I numeri raccontano una fase politica sospesa. Giorgia Meloni conserva un consenso personale significativo, Fratelli d’Italia resta nettamente il primo partito, ma il quadro complessivo non segnala una vera spinta in avanti per il governo. Anzi, il sondaggio settimanale di Termometro Politico, realizzato tra il 26 e il 28 maggio 2026 su un campione di 2.400 intervistati, fotografa una maggioranza che tiene, ma senza riuscire a trasformare i temi più caldi dell’agenda politica in nuovo consenso.
Il dato più importante riguarda la fiducia nella Presidente del Consiglio: Meloni sale al 39,2%, avvicinandosi di nuovo alla soglia psicologica del 40%. Una crescita lieve, ma politicamente rilevante, perché arriva dopo settimane segnate da sicurezza, immigrazione, polemiche internazionali e tensioni dentro il centrodestra. Tuttavia, la maggioranza degli italiani continua a non fidarsi della premier: il 50,7% dichiara infatti di non avere alcuna fiducia.
Fratelli d’Italia primo partito, ma senza slancio
Nelle intenzioni di voto, Fratelli d’Italia resta stabile al 28,1%. Il partito di Giorgia Meloni conferma dunque il proprio primato, mantenendo un vantaggio netto sul Partito Democratico, fermo al 22,0%. Ma il dato va letto con attenzione: FdI non cresce, nonostante una settimana in cui il dibattito pubblico è stato dominato da temi tradizionalmente favorevoli alla destra, come sicurezza, terrorismo, immigrazione e identità nazionale.
Il partito della premier sembra aver trovato un punto di tenuta attorno al 28%, dopo essere sceso dai massimi di fine febbraio, quando era arrivato al 29,6%. Non si tratta di un crollo, ma nemmeno di una fase espansiva. Il consenso resta alto, ma più statico che dinamico.
Il Pd arretra, il M5S recupera terreno
Il Partito Democratico perde due decimali e scende al 22,0%. Una flessione contenuta, ma significativa perché interrompe la fase di crescita recente. Il distacco da Fratelli d’Italia resta superiore ai sei punti, confermando la difficoltà del centrosinistra nel proporsi come alternativa immediatamente competitiva.
Il Movimento 5 Stelle, invece, guadagna lo 0,2% e sale al 12,7%. È un recupero lento, ma costante, che segnala una possibile riattivazione dell’elettorato grillino dopo mesi complicati. Il M5S non torna ancora ai livelli necessari per cambiare gli equilibri nazionali, ma appare meno marginale rispetto alle rilevazioni precedenti.
Nel centrodestra Forza Italia sale, la Lega resta ferma
Dentro la coalizione di governo, Forza Italia cresce leggermente e arriva al 7,9%, mentre la Lega resta stabile al 6,8%. Il dato conferma un equilibrio interno ormai consolidato: Fratelli d’Italia domina, Forza Italia prova a rafforzare il proprio profilo moderato, la Lega fatica a recuperare centralità.
Interessante anche il dato di Futuro Nazionale, il movimento legato a Roberto Vannacci, che scende al 4,0%. La flessione è minima, ma arriva in una settimana in cui il tema del possibile veto di Marina Berlusconi alla sua presenza nel centrodestra ha avuto ampia visibilità mediatica. Segno che l’esposizione pubblica non sempre si traduce in consenso elettorale.
Meloni cresce nella fiducia, ma resta alta la sfiducia
Il vero nodo politico riguarda la fiducia personale nella premier. Il 39,2% degli intervistati dichiara di avere molta o abbastanza fiducia in Giorgia Meloni. Il dato migliora rispetto alla settimana precedente e riporta la Presidente del Consiglio vicino a quota 40, una soglia simbolica importante per la stabilità dell’esecutivo.
Ma il rovescio della medaglia è altrettanto evidente: oltre un italiano su due, il 50,7%, dichiara di non avere fiducia nella premier. È un dato in lieve miglioramento rispetto alla settimana precedente, quando la sfiducia era al 52,2%, ma resta comunque maggioritario.
In altre parole, Meloni mantiene uno zoccolo duro robusto e fedele, ma fatica ad allargare il consenso oltre il proprio campo politico. Il suo profilo resta forte, ma divisivo.
Il caso Israele e il peso dell’opinione pubblica
Tra i dati più rilevanti del sondaggio c’è anche quello su Israele. Per il 55,2% degli italiani intervistati, Israele non è o non è più una democrazia. Il 29,7% ritiene che con Netanyahu il Paese sia diventato un regime, mentre il 25,5% sostiene che Israele non sia mai stato davvero una democrazia.
È un dato politicamente pesante, perché segnala uno scostamento sempre più netto tra una parte dell’opinione pubblica italiana e la narrazione tradizionale di Israele come unica democrazia del Medio Oriente. Il 42,1% continua invece a riconoscere Israele come democrazia, pur con giudizi diversi sulle azioni del governo Netanyahu.
Anche questo tema può incidere indirettamente sul governo Meloni, da sempre schierato su una linea di forte vicinanza a Israele. Se l’opinione pubblica italiana si sposta, l’esecutivo rischia di trovarsi esposto a una distanza crescente tra posizione diplomatica e percezione popolare.
Il quadro politico: stabilità senza entusiasmo
Il sondaggio restituisce quindi un’immagine chiara: il governo non è in crisi nei numeri, ma nemmeno in una fase di espansione. Fratelli d’Italia resta primo partito, Meloni recupera nella fiducia, il centrodestra mantiene un vantaggio evidente. Tuttavia, la premier non riesce a trasformare i temi identitari in una nuova ondata di consenso.
Il centrosinistra, dal canto suo, non capitalizza davvero le difficoltà del governo. Il Pd arretra, il M5S recupera ma lentamente, mentre le altre forze restano frammentate. Il risultato è un sistema politico bloccato, in cui la maggioranza conserva il controllo ma l’opposizione non riesce ancora a costruire una vera alternativa.
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I dati di Termometro Politico dicono che Giorgia Meloni tiene, ma non sfonda. La fiducia torna a salire e si avvicina al 40%, Fratelli d’Italia resta saldamente primo partito, ma la sfiducia verso la premier rimane maggioritaria e il consenso del governo appare più difensivo che propulsivo.
La vera notizia politica non è quindi un crollo della maggioranza, ma la sua difficoltà ad allargarsi. Meloni conserva il proprio blocco, ma fatica a convincere chi è fuori da quel perimetro. E in una fase segnata da guerre, tensioni sociali, sicurezza e crisi internazionali, questa distanza tra forza elettorale e fiducia generale potrebbe diventare il terreno decisivo dei prossimi mesi.



















