Nel giorno in cui Matteo Salvini rilancia ancora una volta il Ponte sullo Stretto sostenendo che “ce lo chiede l’Europa”, alla Camera dei Deputati esplode lo scontro istituzionale più duro di queste settimane sull’opera simbolo del governo. Protagonista dell’attacco è Sergio Costa, vicepresidente della Camera in quota Movimento 5 Stelle ed ex ministro dell’Ambiente, che durante il question time del 3 dicembre denuncia in aula “gravi violazioni” di norme europee e italiane e un “contratto d’insolvenza” che potrebbe costare allo Stato fino a 1,5 miliardi di euro di penale in caso di stop al progetto.
Il botta e risposta arriva a pochi giorni dalle motivazioni con cui la Corte dei Conti ha negato il visto alla delibera Cipess sul Ponte, parlando esplicitamente di violazione di due direttive UE – su habitat e appalti – e di mancato parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti.
Il contesto: la bocciatura della Corte dei Conti e i rilievi europei
Per capire il senso dell’intervento di Costa, occorre partire dal quadro che si è definito nelle ultime settimane.
Il 29 ottobre 2025, la Sezione centrale di controllo di legittimità della Corte dei Conti ha ricusato il visto alla delibera Cipess n. 41 del 6 agosto 2025, che dava via libera al collegamento stabile tra Calabria e Sicilia. Nelle motivazioni depositate il 27 novembre, la Corte parla di:
violazione della direttiva 92/43/CEE “Habitat”, per carenza di istruttoria e motivazione sulla delibera IROPI (Interesse pubblico di rilevanza primaria),
violazione dell’art. 72 della direttiva 2014/24/UE sugli appalti, per modifiche sostanziali all’originario contratto con il consorzio Eurolink,
violazione degli artt. 43 e 37 del d.l. 201/2011, per mancata acquisizione del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti (ART) sul piano tariffario su cui si fonda il piano economico-finanziario.
La stessa Corte definisce i rilievi di “notevole gravità”, tanto da bloccare l’efficacia della delibera Cipess. Il Ministero delle Infrastrutture ha replicato sostenendo di essere “già al lavoro per superare i rilievi”, mentre da Palazzo Chigi si parla di “ampio margine di chiarimento” con la magistratura contabile.
È su questo sfondo che si colloca l’interrogazione del Movimento 5 Stelle, con Costa che chiede formalmente al governo di sospendere la realizzazione del Ponte almeno fino ai pronunciamenti della Commissione europea sull’impatto ambientale e sulle violazioni delle direttive contestate.
Il question time: Salvini “ce lo chiede l’Europa”, Costa lo incalza
Durante il question time a Montecitorio, Salvini difende il progetto e rilancia la retorica del “Ponte inevitabile”:
ribadisce che “il Ponte si farà” perché “milioni di italiani lo vogliono, lo aspettano, lo meritano”;
afferma che l’opera “ce la chiede l’Europa”, sostenendo che il collegamento sullo Stretto si inserirebbe nei grandi corridoi transeuropei di trasporto;
assicura che “il Ponte va avanti” senza bloccare le altre opere infrastrutturali attese da Sicilia, Calabria e dal resto del Paese.
La formula “ce lo chiede l’Europa” viene però contestata duramente dalle opposizioni. Angelo Bonelli (Alleanza Verdi-Sinistra) parla apertamente di “sciocchezza”, ricordando che la Corte dei Conti ha appena bocciato l’iter proprio per violazioni di direttive europee su ambiente e appalti, non certo per sollecitazione di Bruxelles.
Poi tocca a Sergio Costa, che raccoglie il testimone per il M5S e sposta il baricentro del dibattito dal piano politico a quello giuridico e finanziario, smontando pezzo per pezzo l’impianto dell’operazione Ponte.
