Il colpo è arrivato, ed è stato politico prima ancora che numerico. La bocciatura della riforma della giustizia al referendum ha segnato per Giorgia Meloni una battuta d’arresto netta, con il No avanti di circa sette punti e un’affluenza alta, intorno al 58,9%, che ha dato al risultato un peso ancora maggiore. Eppure, dentro Palazzo Chigi, la linea non è quella della ritirata. Al contrario: la premier prova a trasformare la sconfitta in una prova di resistenza, stringendo i ranghi della maggioranza e cercando di impedire che le opposizioni possano capitalizzare subito il successo.
È in questo quadro che torna a circolare, con più insistenza rispetto alle settimane precedenti, il tema delle elezioni anticipate. Non come scelta già decisa, né come scenario immediato, ma come opzione che la maggioranza non vuole togliere completamente dal tavolo. Il senso politico della mossa sarebbe chiaro: evitare di subire l’iniziativa del centrosinistra e del fronte del No, che già dopo il voto ha provato a presentare il risultato come un avviso di sfratto per il governo.
Una sconfitta che pesa, ma non apre una crisi immediata
Il primo dato da cui partire è questo: il referendum non ha provocato, almeno per ora, una crisi di governo formale. La linea riferita nei retroscena è quella di una Meloni fredda, consapevole della portata del passaggio ma orientata a contenere i danni e a portare l’esecutivo fino al 2027, “stringendo i bulloni” e tenendo insieme la macchina della maggioranza. È una gestione che punta a evitare reazioni impulsive, dimissioni o strappi immediati, proprio per non offrire alle opposizioni l’immagine di un governo già in ritirata.
Ma questo non significa che nulla sia cambiato. Anzi. Per la prima volta dopo anni di crescita e di apparente controllo della scena, Meloni deve misurarsi con una sconfitta politica chiara su una riforma fortemente identitaria. Il referendum ha mostrato che il centrodestra non è invincibile e che una mobilitazione larga può incrinare il rapporto diretto tra la premier e il suo elettorato. È questo l’elemento che rende il passaggio così delicato.
Il nodo vero: anticipare la controffensiva delle opposizioni
La questione centrale, adesso, non è solo reggere il colpo. È capire come impedirne la sedimentazione. Perché il rischio più serio per Meloni non è tanto una sfiducia parlamentare — che oggi non sembra all’orizzonte — ma il logoramento progressivo del suo primato politico. Il giorno dopo il referendum, infatti, Schlein e Conte hanno già cercato di trasformare la vittoria del No in una base politica per il rilancio del campo alternativo, aprendo anche al tema delle primarie.
Ed è proprio qui che si colloca la possibile “mossa” della premier: accelerare sui tempi della propria iniziativa, non lasciare che siano le opposizioni a dettare il ritmo e, se necessario, tenere viva la minaccia del voto anticipato come strumento di pressione politica. Ufficialmente il tema viene smentito o ridimensionato. Ma nei corridoi della maggioranza se ne parla, proprio perché una convocazione anticipata delle urne potrebbe cogliere il centrosinistra ancora in una fase di riorganizzazione, evitando che il referendum diventi il primo mattone di una coalizione più strutturata. Questa resta però, allo stato attuale, un’ipotesi politica e non una decisione formalizzata.
Le crepe nella maggioranza e il fronte giustizia
Se la strategia complessiva è quella del contenimento, il punto più fragile resta il ministero della Giustizia. La sconfitta referendaria ha inevitabilmente indebolito Carlo Nordio, volto principale del Sì durante tutta la campagna. Tuttavia, le notizie emerse nelle ore successive al voto indicano che il Guardasigilli non avrebbe intenzione di dimettersi, e dentro la maggioranza prevale la linea della sua permanenza, almeno nel breve periodo.
Molto più esposta appare invece la posizione di Andrea Delmastro, che da settimane rappresenta un fronte di polemica interna ed esterna. Diversi retroscena lo descrivono come l’anello più debole della catena, il punto su cui Palazzo Chigi potrebbe scegliere di intervenire per chiudere almeno uno dei dossier più ingombranti aperti dopo il referendum. Anche in questo caso, però, si parla di indiscrezioni e di scenari in evoluzione, non di un passaggio già compiuto.
