Shock totale al Governo – Arrivano i licenziamenti shock che fanno traballare tutto – L’ACCADUTO

Non è una semplice riorganizzazione interna. Non è un normale cambio di squadra. La decisione di Alessandro Giuli di revocare gli incarichi a Emanuele Merlino ed Elena Proietti apre una frattura politica profonda dentro il Ministero della Cultura e, soprattutto, dentro la stessa maggioranza di governo.

Dietro i decreti di revoca, infatti, si intravede molto più di una questione amministrativa: c’è uno scontro di potere, una resa dei conti interna, un tentativo del ministro di liberarsi da figure considerate troppo legate al cuore politico di Fratelli d’Italia e a Palazzo Chigi.

La mossa di Giuli che scuote il Mic

Alessandro Giuli ha deciso di azzerare una parte fondamentale del proprio staff. A essere rimossi sono stati Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del ministero, ed Elena Proietti, capo della segreteria personale.

Due nomi tutt’altro che secondari. Merlino viene indicato come una figura vicina al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, uno degli uomini più influenti del cerchio meloniano. Proietti, invece, è un’esponente di Fratelli d’Italia umbra, considerata molto vicina a Giorgia Meloni.

La loro uscita di scena, quindi, non può essere letta solo come un cambio organizzativo. È un segnale politico preciso: Giuli sembra voler marcare una distanza dalla rete di controllo che il partito aveva costruito attorno al ministero.

Il caso Regeni e il licenziamento di Merlino

Il primo nodo riguarda Emanuele Merlino e la vicenda del documentario “Giulio Regeni, Tutto il male del mondo”. La struttura tecnica del ministero aveva negato i finanziamenti pubblici all’opera, una decisione che aveva provocato polemiche e accuse di censura.

Per Giuli, quel caso rischiava di diventare un boomerang politico. Il ministro, che ha cercato di accreditarsi come figura di profilo culturale autonomo e non rigidamente ideologica, si sarebbe trovato associato a una scelta percepita come chiusa, opaca e politicamente pesante.

Durante i David di Donatello, Giuli aveva già preso le distanze da quella decisione, parlando di “inaccettabile caduta” e invocando un “sovrappiù di coscienza morale”. Parole che oggi sembrano anticipare il siluramento di Merlino.

Una rottura con l’ala più dura

La rimozione di Merlino appare così come un messaggio diretto: il ministro non vuole più essere considerato il terminale burocratico della linea più dura della maggioranza. Vuole dimostrare che il Ministero della Cultura non è una semplice proiezione del partito, ma un’istituzione capace di muoversi con autonomia.

È una scelta rischiosa, perché colpisce una figura collegata a un’area molto potente di Fratelli d’Italia. Ma proprio per questo ha un valore politico ancora più forte. Giuli sembra aver deciso di rompere il cordone che lo legava al nucleo più vicino a Palazzo Chigi.

Il caso Proietti e il “giallo” di New York

Diversa, ma non meno significativa, la vicenda di Elena Proietti. Secondo le ricostruzioni, la crisi di fiducia sarebbe esplosa durante una missione ufficiale a New York.

Proietti non si sarebbe presentata all’imbarco, lasciando il ministro senza il necessario supporto operativo in una trasferta internazionale importante. Un episodio che Giuli avrebbe interpretato come un segnale di distacco, se non addirittura come uno sgarbo politico.

Da qui la decisione di revocare anche il suo incarico, completando quella che appare come una vera e propria pulizia interna dello staff più legato a Fratelli d’Italia.

Il ministro cerca autonomia, ma resta più solo

Il punto politico è proprio questo: Giuli prova a rivendicare indipendenza, ma nel farlo rischia di restare isolato. Eliminando due figure considerate vicine al partito, il ministro si libera di un controllo interno, ma perde anche una parte della protezione politica che gli garantiva copertura dentro la maggioranza.

In un governo dove i rapporti di forza contano moltissimo, restare senza una rete solida può diventare pericoloso. Soprattutto in una fase in cui Giuli è già al centro di altri scontri.

Lo scontro con Salvini e il caso Biennale

Il ministro della Cultura, infatti, è finito anche in rotta di collisione con Matteo Salvini. Prima per il Piano Casa, poi per la vicenda del padiglione russo alla Biennale di Venezia.

Giuli ha criticato duramente la scelta del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di consentire alla Russia di partecipare con un proprio padiglione. Salvini, invece, ha difeso Buttafuoco ed è andato a visitare il padiglione russo, schierandosi di fatto contro la linea del ministro.

Un altro episodio che conferma quanto Giuli sia ormai dentro un campo minato politico: da una parte le frizioni con la Lega, dall’altra il rapporto sempre più complicato con Fratelli d’Italia.

Perché ora rischia anche Giuli

Il paradosso è che la mossa con cui Giuli prova a rafforzarsi potrebbe indebolirlo. Se il ministro riuscirà a sostituire rapidamente i suoi collaboratori e a garantire continuità amministrativa, potrà presentare questa scelta come un atto di autorità.

Ma se il ministero dovesse rallentare, soprattutto su dossier delicati come quelli legati al PNRR, la sua posizione potrebbe diventare fragile. Palazzo Chigi potrebbe usare eventuali ritardi o difficoltà gestionali come argomento per commissariare politicamente il dicastero o per chiedere un cambio di passo.

E in quel caso le richieste di dimissioni già arrivate dalle opposizioni, a partire da Matteo Renzi, potrebbero trasformarsi da semplice attacco politico in una pressione reale.

Un ministero diventato campo di battaglia

Il Ministero della Cultura si conferma così uno dei luoghi più instabili del governo. Dopo le polemiche, gli scontri e i casi interni, la decisione di Giuli segna un punto di non ritorno.

Il ministro sembra voler dire che non accetterà più di essere guidato dall’esterno. Ma la politica, soprattutto dentro una maggioranza molto gerarchica, raramente perdona chi prova a sottrarsi alle catene di comando senza avere una forza autonoma sufficiente.

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Il terremoto al Mic racconta molto più del destino di due collaboratori licenziati. Racconta una maggioranza attraversata da sospetti, rivalità e tensioni sempre più evidenti. Giuli ha scelto di rompere con pezzi importanti dell’apparato meloniano per rivendicare autonomia e controllo sul proprio ministero.

Ma ora la domanda è un’altra: questa scelta lo rafforzerà o lo renderà il prossimo bersaglio?

Perché quando un ministro rompe con il proprio partito, litiga con gli alleati e resta senza una protezione politica chiara, ogni errore può diventare decisivo. Giuli ha provato a liberarsi dai suoi controllori. Ora dovrà dimostrare di poter restare in piedi da solo.

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