Le “dieci violazioni” secondo Costa: dalle direttive UE alla Costituzione
Nel suo intervento in aula, Costa dichiara “forte insoddisfazione” per la risposta di Salvini e passa all’elenco delle violazioni che, a suo dire, gravano sull’iter del Ponte. L’elenco coincide in larga parte con i rilievi già messi nero su bianco dalla Corte dei Conti e da organismi tecnici:
1. Direttiva Habitat 92/43/CEE
Il governo avrebbe violato la direttiva del 1992 sulla conservazione degli habitat naturali, aggirando l’esito negativo della valutazione di incidenza ambientale del 2024 e forzando la delibera IROPI che giustifica l’opera in nome di un interesse pubblico primario.
2. Strategia per la biodiversità e Rete Natura 2000
Il progetto del Ponte – insiste Costa – comprometterebbe tre Zone speciali di conservazione (ZSC) incluse nella rete Natura 2000, in palese contrasto con la strategia europea e nazionale di tutela della biodiversità.
3. Norme di base del Cipess e iter procedurali
Secondo il vicepresidente della Camera, sarebbero state disattese le “norme di base” che regolano l’azione del Cipess, a partire dall’istruttoria sugli impatti ambientali e dalle garanzie sul rispetto delle direttive UE richiamate dalla Corte dei Conti.
4. Articolo 9 della Costituzione
Costa richiama l’art. 9 – che tutela il paesaggio e il patrimonio naturale – sostenendo che il governo abbia adottato un atto amministrativo in contrasto con il principio costituzionale, proprio mentre la giurisprudenza costituzionale rafforza il legame fra sviluppo e tutela dell’ambiente.
5. Direttiva 2014/24/UE sugli appalti
Il progetto, secondo Costa, viola la direttiva europea sugli appalti perché “assegna a un consorzio vincitore vent’anni fa un appalto oggi, senza consentire ad altre aziende di partecipare”, richiamando l’art. 72 sulla modifica sostanziale dei contratti già messo in evidenza dalla Corte dei Conti.
6. Articoli 43 e 37 del d.l. 201/2011 (decreto “Salva Italia”)
La mancata acquisizione del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti sul piano tariffario – requisito imprescindibile per la legittimità del piano economico-finanziario – integra, per Costa, una violazione formale e sostanziale della norma.
A queste si aggiungono, nelle sue parole, ulteriori forzature procedurali e istruttorie che completano il quadro di un provvedimento “raffazzonato” e giuridicamente esposto:
“Avete violato la direttiva Habitat del 1992, aggirato l’esito negativo della commissione di valutazione di incidenza ambientale del 2024, violato la strategia per la tutela della biodiversità e il sistema Rete natura 2000; avete compromesso tre zone a speciale conservazione e disatteso le norme di base del Cipes… Ma come avete fatto a fare tanti errori in un solo provvedimento?”.
Il nodo economico: un “contratto d’insolvenza” e la penale da 1,5 miliardi
Se il capitolo giuridico è pesante, quello economico – sottolinea Costa – rischia di esserlo ancora di più.
Nel suo intervento, il vicepresidente M5S parla senza giri di parole di “contratto d’insolvenza”: l’accordo con il consorzio Eurolink (guidato da Webuild) prevede, in caso di mancata realizzazione dell’opera o di recesso, una penale che potrebbe raggiungere circa 1,5 miliardi di euro a carico dello Stato.
La cifra non è inventata: era già emersa nei mesi scorsi da dichiarazioni dell’amministratore delegato della società pubblica Stretto di Messina, Pietro Ciucci, che – rispondendo a una domanda sul tema – aveva indicato una penale pari al 10% del valore complessivo dell’appalto, con un importo stimato appunto fino a 1,5 miliardi.
Costa in aula incalza Salvini:
“Avete firmato un contratto di insolvenza che può portare al pagamento da parte dello Stato fino a circa 1,5 miliardi di euro di penale a favore del consorzio che ha avuto l’appalto. Signor ministro, ma chi li pagherà questi soldi? I cittadini, come è già accaduto per i 49 milioni che ancora devono essere restituiti?”.
Il riferimento è ovviamente ai 49 milioni di euro di rimborsi elettorali che la Lega deve ancora restituire allo Stato dopo la condanna definitiva per truffa: un paragone che trasforma il tema della penale del Ponte in una battaglia simbolica sul rapporto tra partiti, gestione del denaro pubblico e responsabilità verso i contribuenti.
