Si riapre caso Berlusconi – Dell’Eutri – Arriva un’altra confessione che…

Una nuova iniziativa di Giuseppe Graviano torna a riaccendere uno dei capitoli più delicati e controversi della storia giudiziaria italiana legata alle stragi mafiose dei primi anni Novanta. Il boss di Brancaccio, attraverso il proprio legale, ha manifestato la volontà di essere sentito dai magistrati di Caltanissetta e di fornire ulteriori elementi nell’ambito del procedimento che riguarda le stragi del 1992 e nel quale, secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, è stata avanzata una richiesta di archiviazione per l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri.

Il punto politicamente e mediaticamente più esplosivo riguarda però i riferimenti a Silvio Berlusconi e allo stesso Dell’Utri, sui quali Graviano sostiene di avere ancora elementi da riferire. Non si tratta, è bene precisarlo, di nuovi fatti già accertati giudiziariamente né di prove che modifichino automaticamente il quadro processuale: siamo davanti alla disponibilità manifestata da un boss mafioso a tornare davanti ai magistrati e ad approfondire dichiarazioni e circostanze già emerse in precedenti procedimenti. Proprio per questo saranno eventualmente i giudici e la Procura a dover stabilire se le nuove informazioni siano rilevanti, verificabili e utilizzabili.

Graviano vuole essere ascoltato: «Ci sono altri aspetti da approfondire»

Secondo la ricostruzione pubblicata dal quotidiano, la decisione sarebbe maturata dopo che Graviano avrebbe appreso dalla televisione della richiesta di archiviazione nel procedimento di Caltanissetta. A quel punto il boss e il suo difensore avrebbero discusso a lungo sul modo in cui rendere pubblica la posizione di Graviano, scegliendo infine di rivolgersi direttamente all’autorità giudiziaria.

La linea del legale è quella di evitare messaggi indiretti o ambigui. Nella comunicazione inviata agli uffici giudiziari viene sostanzialmente affermato che Graviano è disponibile a ripercorrere quanto già dichiarato nel corso del processo “‘Ndrangheta stragista” celebrato a Reggio Calabria e, soprattutto, ad affrontare aspetti che in quella sede non sarebbero stati approfonditi perché estranei all’oggetto specifico di quel procedimento.

Ed è proprio questo il passaggio più importante: secondo la difesa, potrebbero esistere circostanze emerse in passato ma mai approfondite fino in fondo e potenzialmente rilevanti per il fascicolo di Caltanissetta.

I vecchi riferimenti a Berlusconi tornano al centro dell’attenzione

Il nome di Silvio Berlusconi entra nella vicenda attraverso dichiarazioni, intercettazioni e ricostruzioni già emerse negli anni in diversi procedimenti. Graviano aveva parlato in passato di rapporti economici e incontri che, secondo la sua versione, avrebbero coinvolto ambienti riconducibili all’imprenditore milanese prima della sua discesa in politica.

Uno dei passaggi ricordati riguarda quanto emerso nel processo di Reggio Calabria. Secondo la ricostruzione riportata dal giornale, nelle dichiarazioni di Graviano veniva collocato un incontro a Milano nel dicembre del 1993. L’interpretazione prospettata dall’accusa in quel procedimento collegava quella fase alla possibilità di un successivo incontro che avrebbe dovuto tenersi all’inizio del 1994.

Ma quell’appuntamento, secondo la ricostruzione, non si sarebbe mai realizzato perché Giuseppe Graviano venne arrestato nel gennaio del 1994.

Sono elementi che nel corso degli anni hanno alimentato un enorme dibattito giudiziario, storico e politico, ma sui quali è indispensabile distinguere tra le dichiarazioni rese da Graviano, le ipotesi investigative e ciò che è stato effettivamente accertato con sentenze definitive.

Le conversazioni di Graviano in carcere e i riferimenti agli accordi economici

Nel materiale investigativo degli anni successivi sono finite anche alcune conversazioni intercettate durante la detenzione di Graviano. In quelle registrazioni il boss avrebbe fatto riferimento a Berlusconi e a presunti rapporti economici del passato, sostenendo che determinati impegni non sarebbero stati rispettati dopo l’ingresso dell’imprenditore in politica.

Anche queste affermazioni sono state oggetto di analisi da parte della magistratura e non possono essere presentate come fatti definitivamente dimostrati. Il loro interesse nasce però dal fatto che Graviano, oggi, sembra voler tornare proprio su quel complesso di dichiarazioni e chiarire passaggi che, secondo il suo difensore, non sarebbero stati esaminati completamente nelle precedenti occasioni.

Il significato della nuova iniziativa dipenderà quindi soprattutto da una domanda: Graviano intende semplicemente ripetere ciò che ha già detto oppure è realmente in possesso di elementi nuovi e riscontrabili?

È questo il nodo sul quale dovranno eventualmente concentrarsi gli investigatori.

Il precedente Dell’Utri e la condanna definitiva

Il nome di Marcello Dell’Utri è inevitabilmente centrale nella vicenda. L’ex senatore di Forza Italia è stato condannato definitivamente nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa in relazione ai rapporti con Cosa Nostra fino al 1992.

Quella sentenza rappresenta un elemento giudiziariamente accertato e va distinta dalle successive ipotesi investigative sulle stragi e sulle vicende degli anni 1992-1994.

