Per Giorgia Meloni è solo una foto, una delle tante scattate in anni di militanza e campagne elettorali. Per Sigfrido Ranucci e per la redazione di Report, invece, quello scatto è il punto da cui partire per raccontare una vicenda molto più ampia, che riguarda rapporti, frequentazioni, accessi istituzionali e un intreccio che la politica adesso non riesce più a liquidare come semplice gossip. Il caso esplode attorno al selfie del 2 febbraio 2019, scattato all’Hotel Marriott di Milano durante una grande iniziativa di Fratelli d’Italia in vista delle elezioni europee: accanto alla futura premier c’è Gioacchino Amico, oggi collaboratore di giustizia e imputato nel processo Hydra di Milano.
I fatti da cui parte tutto
La ricostruzione resa pubblica in questi giorni parte da un punto preciso: quel giorno, sostiene Report, Amico non era un passante qualunque capitato per caso a una convention politica, ma una persona presente in sala in mezzo a militanti e dirigenti del partito. Lo scatto, che non risulta agli atti dell’inchiesta Hydra, è stato rilanciato come anticipazione della puntata del 12 aprile 2026 e ha riaperto con forza il dibattito sui rapporti tra ambienti della destra e figure poi finite dentro la grande inchiesta milanese sulle saldature tra camorra, Cosa Nostra e ’ndrangheta in Lombardia.
Chi è Gioacchino Amico
Ed è proprio qui che la storia prende un peso diverso. Per gli inquirenti e per la Dda di Milano, Gioacchino Amico è una figura centrale del cosiddetto “sistema mafioso lombardo” emerso nel procedimento Hydra. ANSA ha riferito che nel maxiprocesso milanese Amico è indicato come presunto vertice del sistema per conto del clan Senese e che il 3 febbraio 2026 ha reso verbale da collaboratore di giustizia. Quando il selfie con Meloni viene scattato, però, Amico non risulta ancora indagato per mafia; aveva però già una condanna definitiva per ricettazione ed era stato arrestato per truffa e associazione a delinquere.
Perché Ranucci dice che non è “un selfie con un fan”
È questo il punto politico su cui insiste Ranucci. La linea del conduttore di Report è che non si possa ridurre tutto alla banalità di una foto con un sostenitore sconosciuto, perché Amico, secondo la trasmissione, era già “persona introdotta da tempo” nell’orbita di Fratelli d’Italia. ANSA ha riportato proprio questa replica di Ranucci, insieme all’altro elemento che ha fatto deflagrare il caso: il racconto secondo cui Amico “entrava e usciva dal Parlamento a volte senza mostrare i documenti”. La tesi, in sostanza, è che il problema non sia tanto lo scatto in sé, ma il contesto che lo circonda.
Il capitolo più delicato: gli ingressi alla Camera
Ed è qui che il caso smette definitivamente di essere una polemica solo mediatica. Secondo le anticipazioni di Report e le ricostruzioni giornalistiche uscite in queste ore, Amico avrebbe avuto accesso più volte a Montecitorio. Fanpage riferisce il racconto di un ex parlamentare secondo cui sarebbe entrato alla Camera “come se avesse un tesserino o un accredito speciale”; nella stessa ricostruzione compare anche un’intercettazione nella quale Alice Murgia, assistente della deputata Paola Frassinetti, avrebbe detto ad Amico: “Quelle te le apro io, stai sereno”. La sottosegretaria Frassinetti ha smentito di sapere chi fosse davvero Amico, mentre gli organi della Camera hanno precisato che non è mai stato rilasciato alcun tesserino permanente intestato al soggetto citato dalle fonti di stampa. Report, a sua volta, ha replicato di non avere parlato di un pass permanente, ma di un accesso libero e ripetuto che andrebbe chiarito.
I nomi politici che tornano nella ricostruzione
Nella vicenda compaiono poi altri nomi di peso di Fratelli d’Italia. Sempre secondo Fanpage e Open, Amico avrebbe raccontato di avere “agganci importanti” nel partito; viene citato un presunto incontro negli uffici di FdI alla Camera con Giovanni Donzelli, che però ha negato di ricordare o di ritenere avvenuto quell’incontro. Nelle stesse ricostruzioni riemerge il rapporto con Carlo Fidanza: il 2 febbraio 2019 Amico è al Marriott per l’evento meloniano e, poche settimane dopo, avrebbe accompagnato Fidanza al congresso di Grande Nord, facendolo apparire come un interlocutore in grado di portare figure apicali del partito.
La difesa di Meloni e il muro della maggioranza
La presidente del Consiglio ha reagito con durezza. Meloni ha parlato di tentativo di costruire una “bizzarra tesi” di vicinanza agli ambienti malavitosi, ha ricordato che esistono “decine di migliaia” di selfie scattati con persone incontrate durante l’attività politica e ha rivendicato un impegno “cristallino, coerente, duraturo” contro ogni mafia. Attorno a lei Fratelli d’Italia ha fatto quadrato, trasformando subito la vicenda in uno scontro politico e mediatico con opposizioni e stampa. Ma proprio il tipo di risposta della premier ha spinto ancora di più Ranucci a ribadire che la questione non riguarda la sua onestà personale, bensì la capacità del partito di vedere e riconoscere ciò che accadeva al proprio interno.
Perché il caso ora pesa davvero
Il punto, quindi, non è dimostrare che un selfie equivalga a una complicità. Nessuna fonte seria sostiene questo. Il punto è un altro: capire se Gioacchino Amico fosse davvero, come sostiene Report, un soggetto già introdotto e riconosciuto in ambienti vicini a FdI; capire chi gli abbia eventualmente aperto le porte della Camera; capire se quel sistema di rapporti fosse occasionale oppure strutturato. È su questo terreno che la vicenda diventa politica, perché qui non si discute della casualità di uno scatto, ma della possibilità che un uomo poi emerso nell’inchiesta Hydra abbia frequentato con troppa disinvoltura spazi, eventi e figure istituzionali della destra.
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La rivelazione di Ranucci, insomma, non vive soltanto nella forza simbolica di una fotografia imbarazzante. Vive soprattutto in ciò che quella foto suggerisce e nelle domande che lascia aperte. Se fosse stato solo un selfie, il caso probabilmente si sarebbe spento in poche ore. Ma accanto a quello scatto ci sono un’inchiesta di mafia, il ruolo di Amico nel procedimento Hydra, le testimonianze sugli ingressi a Montecitorio, le intercettazioni citate, i rapporti con esponenti del partito e le smentite che, al momento, non bastano a chiudere la vicenda. Per questo il caso non si sta esaurendo: perché ormai non riguarda più una foto, ma la tenuta politica di una versione dei fatti che Report ha deciso di sfidare frontalmente.



