Danno erariale e doppia trappola: penali nuove e vecchi contenziosi
Non c’è solo la penale potenziale da 1,5 miliardi. Alcune analisi indipendenti, come quelle dell’avvocata Anna Notarianni, storica legale del WWF, e di altre fonti tecniche, ricordano che intorno al Ponte si muove da anni una doppia partita:
da un lato i vecchi contenziosi legati allo stop del 2013 e alla messa in liquidazione della Stretto di Messina, con richieste di risarcimento che, tra Anas e altri soggetti, hanno toccato centinaia di milioni;
dall’altro le nuove penali previste dal contratto aggiornato con Eurolink, che potrebbero scattare se, dopo aver rimesso in moto l’operazione, il progetto dovesse essere nuovamente fermato per problemi ambientali, contabili o europei.
Il rischio, spiegano gli esperti, è quello di un danno erariale: se il governo procede in modo forzato nonostante rilievi gravi e prevedibili (come quelli della Corte dei Conti e delle direttive UE), e l’opera dovesse fermarsi ancora, le penali e gli esborsi potrebbero tradursi in responsabilità contabile per chi ha firmato gli atti.
È proprio su questo crinale che si colloca l’allarme di Costa: un’opera già nel mirino della magistratura contabile, con un quadro normativo fragile e un contratto che, se va storto qualcosa, lega lo Stato a un conto finale potenzialmente devastante.
Politica, propaganda e istituzioni: il Ponte come linea di frattura
L’intervento di Costa non è solo tecnico. Sullo sfondo, c’è una battaglia politica che riguarda:
la narrazione del Ponte come simbolo di modernità e crescita, cavalcata da Salvini;
la contestazione di M5S, Avs e di un fronte variegato di comitati, giuristi e ambientalisti, che vedono nell’opera un “pasticcio giuridico e finanziario” più che un volano di sviluppo.
Il ministro prova a spostare il discorso sulla volontà popolare (“milioni di italiani lo vogliono”) e sull’Europa (“ce lo chiede l’Europa”), ma le carte della Corte dei Conti e i richiami alle direttive Habitat e Appalti raccontano un’altra storia: oggi è proprio l’Europa, attraverso le sue regole, a frenare l’iter voluto da Salvini.
In questo quadro, il Ponte diventa:
un test di affidabilità sulle finanze pubbliche e sul rispetto delle norme UE;
un terreno di scontro istituzionale tra governo e Corte dei Conti;
un banco di prova politico per chi, come Costa, lega il tema del Ponte alla questione più ampia del rapporto tra potere politico, ambiente, legalità e responsabilità sui soldi dei contribuenti.
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L’affondo di Sergio Costa alla Camera cristallizza in poche frasi il paradosso del Ponte sullo Stretto nel 2025: un progetto rilanciato con toni trionfalistici, ma fermato dalla Corte dei Conti e circondato da un perimetro di rischi giuridici e finanziari sempre più evidenti.
Da un lato c’è un governo che promette cantieri, sviluppo e “ce lo chiede l’Europa”; dall’altro una serie di atti ufficiali – dalle motivazioni della Corte ai rilievi degli esperti, passando per le stesse direttive UE – che parlano di violazioni ambientali, forzature sugli appalti, mancato rispetto delle procedure. In mezzo, un contratto che prevede una penale monstre fino a 1,5 miliardi di euro se l’opera dovesse fermarsi di nuovo.
La domanda posta da Costa in aula – “Ma chi li pagherà questi soldi?” – va oltre la polemica di giornata. È la domanda che riguarda ogni cittadino: quanto siamo disposti a rischiare, in termini di debito pubblico e di credibilità istituzionale, per un’opera che ancora oggi non ha superato il vaglio pieno delle regole europee e nazionali?
Il futuro del Ponte resta appeso a un filo fatto di pareri, ricorsi, contenziosi e scelte politiche. Ma dopo il question time del 3 dicembre, una cosa è chiara: la partita non si gioca più solo sul terreno della propaganda. Si gioca, sempre di più, su quello – molto più stringente – della legalità e della responsabilità verso le casse dello Stato.



















