Sanremo 2026 è ripartito con l’ambizione di essere, nelle parole del direttore artistico e conduttore Carlo Conti, un Festival “nel segno della varietà e della freschezza”, capace di raccontare la musica italiana di oggi mescolando pop, rock, rap e ballad. La 76ª edizione va in onda dal 24 al 28 febbraio su Rai 1 (e sulle piattaforme Rai), con Laura Pausini al fianco di Conti in tutte e cinque le serate e un cast di co-conduttori che cambia di giorno in giorno. Il dispositivo “Sanremo diffuso” è confermato: c’è il Suzuki Stage in piazza Colombo, ci sono i collegamenti dalla nave Costa Toscana con Max Pezzali, e attorno all’Ariston ruota l’intero racconto social ufficiale della kermesse. Insomma, Sanremo resta l’evento-mediatico totale: musica in teatro, spettacolo in esterna, contenuti ovunque. In questo scenario, la prima serata ha già consegnato una fotografia della gara: la “top 5” (in ordine casuale, senza posizioni) annunciata a fine puntata comprende Arisa, Fulminacci, Serena Brancale, Ditonellapiaga e Fedez & Marco Masini.
L’irruzione sulla passerella: cosa è successo davanti all’Ariston
Ma fuori dal teatro, proprio nel momento in cui l’attenzione è massima e le telecamere cercano look, arrivi e dichiarazioni a caldo, è arrivato lo “strappo” della serata inaugurale: un gruppo di attivisti di Extinction Rebellion ha invaso la passerella davanti all’Ariston — il “blue carpet” — superando le transenne e mostrando cartelli con slogan contro sponsor e politiche definite “ecocide”.
Secondo la ricostruzione, erano “una decina” di persone. La sicurezza è intervenuta immediatamente: gli striscioni sono stati rimossi e i manifestanti allontanati. Alcuni risultano “in stato di fermo”. Tra i cartelli, uno è diventato subito emblematico perché costruito come un contro-ritornello sanremese: “Stella Stellina, l’ecocidio si avvicina”, in riferimento al brano in gara di Ermal Meta. L’azione, quindi, non si è limitata a interrompere un passaggio: ha cercato deliberatamente di usare il linguaggio del Festival (titoli, tormentoni, slogan) per far passare un messaggio politico-ambientale nel punto più visibile della “macchina Sanremo”.
Perché proprio il “blue carpet”: il peso simbolico (e commerciale) della passerella
Il bersaglio non è casuale. Da comunicazioni ufficiali, Eni (con Enilive e Plenitude) è partner del Festival e “come da tradizione” l’Eni Carpet unisce piazza Colombo all’ingresso del Teatro Ariston, ospitando anche la sfilata dei cantanti e iniziative dedicate al pubblico. In altre parole: la passerella non è solo passerella, ma un asset di comunicazione con un naming e un racconto integrato nell’evento.
È esattamente qui che Extinction Rebellion ha deciso di colpire: non sul palco, non durante l’esibizione di un artista, ma sul confine tra spettacolo e marketing, dove la sponsorizzazione diventa “esperienza” (foto ricordo, installazioni, contenuti con creator).
Le accuse: “ripulire l’immagine” e l’effetto vetrina della cultura
Nella nota riportata, Extinction Rebellion lega l’azione a una denuncia più ampia: Eni, sostengono, investirebbe massicciamente in sponsorizzazioni sportive e culturali per “ripulire” l’immagine di gigante dei combustibili fossili. Viene citato un report di Oil Change International (2023) secondo cui nel 2022 le attività di Eni avrebbero generato 419 milioni di tonnellate di emissioni nette di gas serra.
Il confronto evocato dagli attivisti si appoggia anche ai numeri delle emissioni nazionali: l’ISPRA indica per l’Italia, nel 2022, circa 413 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente (dato “totale” del sistema nazionale di inventario). È su questa vicinanza/sorpasso di grandezza che si regge l’impatto comunicativo della protesta. A rafforzare la critica sul piano “culturale” viene richiamato anche il lavoro dell’organizzazione A Sud, che in un dossier dedicato parla di strategie di “cultural washing” legate al finanziamento di iniziative culturali come leva reputazionale.
Non solo Eni: l’attacco a Costa Crociere e il nodo GNL
Nel mirino finisce anche Costa Crociere, altro main sponsor: Extinction Rebellion contesta che, pur presentando piani e obiettivi di decarbonizzazione verso il 2050, la compagnia continui a promuovere il GNL come opzione “sostenibile” per la propulsione delle navi.
Qui si apre un dibattito tecnico e politico più ampio: nel trasporto marittimo il GNL viene spesso descritto come combustibile di transizione rispetto a carburanti più inquinanti, ma resta un combustibile fossile e la sua “sostenibilità” è oggetto di contestazione da parte di movimenti climatici e associazioni ambientaliste. (Sanremo, in questo senso, diventa un megafono di una disputa che normalmente resta confinata a report e convegni.)
Un fronte che cresce: la contestazione agli sponsor “inquinanti”
La protesta sul blue carpet non arriva nel vuoto. Greenpeace Italia, ad esempio, nei giorni del Festival ha parlato di “paradosso” e di rischio greenwashing da parte di sponsor come Eni, chiedendo trasparenza e mettendo al centro il tema dell’uso di grandi eventi come vetrina reputazionale.
Dall’altra parte, Eni rivendica la partnership e la propria narrazione di transizione attraverso Enilive e Plenitude, inserendo la sponsorizzazione in un racconto di “energie diverse” e iniziative sul territorio legate al Festival.
E, sul piano strategico, l’azienda dichiara l’obiettivo di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050 nel proprio percorso di decarbonizzazione.
La tensione di fondo: musica, marketing e crisi climatica
Il punto politico della serata non è stato tanto “l’interruzione” (durata poco, neutralizzata dalla sicurezza), quanto l’idea che l’intrattenimento più popolare del Paese non possa più considerarsi impermeabile alla crisi ecoclimatica e al modo in cui grandi marchi si posizionano attraverso la cultura. Per Extinction Rebellion, permettere alle aziende ritenute tra le più responsabili della crisi climatica di sponsorizzare Sanremo è paragonabile — per logica — a un’ipotetica sponsorizzazione del Festival da parte del tabacco: un “conflitto” tra ciò che l’evento celebra e ciò che lo finanzia.
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Sanremo 2026 nasce per celebrare la “varietà” musicale e per raccontare l’Italia che canta, ma l’irruzione sul blue carpet segnala che, nel cuore dello show-business, si sta aprendo un fronte di contestazione nuovo (o quantomeno più visibile): quello che mette in discussione chi paga la festa e con quale ritorno d’immagine. Che l’azione si sia consumata in pochi minuti e con alcuni fermi non cambia il dato centrale: il Festival, anche quest’anno, non è soltanto una gara di canzoni. È un campo simbolico in cui si scontrano narrazioni opposte — quella dello spettacolo e quella dell’emergenza climatica — e dove basta una manciata di secondi sul tappeto più famoso d’Italia per trasformare una passerella in un caso politico.



















