Shock su caso Sigfrido Ranucci – Ora è costretto a intervnire il Viminale – Ecco cosa sta accadendo

Dopo la bomba esplosa in ottobre sotto casa di Sigfrido Ranucci a Campo Ascolano, il ministero dell’Interno ha deciso un salto di livello nella protezione del conduttore di Report: scorta rafforzata, più agenti in borghese, due auto blindate e un presidio dell’esercito davanti all’abitazione alle porte di Roma. Una misura che, per un giornalista, ha pochi precedenti e che racconta meglio di qualsiasi discorso quanto lo Stato ritenga concreto il pericolo che corre chi fa inchieste su mafia, poteri deviati e affari sporchi.

La decisione del Viminale: livello di rischio da 4 a 2

Secondo quanto ricostruito da il Fatto Quotidiano, l’Ucis – l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale del Viminale – ha notificato a Ranucci, il 30 novembre, il cambio di regime di tutela: il dispositivo di protezione passa dal livello 4 al livello 2, cioè da uno dei gradini più bassi a uno decisamente più alto nella scala usata per valutare il rischio.

Nel concreto questo significa che non ci sarà più una sola auto blindata con due agenti, ma due vetture blindate e quattro uomini di scorta, con turni H24. A questi si aggiunge un presidio dell’esercito a sorvegliare stabilmente la casa del cronista a Campo Ascolano, frazione di Pomezia, vicino a Roma. Una scelta che il Viminale avrebbe motivato con l’evoluzione delle indagini sull’attentato del 17 ottobre e con quanto emerso nell’audizione segreta di Ranucci davanti alla Commissione parlamentare Antimafia.

Per un giornalista, avere non solo la scorta rafforzata ma anche militari davanti casa è un segnale pesantissimo: lo Stato considera concreto il rischio di un nuovo attacco e ritiene che l’obiettivo non sia solo la persona, ma la sua funzione pubblica.

L’attentato di ottobre: due esplosioni sotto casa, distrutte le auto

La notte tra il 16 e il 17 ottobre, intorno alle 22, due esplosioni in sequenza hanno distrutto l’auto di Ranucci e quella di sua figlia, parcheggiate davanti al cancello di casa a Campo Ascolano. Per fortuna non ci sono stati feriti, ma la potenza dell’ordigno – una bomba carta “potenziata” con oltre un chilo di polvere pirica, secondo le prime analisi – avrebbe potuto uccidere chiunque si fosse trovato nei pressi delle vetture.

L’inchiesta è affidata alla Direzione distrettuale antimafia di Roma, che procede per danneggiamento aggravato dal metodo mafioso. Gli investigatori stanno lavorando sull’ipotesi di un attentatore esperto di esplosivi, forse un ex militare dell’Est Europa legato al sottobosco della malavita romana, che avrebbe agito su commissione. Le tracce raccolte – pedinamenti, riprese video, movimenti sospetti attorno alla casa – indicano un’azione studiata nei dettagli.

Lo stesso Ranucci ha parlato di “quattro o cinque piste, che però alla fine portano tutte negli stessi ambienti”, cioè mondi criminali interessati dalle inchieste di Report degli ultimi anni.

Minacce di lunga data: ‘ndrangheta, narcotraffico e poteri deviati

L’attentato di ottobre non arriva dal nulla. Ranucci vive da anni sotto tutela: dal 2009, dopo le prime minacce legate al libro Il Patto sulla trattativa Stato–mafia, raccontate dallo stesso programma Report; poi dal 2021, quando viene intercettato il progetto di un narcotrafficante vicino alla ’ndrangheta – con legami persino al cartello colombiano di Pablo Escobar – di assoldare due killer stranieri per ucciderlo.

All’epoca, Ranucci spiegò di essere sotto scorta 24 ore su 24, con auto blindata e due agenti che lo seguivano in tutti gli spostamenti. L’uomo ritenuto mandante delle minacce era in carcere e secondo gli investigatori avrebbe ordinato l’omicidio come ritorsione per alcune inchieste televisive che toccavano affari di narcotraffico e rapporti tra criminalità organizzata, estrema destra e servizi deviati.

Negli anni successivi il giornalista ha continuato a ricevere intimidazioni: proiettili lasciati nei pressi di casa, tentativi di effrazione, pedinamenti. Fino alla bomba di Campo Ascolano, che lui stesso ha definito “un salto di qualità” nelle minacce, perché per la prima volta è stata direttamente coinvolta anche la famiglia.

L’audizione segreta in Antimafia e il ruolo della politica

La decisione del Viminale non nasce solo dall’attentato, ma anche da quanto Ranucci ha raccontato alla Commissione parlamentare Antimafia il 4 novembre. Una parte dell’audizione è stata secretata su richiesta del giornalista, che ha chiesto telecamere e microfoni spenti quando si è arrivati a parlare di pedinamenti, servizi segreti e possibili collegamenti tra alcune sue inchieste e l’attentato di ottobre.

