La campagna per il referendum sulla giustizia entra nella fase in cui i numeri iniziano a pesare quanto – se non più – delle dichiarazioni politiche. A farlo capire con chiarezza è stato Lorenzo Pregliasco, analista e volto di YouTrend, intervenuto su Sky per commentare l’andamento delle intenzioni di voto: non una “fotografia” statica, ma un trend che, settimana dopo settimana, racconta una dinamica precisa. Il fronte del No sta recuperando terreno, e lo sta facendo in modo abbastanza costante da essere rilevato non solo da YouTrend, ma anche da altri istituti.
Pregliasco lo dice senza enfasi propagandistica e con il linguaggio tipico di chi legge i dati: oggi non si può ancora affermare che il No sia destinato a restare stabilmente avanti, perché manca ancora più di un mese al voto e “molto può succedere”. Ma la direzione di marcia, nelle ultime rilevazioni, sembra chiara: il vantaggio del Sì si sta riducendo e, nello scenario di affluenza più bassa – che storicamente è tutt’altro che raro nei referendum – il No arriva perfino ad avere un margine “tangibile”.
Il punto politico: non conta solo chi è avanti, conta quanti andranno a votare
Il cuore del ragionamento di Pregliasco ruota attorno a una variabile spesso decisiva nelle consultazioni referendarie: l’affluenza. Perché un referendum non è un’elezione politica ordinaria. Le intenzioni di voto cambiano moltissimo a seconda di quante persone decidono di recarsi alle urne e di quale pezzo di elettorato viene mobilitato di più.
È su questa base che l’analista di YouTrend ragiona in “scenari”: affluenza alta e affluenza più contenuta. E il dato che colpisce, nel suo intervento, è proprio questo: anche ipotizzando una partecipazione più elevata, il Sì perderebbe “un punto abbondante” rispetto alla settimana precedente. Un segnale che, nella lettura di Pregliasco, va oltre la fluttuazione casuale: diventa un trend di recupero del No, confermato da più misurazioni.
Il “recupero del No”: un trend che più istituti stanno registrando
Nelle parole di Pregliasco c’è una doppia cautela: da un lato la consapevolezza che un punto percentuale può cambiare, dall’altro l’insistenza sul fatto che la tendenza non è isolata. L’idea di fondo è che non si tratta di un rimbalzo momentaneo, ma di un movimento graduale.
In altre parole: se una settimana il Sì è avanti, la settimana dopo lo è di meno, e in alcuni scenari il No mette il muso davanti, allora la notizia non è “chi vince oggi”. La notizia è che si è aperta una partita vera. Ed è una partita che potrebbe diventare ancora più incerta quando la campagna entrerà nel vivo, quando i comitati, i partiti e i media aumenteranno la pressione comunicativa.
“La campagna deve ancora cominciare”: la frase di Meloni e la variabile comunicazione
Pregliasco, nel suo intervento, richiama anche un passaggio politico importante: Giorgia Meloni, nell’intervista citata, avrebbe sostenuto che la campagna “deve ancora cominciare”. Tradotto: il governo e la maggioranza considerano questo mese abbondante come il tempo in cui si può ancora spostare consenso, chiarire messaggi, costruire narrazioni e – soprattutto – mobilitare.
Qui si innesta il nodo strategico: se davvero l’opinione pubblica è ancora fluida e se gli indecisi sono rilevanti, allora la campagna può diventare un acceleratore. Ma può anche essere un boomerang: toni eccessivi, polarizzazione estrema o una comunicazione percepita come propaganda possono irrigidire l’elettorato e rafforzare il fronte opposto.
Per questo Pregliasco non fa previsioni definitive: fotografa un trend e avverte che l’esito dipende anche da ciò che accadrà nelle prossime settimane.
Lo scenario che preoccupa di più: affluenza al 48% e No con un vantaggio “tangibile”
È però nell’analisi dello scenario di affluenza intorno al 48% che il commento diventa più politico. Pregliasco lo dice in modo diretto: non è uno scenario inverosimile. Anzi, è realistico.
