“Software per i magistrati”, l’audio shock di Report scuote il Ministero – Nordio chiarisca… – video

Un audio registrato nel maggio 2024 e anticipato in esclusiva da Report aggiunge un nuovo tassello al caso del software ECM installato sui computer in dotazione agli uffici giudiziari: secondo quanto riferito nell’inchiesta, si tratterebbe di un programma in grado di consentire controllo da remoto delle postazioni, “senza che se ne accorgano” gli utenti. Al centro della conversazione finita sotto i riflettori c’è un dirigente del Ministero della Giustizia, Giuseppe Talerico, e un tecnico informatico: dalle frasi riportate emergono pressioni per procedere con l’installazione e l’indicazione di tenere un profilo comunicativo “ermetico” con gli uffici giudiziari, evitando spiegazioni dettagliate.

Nel frattempo, dopo la denuncia di Report, il Consiglio Superiore della Magistratura ha annunciato iniziative formali: una richiesta di “pratica urgente” per verificare i presidi di sicurezza e una lettera al ministero per chiarire le specifiche tecniche del software. Il Guardasigilli Carlo Nordio ha respinto le accuse, parlando di “allarme sociale” e sostenendo che il sistema non consentirebbe sorveglianza dei magistrati e che l’eventuale controllo remoto richiederebbe la conferma dell’utente. Sullo sfondo resta anche un fascicolo aperto a Roma, senza ipotesi di reato, per verifiche sul rischio di vulnerabilità informatica.

L’audio esclusivo: “La Presidenza del Consiglio ci sta dicendo di fare ste cose”

La frase che concentra l’attenzione mediatica e politica è quella attribuita a Giuseppe Talerico, dirigente del Coordinamento dei sistemi informatici del Ministero della Giustizia:
“Certe volte noi facciamo le cose come amministrazione che ci vengono imposte da altre forze. Se ti dico che c’è la Presidenza del Consiglio dei ministri che ci sta dicendo di fare ste cose non possiamo essere noi a metterci in difficoltà da soli”.

Nella ricostruzione, l’affermazione si colloca all’interno di una riunione convocata perché l’installazione/aggiornamento legato a ECM stava incontrando resistenze negli uffici locali. L’audio, registrato nel maggio 2024, viene descritto come un dialogo nel quale il dirigente fa riferimento a una richiesta “che però ci ha chiesto la Presidenza del Consiglio dei Ministri”.

È il punto più delicato: non solo la spinta ad adottare il software, ma l’idea che l’iniziativa non venga percepita come autonoma del ministero, bensì “imposta” da un livello istituzionale superiore.

“Siamo in difficoltà” e la finalità dichiarata: “Dobbiamo avere la controllabilità”

Nell’audio riportato, Talerico spiegherebbe che la riunione stessa è un segnale di criticità:
“Se stiamo facendo questa riunione significa che siamo in difficoltà – perché siamo ancora fermi su un aggiornamento”.

Quando un tecnico locale osserva che i computer risultano già aggiornati, la replica attribuita al dirigente è netta:
“Ma dobbiamo avere la controllabilità di questi computer attraverso questo ECM”.

È un’altra frase-chiave, perché introduce esplicitamente il concetto di “controllabilità” come obiettivo. Il nodo, nel racconto di Report e nelle reazioni successive, è capire cosa significhi tecnicamente “controllabilità”, con quali limiti, quali tracciamenti e quali garanzie per evitare accessi impropri.

La linea comunicativa: “Non dare troppe informazioni”, profilo “ermetico”

Oltre alla pressione per installare ECM, nell’audio emergerebbe un’indicazione sulla comunicazione verso magistrati e uffici giudiziari:
“Per le prossime si dice (riferito ai magistrati) sono direttive di DGSIA in maniera molto più ermetica. Non dare troppe informazioni”.

Questo passaggio è politicamente e istituzionalmente esplosivo perché sposta la questione da un piano puramente tecnico (un software e le sue funzioni) a un piano di metodo: se davvero l’indicazione era “non spiegare troppo”, allora la polemica non riguarda soltanto cosa viene installato, ma come e con quale trasparenza verso gli utenti finali (magistrati e personale).

Chi è Talerico e perché viene citata Torino

Nel testo riportato, Talerico viene descritto come ingegnere informatico, dirigente di seconda fascia e responsabile del CISIA di Milano (Coordinamento interdistrettuale dei sistemi informatici), struttura operativa del Ministero nel Nord-Ovest. Secondo la ricostruzione, sarebbe stato inviato a Torino per fronteggiare la protesta di tecnici locali — appoggiata dalla Procura — e “imporre” l’installazione di ECM, nel corso di una riunione tenutasi al Palazzo di Giustizia nel maggio 2024.

Contattato, riferisce il testo, il dirigente avrebbe declinato: “Guardi lasci stare, non parlo”.

La precisazione di Palazzo Chigi: infrastrutture digitali in capo al Ministero

Dopo le anticipazioni, viene riportato che la Presidenza del Consiglio abbia diffuso una nota in cui precisa un punto:
la responsabilità delle infrastrutture digitali dei computer resta in capo al Ministero della Giustizia.

È un chiarimento politicamente rilevante perché si incastra con la frase dell’audio (“la Presidenza del Consiglio ci sta dicendo…”): da un lato la ricostruzione che evoca una spinta esterna, dall’altro la puntualizzazione formale che ribadisce la competenza del ministero.

