Sondaggio Referendum, altro che sì in vantaggio, arriva il dato di IXé che sorprende tutti, il no è…

Il referendum sulla giustizia entra nella sua fase più incerta: il NO aggancia quasi completamente il SÌ. L’ultima rilevazione attribuita a Ixè fotografa un Paese spaccato a metà, con uno scarto minimo che trasforma la consultazione in un duello sul filo dei decimali: SÌ 50,1%, NO 49,9%.

Un dato che fa rumore non soltanto per l’equilibrio perfetto tra i due fronti, ma soprattutto perché arriva dopo mesi in cui il “Sì” sembrava aver consolidato un vantaggio più ampio. Il sondaggio, infatti, mette in evidenza anche un confronto temporale: a novembre 2025 la stessa domanda restituiva un quadro diverso, con SÌ al 53% e NO al 47%. Oggi, quei sei punti di margine si sono praticamente dissolti.

La fotografia dei numeri: 50,1 contro 49,9, un referendum “da fotofinish”

Il primo elemento politico è la crudezza aritmetica del risultato: non c’è un vero favorito. Con un distacco di due decimi, la partita non è solo aperta: è una partita in cui qualsiasi evento – una dichiarazione, un’inchiesta, una gaffe, un tema spostato in campagna – può spostare l’ago della bilancia.

In un contesto così stretto, il referendum smette di essere un “giudizio tecnico” e diventa inevitabilmente un banco di prova politico: non solo sulla riforma, ma sulla capacità dei due campi di mobilitare, convincere gli incerti e, soprattutto, presidiare la narrazione pubblica.

Il dato che cambia il racconto: a novembre il SÌ era avanti 53-47

Il secondo elemento è la dinamica. Se a novembre 2025 il quadro era più chiaro (SÌ 53, NO 47), oggi siamo davanti a un recupero pieno del NO. Questo significa che, nel tempo, qualcosa ha eroso il vantaggio iniziale del fronte favorevole alla riforma.

Le letture possibili sono diverse, ma la direzione è netta: il referendum non sta “congelando” gli orientamenti, li sta rimettendo in movimento. E quando un vantaggio di sei punti si riduce a due decimi, la percezione pubblica cambia immediatamente: non si parla più di “Sì in vantaggio”, si parla di testa a testa.

L’asterisco che pesa: fuori astenuti e indecisi, il bacino decisivo vale un terzo

C’è però un dettaglio fondamentale, spesso ignorato nei titoli ma decisivo per capire davvero il quadro: il grafico segnala che i risultati sono calcolati “al netto di astenuti e indecisi (33%)”.

Tradotto: un terzo del campione non entra nella ripartizione Sì/No perché non ha ancora una scelta o non intende votare. E questo rende il “50,1 vs 49,9” ancora più instabile, perché i due schieramenti si stanno dividendo (quasi perfettamente) solo i voti già orientati, non l’intero elettorato potenziale.

È qui che si decide tutto: non nel decimale, ma nel modo in cui quel 33% verrà intercettato (o resterà ai margini) nelle settimane che portano al voto.

Un referendum che può decidersi su due leve: turnout e indecisi

Con questi numeri, la campagna referendaria si sposta su due piani pratici:

1) La partecipazione (turnout)
Se una parte rilevante del 33% resta nell’area dell’astensione, vincerà chi riuscirà a portare alle urne la propria base più motivata. In uno scenario del genere, la battaglia non è solo “convincere”, è mobilitare.

2) La conquista degli incerti
Se invece una quota consistente di indecisi sceglie di votare, il referendum diventa una competizione di persuasione, dove contano chiarezza dei messaggi, credibilità dei portavoce, e capacità di spiegare “che cosa cambia davvero” – tema che, sulla giustizia, è notoriamente complesso e facilmente semplificabile in slogan.

Perché il sondaggio viene percepito come “shock”

È “shock” per un motivo semplice: ribalta il clima. Finché uno schieramento resta sopra di qualche punto, la campagna tende a raccontarsi come un percorso lineare. Quando invece l’esito diventa incerto, scattano automaticamente tre effetti:

cresce la polarizzazione, perché entrambi i campi capiscono che possono vincere;

aumenta l’aggressività comunicativa, perché ogni mezzo diventa utile a spostare pochi voti;

si moltiplicano i “casi”, perché una campagna in bilico vive di episodi che fanno notizia e mobilitano.


In altre parole: il referendum entra nella fase in cui non è più “una riforma da discutere”, ma un risultato da conquistare.

L’effetto “testa a testa”: ogni uscita pubblica diventa un rischio

Quando la distanza è di due decimi, anche la scelta dei testimonial e delle parole conta doppio. Ogni intervento – dal governo, dall’opposizione, dai magistrati, dai commentatori – può spostare una manciata di voti. E quei voti, in un equilibrio così perfetto, possono cambiare il vincitore.

Il dato suggerisce un’ulteriore implicazione: il referendum sarà probabilmente deciso più dalla fiducia o sfiducia nei protagonisti che dalla lettura “tecnica” del testo. È un classico dei referendum su temi istituzionali: quando la materia è complessa, gli elettori scelgono spesso sulla base di chi appare più credibile o più coerente.

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Conclusione: “il NO riprende il SÌ”, ma la vera partita è nel 33%

Il sondaggio Ixè consegna un quadro chiaro: il NO ha recuperato tutto e il referendum ora è un duello alla pari, 50,1 a 49,9. Ma la notizia più importante, sotto la superficie del testa a testa, è un’altra: un terzo dell’elettorato resta fuori dalla ripartizione perché indeciso o orientato all’astensione.

E allora la domanda non è solo “chi è avanti oggi”, ma “chi riuscirà a trasformare gli incerti in voti” e, soprattutto, “chi riuscirà a far uscire di casa i propri elettori”.

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