Attorno a Nordio, Bartolozzi e Delmastro si concentra una parte rilevante del malumore di Fratelli d’Italia. La campagna referendaria, secondo diverse letture interne, avrebbe sofferto di errori di impostazione, toni giudicati inefficaci e un linguaggio troppo tecnico o troppo aggressivo verso la magistratura. Non a caso, tra le analisi del dopo voto è emersa anche la voce di Fabio Rampelli, che ha ammesso difficoltà comunicative e ha indicato un sentimento anti-governativo e anti-usa tra i fattori che avrebbero pesato sul risultato.
Il Quirinale sullo sfondo, ma senza passaggi traumatici
Sul piano istituzionale, l’idea che la premier possa salire subito al Quirinale per aprire una crisi o chiedere nuove elezioni non trova al momento conferme solide. Più plausibile è uno scenario di gestione interna del contraccolpo, senza drammatizzazioni formali e senza offrire sponde a chi, nelle opposizioni, spera di leggere il referendum come l’inizio della fine dell’esecutivo. In altre parole: Meloni punta a mostrarsi padrona della situazione, non costretta dagli eventi.
Questo non esclude che il Colle entri più avanti, indirettamente o direttamente, nei ragionamenti strategici. Ma il segnale che Palazzo Chigi vuole dare adesso è opposto: nessun panico, nessuna resa, nessuna accelerazione che sembri imposta dagli avversari. Se ci sarà una scelta forte, dovrà apparire come una mossa governata, non come una conseguenza obbligata della sconfitta.
L’arma della legge elettorale
C’è poi un altro terreno su cui la maggioranza potrebbe cercare di recuperare l’iniziativa: quello della legge elettorale. Da settimane il tema circola nel dibattito politico, e dopo il referendum potrebbe tornare centrale. L’idea di fondo è semplice: se il governo deve affrontare una fase più difficile, allora può provare a ridisegnare il campo di gioco prima che l’opposizione trovi un equilibrio stabile. Repubblica aveva già segnalato, all’inizio di marzo, che anche dalle opposizioni si guardava con attenzione al dossier della nuova legge elettorale, segno che il tema era già considerato strategico prima del voto.
Per Meloni, lavorare su questo fronte significa due cose. Da una parte, parlare al proprio blocco di potere e rassicurarlo sul fatto che il governo ha ancora un’agenda. Dall’altra, mettere pressione a un’opposizione che dopo il referendum si sente rafforzata ma che resta divisa su leadership, alleanze e regole del gioco. In questo senso, l’ipotesi di elezioni anticipate e quella di una nuova legge elettorale si tengono insieme: entrambe servono a non lasciare all’altro campo il tempo di trasformare una vittoria referendaria in una proposta di governo compiuta.
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Meloni non arretra, ma il quadro è cambiato
Il punto politico più rilevante, alla fine, è proprio questo: Meloni non sembra intenzionata ad arretrare. La sconfitta è stata incassata, ma non tradotta in un cambio di linea immediato. Nessun passo indietro, nessuna auto-liquidazione, nessuna ammissione di fine ciclo. La premier prova a restare in controllo e a scegliere da sé il terreno del prossimo scontro.
Ma, al tempo stesso, il quadro è cambiato. Il referendum ha rotto l’impressione di imbattibilità del governo e ha rimesso in movimento tutti gli altri attori: le opposizioni, la magistratura, i centristi, gli alleati interni, perfino i settori più inquieti della stessa maggioranza. Per questo la partita che si apre adesso è molto più ampia del voto appena archiviato.
La vera mossa di Meloni, allora, non è ancora un atto formale. È una postura politica: serrare i ranghi, evitare che la sconfitta si trasformi in sfiducia diffusa e tenere sul tavolo, come leva, tutto ciò che può costringere gli avversari a inseguire. Elezioni anticipate comprese. Non perché siano già dietro l’angolo, ma perché in questa fase anche solo evocarle può servire a ribaltare il tavolo e a ricordare a tutti che la premier, nonostante il colpo, vuole restare quella che decide i tempi della crisi.

