Il Csm entra in campo: “pratica urgente” e richiesta di verifiche sui presidi di sicurezza

Il secondo fronte si apre al Csm, che reagisce all’inchiesta chiedendo iniziative immediate. Dodici membri del Consiglio superiore della magistratura chiedono di aprire una pratica urgente per verificare:

quali siano stati e quali siano “attualmente i presidi di sicurezza adottati”

per “scongiurare il rischio di accessi anonimi e illeciti”

alle postazioni di lavoro di magistrati e personale di cancelleria.

Nell’atto viene citata la notizia secondo cui ECM consentirebbe la possibilità di accedere da remoto “all’insaputa dell’utente e senza lasciare tracce dell’accesso” anche a soggetti con permessi di amministratore.

Tra i firmatari vengono elencati consiglieri togati di Area, esponenti di Magistratura democratica, indipendenti e consiglieri laici in quota a partiti (Pd, M5s, Italia Viva): un elemento che segnala come la richiesta venga presentata come trasversale rispetto alle diverse sensibilità presenti al Csm.

La “via parallela”: la Settima Commissione scrive al Ministero

In parallelo alla richiesta di una nuova pratica, il Csm utilizza anche un canale già attivo: una pratica sulla sicurezza informatica aperta nel 2024 dopo l’arresto di Carmelo Miano, l’hacker che aveva violato i server del ministero e di diversi uffici giudiziari.

Nella seduta di giovedì mattina, la Settima Commissione (competente sull’informatica giudiziaria) delibera all’unanimità di scrivere al ministero guidato da Nordio per chiedere:

le specifiche tecniche del funzionamento del software,

e soprattutto se ECM consenta intrusioni abusive e anonime (come sostenuto dall’inchiesta) oppure garantisca il tracciamento degli utenti che attivano l’eventuale controllo remoto.

È qui che, secondo la ricostruzione, dovrebbero arrivare le prime risposte ufficiali. Alcuni consiglieri, viene anche spiegato, non aderiscono alla richiesta di apertura di una nuova pratica perché considerata un “doppione”, mentre per i firmatari la gravità della vicenda richiede un’iniziativa autonoma.

La linea del ministro Nordio: “Non consente sorveglianza, controllo remoto mai attivato”

Nella ricostruzione riportata, Nordio respinge le accuse rivolte a ECM e alla gestione del sistema. Il ministro afferma che:

l’infrastruttura sarebbe lo stesso sistema di gestione e sicurezza dei pc già in funzione dal 2019;

“non consente sorveglianza dell’attività dei magistrati”;

“non legge contenuti, non registra tasti o schermo, non attiva microfoni o webcam”;

“le funzioni di controllo remoto non sono attive né sono state mai attivate”;

e comunque il loro eventuale uso necessiterebbe di “una richiesta dell’utente e di una sua conferma esplicita”, quindi non potrebbe avvenire “a sua insaputa”.

Nordio, inoltre, accusa la trasmissione di voler “suscitare allarme sociale per orientare l’opinione pubblica”: è la risposta politica al cuore dell’inchiesta.

Il fascicolo a Roma: verifiche senza indagati e “nessun profilo penalmente rilevante”

Sul caso viene citato anche un ulteriore livello di verifica: la Procura di Roma avrebbe aperto nei mesi scorsi un fascicolo a modello 45 (senza indagati e senza ipotesi di reato). Dagli accertamenti svolti, “a quanto si apprende”, non sarebbero emersi profili penalmente rilevanti rispetto al rischio di vulnerabilità informatica del sistema.

È un elemento che non chiude la discussione politica e istituzionale — perché restano le domande su funzioni, procedure e trasparenza — ma che viene riportato come dato significativo sul piano penale, almeno allo stato delle verifiche indicate.

Le domande che restano aperte: controllo, tracciabilità, trasparenza

Al netto delle posizioni contrapposte, la vicenda ruota attorno a poche questioni essenziali, che la richiesta del Csm rende esplicite:

ECM consente accessi remoti?
E se sì, chi può attivarli e con quali autorizzazioni?

Gli accessi sono tracciati in modo certo?
Esiste un registro verificabile, immodificabile, che consenta di sapere chi entra e quando?

L’utente viene informato e deve confermare?
È il punto su cui Nordio insiste, ma è anche ciò che Report e la richiesta del Csm vogliono vedere dimostrato sul piano tecnico.

Perché nell’audio si parla di comunicazione “ermetica”?
Se un software tocca postazioni sensibili come quelle della giustizia, la trasparenza verso gli uffici è un tema inevitabile.

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VIDEO:

L’audio anticipato da Report, con la frase attribuita al dirigente (“Presidenza del Consiglio ci sta dicendo di fare ste cose”) e l’indicazione “non dare troppe informazioni”, apre un fronte che va oltre la tecnologia: coinvolge rapporti tra istituzioni, catena decisionale, comunicazione interna e fiducia degli operatori.

Dall’altra parte, Nordio nega che ECM consenta sorveglianza e sostiene che il controllo remoto non sia attivabile “a insaputa” dell’utente; il Csm chiede verifiche urgenti e dettagli tecnici; Palazzo Chigi precisa il perimetro delle responsabilità; e sullo sfondo restano gli accertamenti citati dalla Procura di Roma.

La partita, adesso, è tutta nelle specifiche tecniche e nei presidi di sicurezza: perché in un settore come la giustizia, anche solo il sospetto di accessi non tracciabili alle postazioni di lavoro

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