In quella sede, Ranucci ha spiegato che dopo la bomba la sua scorta era già stata portata al livello 4, con una coppia di agenti e un’auto blindata. Ha inoltre riferito di essere stato seguito dopo una puntata di Report dedicata alla premier Giorgia Meloni, arrivando a citare il nome del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari come possibile referente politico di quei pedinamenti, accusa che Fazzolari ha respinto con forza.

Sulla base di quella parte secretata, la presidente dell’Antimafia Chiara Colosimo (Fratelli d’Italia) ha scritto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi chiedendo formalmente un rafforzamento delle misure di sicurezza. Lo stesso Piantedosi, in un’informativa urgente alla Camera, aveva definito l’attentato “un attacco alla libertà di stampa e ai valori fondamentali della nostra democrazia”, ricordando anche il precedente dei proiettili trovati vicino all’abitazione di Ranucci nel luglio 2025.

L’esercito sotto casa: un simbolo inquietante

Il passaggio dal livello 4 al livello 2 e il coinvolgimento dell’esercito trasformano la casa di un giornalista in una sorta di obiettivo militare da proteggere, come un magistrato antimafia o un testimone di giustizia ad altissimo rischio. Per chi vive lì – Ranucci, la sua famiglia, i vicini – significa check-point permanenti, controlli continui, pattuglie armate.

Dal punto di vista simbolico è uno schiaffo alla retorica di chi, negli ultimi anni, ha minimizzato gli attacchi alla stampa, liquidandoli come “esagerazioni” o “vittimismo dei giornalisti”. Se per difendere un cronista serve schierare l’esercito, vuol dire che il livello di minaccia prodotto da certi intrecci tra mafia, affari e politica è considerato molto alto dallo stesso Stato.

Allo stesso tempo, però, l’immagine di un giornalista blindato da quattro agenti e da militari davanti al cancello racconta anche una sconfitta collettiva: la democrazia che non riesce a garantire condizioni ordinarie a chi esercita un diritto costituzionale, quello di informare.

Il contesto: in Italia le minacce ai giornalisti esplodono

Il caso Ranucci si inserisce in un quadro già allarmante. Secondo i dati dell’Osservatorio del Viminale su cronisti minacciati, nei primi sei mesi del 2025 si sono registrati 81 atti intimidatori contro operatori dell’informazione, con un aumento del 76% rispetto allo stesso periodo del 2024.

L’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione segnala che nel solo 2024 in Italia ci sono state 516 minacce o intimidazioni a giornalisti, blogger e altri operatori dell’informazione; nei primi sei mesi del 2025 i cronisti minacciati sono stati 361, il 78% in più rispetto all’anno precedente.

Un’analisi pubblicata alla vigilia del 2 novembre – giornata ONU contro l’impunità per i crimini contro i giornalisti – ricorda inoltre che nel nostro Paese oltre 250 cronisti vivono sotto forme di vigilanza (pattuglie sotto casa, controlli, sorveglianza dinamica) e almeno 22 sono attualmente sotto scorta piena per minacce ritenute gravissime, spesso legate a criminalità organizzata e corruzione.

In questo scenario, l’escalation contro il conduttore di Report è solo la punta di un iceberg, ma rischia di diventare un precedente: se chi indaga sui poteri forti deve essere protetto come un obiettivo sensibile, quanti altri saranno disposti a fare lo stesso mestiere?

Leggi anche

La scelta del Viminale di raddoppiare la scorta a Sigfrido Ranucci e di schierare l’esercito a presidio della sua abitazione è una decisione shock non solo per l’impatto mediatico, ma per ciò che rivela: in Italia, nel 2025, fare giornalismo di inchiesta può esporre a rischi paragonabili a quelli di chi combatte direttamente la criminalità organizzata.

Il messaggio istituzionale è duplice. Da una parte è un segnale forte di tutela: lo Stato, sollecitato dall’Antimafia e da una vasta mobilitazione di opinione pubblica, dice di voler difendere concretamente chi viene colpito per il suo lavoro. Dall’altra, però, fotografa un paradosso: la libertà di stampa viene riconosciuta come valore fondamentale proprio nel momento in cui deve circondarsi di blindati e soldati.

A questo punto non basta più la solidarietà di rito, né l’ennesimo appello alla calma. Servono inchieste rapide e trasparenti sull’attentato, una risposta penale esemplare per chi ha progettato e realizzato l’esplosione di Campo Ascolano, e soprattutto riforme che limitino l’uso intimidatorio di querele temerarie e campagne d’odio contro i cronisti.

Finché per raccontare i fatti sarà necessario vivere dietro un cordone di militari, ogni bomba contro un giornalista non colpirà solo una persona, ma l’idea stessa di una democrazia che si regge su informazione libera, scomoda e, proprio per questo, indispensabile.

Condividi sui tuoi social:

Articoli popolari

Voce dei Cittadini