A pochi giorni dall’attentato che ha distrutto due sue auto davanti all’abitazione di Pomezia, Sigfrido Ranucci torna a parlare. Lo fa con lucidità, determinazione e un filo di amarezza, ma senza arretrare di un millimetro.
Il conduttore di Report, simbolo del giornalismo d’inchiesta italiano, ha pubblicato un post sui social in cui annuncia la ripartenza del programma il 26 ottobre su Rai 3, anticipando i temi della nuova stagione:
“Parleremo di cosa si nasconde dietro la distruzione di Gaza e l’evacuazione di un popolo dopo averlo massacrato. Torneremo poi sulle stragi di mafia e sul ruolo della destra eversiva. Tutto questo, come sempre, con le prove e le voci di chi non si è mai arreso.”
Un ritorno che arriva in un clima teso, tra indagini ancora in corso sull’attentato e un dibattito crescente sul futuro della libertà di stampa in Italia.
L’attentato di Pomezia: un ordigno piazzato da chi “sapeva tutto”
Nella serata del 17 ottobre, una bomba artigianale con circa un chilo di esplosivo è stata fatta detonare davanti alla casa di Ranucci, distruggendo due vetture e danneggiando il cancello d’ingresso.
“Pensavo fosse una bombola del gas”, ha raccontato il giornalista durante l’intervista a Monica Maggioni a In mezz’ora su Rai 3. “Poi sono sceso e ho visto la macchina sventrata. A quel punto ho capito che si trattava di un messaggio. L’ordigno è stato piazzato da chi conosceva le mie abitudini, i miei orari, i miei spostamenti. Non credo ai mandanti politici, ma è chiaro che qualcuno vuole intimidirci.”
La Procura di Roma indaga con l’ipotesi di attentato con finalità di intimidazione, mentre gli inquirenti stanno verificando collegamenti con la criminalità organizzata e con le recenti inchieste di Report sui legami tra mafia, affari e politica.
Le nuove inchieste: Gaza, mafia e la destra eversiva
Nel post pubblicato ieri sui social, Ranucci ha voluto ribadire la linea editoriale di Report, da sempre orientata a toccare i nervi scoperti del potere.
La prima puntata del 26 ottobre partirà con un’inchiesta su Gaza, per analizzare “cosa si nasconde dietro la distruzione sistematica della Striscia e l’evacuazione di un intero popolo dopo mesi di bombardamenti”.
Seguiranno poi due dossier esplosivi: uno sulle stragi di mafia e i loro intrecci ancora irrisolti con apparati dello Stato, e un altro sul ruolo della destra eversiva italiana, con documenti inediti su vecchie e nuove connessioni tra estremismo, economia e potere politico.
“Abbiamo puntate molto delicate che ci attendono”, ha detto Ranucci in diretta tv. “È possibile pensare che a qualcuno faccia comodo spaventarci proprio ora. Ma non posso escludere che tutto sia legato anche a inchieste del passato. Tocchiamo troppi interessi, troppi centri di potere. È il nostro mestiere, e continueremo a farlo.”
Le pressioni e il rischio di censura: “Qualcuno vorrebbe controllarci”
Negli ultimi mesi, il conduttore aveva già denunciato pubblicamente pressioni e tentativi di limitare l’autonomia del programma, dopo le voci su un possibile taglio delle puntate e sul ridimensionamento della redazione di Report.
“È evidente che ci sia una volontà di controllo”, aveva dichiarato lo scorso maggio. “Si cerca di ridurre lo spazio per il giornalismo d’inchiesta, quello vero, quello che non si ferma ai comunicati stampa dei ministeri.”
Il caso Ranucci, con l’attentato e la successiva ondata di solidarietà, ha riacceso il dibattito sulla libertà di stampa in Italia, già messa in discussione da diversi episodi di querele temerarie, minacce e tagli ai programmi critici verso il potere.
“Non credo ai mandanti politici, ma il messaggio è chiaro”
Nell’intervista a In mezz’ora, Ranucci ha cercato di tenere il dibattito lontano dalle speculazioni, ma ha riconosciuto che il clima è pesante:
“Non so chi ci sia dietro, ma è innegabile che il messaggio sia stato chiaro: fermatevi. Io non credo ai mandanti politici, ma è possibile che qualcuno, anche indirettamente, abbia interesse a farci paura. Quando tocchi certi poteri economici o criminali, il rischio è sempre dietro l’angolo.”
Il giornalista ha confermato di essere sotto protezione e di avere piena fiducia negli inquirenti, ma ha sottolineato la necessità di difendere il giornalismo d’inchiesta come presidio democratico:
“Non sono io il bersaglio. Il bersaglio è l’informazione libera. Se ci fermiamo noi, si ferma un pezzo di verità del Paese.”
Un simbolo di resistenza civile
Nonostante la paura, Ranucci non intende cambiare linea. “Report ripartirà con il solito sguardo, quello che da 25 anni non si piega”, ha detto, confermando che le puntate saranno trasmesse senza alcuna modifica o censura preventiva.
“Abbiamo il dovere di raccontare ciò che altri non vogliono raccontare. E se questo dà fastidio, significa che stiamo facendo bene il nostro lavoro.”
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Il ritorno di Report non è solo la ripresa di un programma televisivo, ma un atto di resistenza civile in un Paese dove il giornalismo libero è sempre più sotto pressione.
L’attentato di Pomezia ha reso evidente che chi indaga sui poteri forti — criminali, economici o istituzionali — continua a vivere in un clima di paura e solitudine.
Ma come ha scritto Ranucci nel suo post, citando un vecchio motto di Report:
“La verità non si spegne con una bomba. Si moltiplica, ogni volta che qualcuno prova a zittirla.”


