Graviano, in passato, era stato chiamato a testimoniare anche nel procedimento riguardante Dell’Utri, ma in alcune occasioni aveva scelto di non rispondere. Solo molti anni dopo, soprattutto attraverso le intercettazioni in carcere e le dichiarazioni rese nel processo “‘Ndrangheta stragista”, aveva iniziato a parlare più diffusamente del proprio racconto sui rapporti tra mafia, imprenditoria e politica.

Proprio questa evoluzione rende oggi particolarmente significativa la sua richiesta di tornare davanti ai magistrati.

Graviano non è un collaboratore di giustizia

C’è però un elemento fondamentale che impedisce di trattare le sue dichiarazioni come quelle di un normale collaboratore. Giuseppe Graviano non è un pentito e non è un collaboratore di giustizia.

È un boss mafioso condannato per alcuni dei più gravi delitti commessi da Cosa Nostra e, nel corso degli anni, ha alternato lunghi silenzi a dichiarazioni, allusioni e ricostruzioni sulle quali la magistratura ha dovuto compiere complesse verifiche.

Questo significa che qualsiasi nuova affermazione dovrà essere sottoposta a riscontri indipendenti. La semplice dichiarazione di Graviano non basta, da sola, a dimostrare responsabilità di altre persone.

Ed è proprio qui che si giocherà l’eventuale valore giudiziario della nuova iniziativa.

La lettera del legale: «Aspetti non approfonditi a Reggio Calabria»

Particolarmente rilevante appare un passaggio della comunicazione del difensore. Il legale fa riferimento ad alcuni aspetti che, durante l’esame di Graviano davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria, non sarebbero stati approfonditi perché estranei al procedimento allora in corso, ma che potrebbero invece avere un peso nell’inchiesta di Caltanissetta.

È una formulazione che inevitabilmente apre interrogativi.

Se Graviano venisse convocato, i magistrati potrebbero chiedergli di indicare con precisione quali siano questi elementi, da chi possano essere eventualmente confermati e soprattutto se esista materiale documentale o testimoniale in grado di trasformare le sue parole in elementi investigativi concretamente utilizzabili.

La distanza tra una dichiarazione clamorosa e una prova processuale è infatti enorme. Ed è proprio su questo terreno che dovrà muoversi la magistratura.

L’opposizione alla richiesta di archiviazione

La vicenda si inserisce inoltre in una fase processuale già delicata. Secondo quanto riportato nell’articolo, sulla richiesta di archiviazione relativa alla posizione di Dell’Utri è stata presentata opposizione dall’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo Borsellino.

Repici avrebbe inoltre chiesto che venga valutata la possibilità di una nuova udienza alla luce delle circostanze sopravvenute, compresa proprio la disponibilità manifestata da Graviano.

Diversa sarebbe stata invece la posizione dell’avvocato Fabio Trizzino, legale dei figli di Paolo Borsellino, che in una precedente udienza avrebbe concordato con la linea della Procura sulla richiesta di archiviazione.

È dunque un quadro giuridico complesso, nel quale anche le parti legate alla famiglia Borsellino non necessariamente adottano la stessa valutazione processuale.

Il grande interrogativo sulle stragi del 1992 e del 1993

La nuova iniziativa di Graviano riporta inevitabilmente l’attenzione sulla stagione delle stragi. Nel 1992 Cosa Nostra assassinò Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme agli uomini e alle donne delle rispettive scorte. Nel 1993 la strategia terroristica si spostò sul continente con gli attentati di Firenze, Milano e Roma.

Da oltre trent’anni la magistratura cerca di comprendere fino in fondo non soltanto chi materialmente organizzò quelle stragi all’interno di Cosa Nostra, ma anche quale fosse la strategia complessiva perseguita dai vertici mafiosi e se vi fossero interlocuzioni o interessi esterni.

È all’interno di questo enorme capitolo storico e giudiziario che assumono significato le dichiarazioni di Graviano.

Non perché rappresentino automaticamente una verità accertata, ma perché provengono da uno degli uomini che occupavano una posizione di primissimo piano nella struttura mafiosa protagonista della stagione stragista.

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Ora la decisione spetta ai magistrati

La vera novità, quindi, non è l’esistenza delle vecchie dichiarazioni su Berlusconi e Dell’Utri, già note e analizzate negli anni. La novità è che Graviano afferma oggi di essere pronto a tornare davanti alla magistratura e a parlare ancora.

A questo punto sarà il gip di Caltanissetta, insieme agli uffici giudiziari interessati, a valutare se riaprire il contraddittorio e se ascoltare nuovamente il boss prima di decidere definitivamente sulla richiesta di archiviazione.

Soltanto allora sarà possibile comprendere cosa significhi davvero quel «ho altro da dire» attribuito a Graviano.

Potrebbe trattarsi della riproposizione di elementi già conosciuti, oppure potrebbero emergere circostanze mai approfondite. In entrambi i casi, considerando i nomi coinvolti e soprattutto il peso storico delle stragi del 1992, ogni parola dovrà essere verificata con il massimo rigore. Perché su una pagina così drammatica della storia italiana non servono suggestioni o titoli clamorosi: servono fatti, riscontri e verità giudiziariamente accertabili.

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