E aggiunge un elemento decisivo: i referendum costituzionali hanno precedenti di partecipazione finale vicina al 50%. Questo significa che lavorare su un’ipotesi di affluenza sotto la metà degli aventi diritto non è pessimista né forzato: è una soglia storicamente plausibile.
Se dunque l’affluenza si assestasse su quel livello, secondo la lettura che Pregliasco descrive, il No inizia ad avere un margine di vantaggio che non è più solo “tecnico” o “statisticamente fragile”, ma più chiaramente misurabile.
Perché l’affluenza cambia i rapporti di forza
Il motivo per cui l’affluenza può ribaltare la partita è semplice: non tutti gli elettorati partecipano allo stesso modo. In una consultazione referendaria, contano tre fattori:
1. Motivazione: chi sente il referendum come una battaglia identitaria tende ad andare a votare più facilmente.
2. Chiarezza del quesito/tema: più un tema è percepito come tecnico o distante, più cresce l’astensione.
3. Clima politico: quando il voto diventa un giudizio sul governo o una resa dei conti tra blocchi, l’affluenza può crescere – ma anche polarizzarsi.
Per questo i comitati e i partiti non si limitano a convincere: provano a attivare il proprio elettorato. E in una partita dove il trend segnala recupero del No, la mobilitazione diventa la vera leva.
Il nodo “quorum”: più che una soglia legale, è la soglia politica della legittimazione
Pregliasco parla di “quorum” nel senso più politico e mediatico del termine: il livello di partecipazione che rende il risultato forte, credibile e difficilmente contestabile sul piano del consenso. Nei referendum, infatti, anche quando non c’è una soglia formale da raggiungere per validare il voto, l’affluenza resta una variabile che decide la percezione pubblica:
se votano “pochi”, ogni campo può dire che “il Paese non era davvero coinvolto”;
se votano “molti”, il risultato assume un peso politico enorme, perché diventa un messaggio netto.
Ecco perché l’affluenza al 48-50% non è solo un numero: è un punto di equilibrio tra voto “di opinione” e voto “di massa”.
Cosa succede adesso: un mese decisivo tra indecisi, mobilitazione e contro-narrazioni
Il quadro tracciato da Pregliasco suggerisce che la campagna vera inizia ora, e che avrà tre fronti principali:
La conquista degli indecisi, perché un recupero del No può consolidarsi o evaporare a seconda di dove si spostano gli ultimi indecisi.
La battaglia sull’affluenza, perché lo scenario al 48% – definito realistico – può favorire un esito diverso da quello che si avrebbe con una partecipazione molto più alta.
La lettura politica del referendum, perché più il voto verrà percepito come “pro o contro il governo”, più cambierà la sociologia del voto.
In questo contesto, il dato davvero “sensibile” per la maggioranza non è solo l’eventuale sorpasso del No, ma il fatto che il vantaggio del Sì si stia erodendo anche nello scenario più favorevole (affluenza alta). È lì che un trend diventa allarme: quando la curva scende comunque, indipendentemente dal modello.
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Il messaggio di Lorenzo Pregliasco su Sky, in sintesi, è semplice e per questo politicamente potente: il No recupera, il Sì perde terreno anche negli scenari migliori e l’ipotesi di una affluenza intorno al 48% non è affatto campata in aria. Se quel livello di partecipazione si confermasse, il No potrebbe presentarsi al voto con un vantaggio non più simbolico ma misurabile.
Non significa che l’esito sia scritto. Significa che la campagna è entrata nel punto in cui ogni scelta comunicativa, ogni mobilitazione e ogni scivolone può pesare. E soprattutto significa che, da qui al voto, la domanda centrale non sarà soltanto “Sì o No”, ma anche: quanti italiani andranno davvero alle urne.




















