro” Washington, ma un tema di regole, principi e precedenti. E soprattutto un tema che, secondo i Cinque Stelle, rischia di trasformare la politica estera italiana in una sequenza di eccezioni: eccezioni al diritto, eccezioni alle procedure internazionali, eccezioni persino alla coerenza con quanto l’Occidente sostiene in altri conflitti.

“Grave violazione senza mandato”: l’accusa sul terreno del diritto

Il punto più netto della posizione di Patuanelli è giuridico e politico insieme. In Aula, il senatore M5S ha parlato di “grave violazione del diritto internazionale”, contestando l’assenza di un quadro di legittimazione sovranazionale e denunciando la sostituzione di strumenti e sedi previste dal diritto con “forzature politiche e scorciatoie pericolose”. È una critica che mira a colpire al centro la postura del governo: se non c’è un mandato internazionale, il rischio – nella lettura del Movimento – è che la legittimazione venga costruita a posteriori con rapporti di forza, alleanze e convenienze.

In sostanza, Patuanelli sostiene che l’Italia non possa limitarsi a seguire l’alleato più forte, perché così facendo accetta un principio che poi si ritorce contro lo stesso fronte occidentale: l’idea che il diritto internazionale sia un accessorio, buono finché conviene e aggirabile quando intralcia.

“Sovranismo di cartone”: la stoccata alla destra e la questione della “sudditanza”

Il passaggio politicamente più esplosivo è quello con cui Patuanelli attacca direttamente la maggioranza: “Il sovranismo di questa destra si rivela per quello che è: un sovranismo di cartone”, capace di predicare orgoglio nazionale e poi, secondo lui, praticare “servilismo geopolitico”. Il bersaglio è la contraddizione tra il racconto interno – difesa dei confini, primato della politica, rivendicazione di autonomia – e la linea estera percepita dai Cinque Stelle come appiattimento sulle scelte statunitensi.

È un’accusa che ha un obiettivo preciso: togliere al governo la bandiera dell’autonomia, spostando la discussione su un piano di credibilità. Per Patuanelli non basta dichiararsi “sovranisti”; bisogna dimostrarlo quando l’alleato più potente spinge in una direzione controversa. Ed è proprio lì, sostiene, che la destra fallisce.

Il richiamo al 2019: “Non spetta a governi stranieri decidere chi guida un Paese sovrano”

Per dare peso alla critica, Patuanelli richiama un precedente che in Italia è ancora politicamente sensibile: il 2019 e la vicenda di Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente ad interim del Venezuela. Il capogruppo M5S rivendica la scelta dell’allora governo Conte di non riconoscere Guaidó come presidente, ribadendo un principio: “non spetta a governi stranieri decidere chi deve guidare un Paese sovrano”. È un modo per presentare la linea M5S come coerente nel tempo: rifiuto delle scorciatoie diplomatiche e delle investiture politiche dall’estero.

Il riferimento non è solo storico. Serve a dire: la politica estera non può essere una gara a chi si allinea prima; deve avere una grammatica stabile, altrimenti ogni crisi diventa un terreno scivoloso dove si autorizzano eccezioni che, domani, verranno usate contro di noi.

“Questo non significa difendere Maduro”: la linea dei Cinque Stelle tra principi e giudizio politico

Patuanelli, però, introduce una precisazione che mira a disinnescare l’obiezione più prevedibile: criticare l’assenza di mandato e le scorciatoie non significa assolvere il regime. “Questo non significa difendere Maduro”, chiarisce, definendo il leader venezuelano un “autocrate” e ricordando che la sua elezione non fu considerata legittima dall’allora governo Conte.

Il punto, insiste, è che “il fine non giustifica i mezzi”: non esistono violazioni “buone” del diritto internazionale, né quando a compierle è un nemico né quando a farlo è un alleato. È la frase che condensa l’intera impostazione M5S: universalità delle regole, altrimenti le regole smettono di essere regole.

Il capitolo Iran: solidarietà ai cittadini, no al “regime change” militare

Nel suo intervento Patuanelli allarga anche lo sguardo all’Iran, collegando i dossier non per confonderli ma per mostrare una logica comune: se si accetta che le potenze possano agire impunemente nelle rispettive aree di influenza, allora diventa impossibile difendere davvero l’ordine internazionale quando viene violato altrove.

Da qui la posizione: “piena solidarietà al popolo iraniano” e “ferma condanna della brutale repressione”, ma contrarietà a qualsiasi ipotesi di “regime change” militare. Patuanelli richiama esempi che, nella sua lettura, dimostrano il fallimento di quel modello: Afghanistan, Iraq, Siria, Libia — guerre che lasciano Stati distrutti e instabilità permanente. È un argomento che vuole spostare il focus dall’intenzione dichiarata (“esportare democrazia”) agli esiti concreti (“disordine duraturo”).

“Se passa questo principio, poi non ci lamentiamo di Russia e Cina”

Il punto conclusivo del ragionamento è una conseguenza politica: se vale l’idea che ogni potenza possa agire nella propria area di influenza senza vincoli reali, allora — avverte Patuanelli — non ci si può più scandalizzare quando la Russia invade l’Ucraina o quando la Cina alza la pressione su Taiwan. Perché si sarebbe accettata una regola implicita: la forza conta più del diritto.

È un passaggio che prova a mettere in difficoltà la maggioranza su un terreno che per il governo è centrale: l’Ucraina. Patuanelli suggerisce che non si può invocare il diritto internazionale solo quando conviene alla propria parte, perché altrimenti si svuota proprio l’argomento con cui l’Occidente difende la legalità contro le aggressioni.

Una frattura che parla anche all’Europa

La dichiarazione “autonomi, europei, liberi da ogni sudditanza” non è casuale: è un messaggio che guarda oltre il perimetro nazionale. Sul Venezuela, come su Iran e Ucraina, la partita si gioca anche dentro l’Unione europea, dove la credibilità passa dalla coerenza tra principi proclamati e pratiche adottate.

L’attacco di Patuanelli, insomma, non è solo contro Tajani o contro la linea del governo su Caracas. È contro un metodo: quello che, secondo i Cinque Stelle, sostituisce le regole con gli schieramenti e il diritto con la geopolitica del “si fa perché lo fanno gli alleati”.

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Nel merito, Patuanelli chiede che l’Italia torni a un principio di base: il diritto internazionale non è una scelta discrezionale, non è una facoltà. E soprattutto non può essere trattato come un’opzione valida solo quando serve a colpire gli avversari.

Politicamente, la sua denuncia mira a smontare la narrazione del governo: una destra che si definisce sovranista ma che, davanti alle crisi globali, viene descritta come subalterna e contraddittoria. E che, proprio mentre rivendica “ordine” e “regole” all’interno, sarebbe pronta — secondo il M5S — ad accettare scorciatoie e forzature sul piano internazionale.

Il messaggio finale è chiaro: o le regole valgono per tutti, alleati compresi, oppure non valgono più per nessuno.

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