Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepremier, ha scelto Villa Madama – la cornice elegante usata per le grandi occasioni diplomatiche – per lanciare una delle proposte più controverse degli ultimi mesi: usare il Mes, il famigerato Meccanismo europeo di stabilità, per finanziare le armi all’Ucraina.
Lo ha detto quasi di passaggio, rispondendo a una domanda sull’invio di nuovi sistemi d’arma a Kiev. Da un lato ha ribadito che “l’obiettivo è la pace” e che “speriamo che prima possibile non servano più le armi perché sarà arrivata la pace”. Dall’altro ha annunciato il tredicesimo pacchetto militare in arrivo e aggiunto che, per sostenere l’Ucraina “fino alla pace”, si potrebbero utilizzare proprio i fondi del Mes. Con una chiosa che suona surreale: “Eravamo contrari alla riforma, ma i soldi nel Mes ci sono e si possono usare”.
Qui sta il cortocircuito.
Dal “mostro” Mes alla cassaforte per i missili
Per anni il Mes è stato descritto dalla destra oggi al governo come lo spauracchio per eccellenza: il grimaldello con cui Bruxelles avrebbe potuto commissariare i governi, imporre tagli, dettare l’agenda economica ai Paesi “salvati”. Soprattutto durante la pandemia, la sola idea di utilizzare il Mes sanitario per ospedali e terapie intensive è stata respinta come un cavallo di Troia della Troika.
È sulla scia di quella campagna che il Parlamento italiano, unico in Europa, ha bocciato la riforma del Mes già ratificata da tutti gli altri Stati dell’eurozona, bloccando l’entrata in vigore del nuovo trattato. Il messaggio era: “mai nelle mani del Salva-Stati”.
Ora, improvvisamente, uno dei leader di quella stessa coalizione suggerisce di pescare proprio lì i soldi per finanziare la guerra in Ucraina. Non per sanità o scuola, ma per nuovi invii di armamenti.
Al di là di ogni giudizio sul sostegno a Kiev, è difficile non vedere la contraddizione politica: ciò che era ritenuto troppo pericoloso per curare i cittadini italiani diventa improvvisamente accettabile per comprare munizioni e sistemi d’arma.
La linea del governo: pace a colpi di pacchetti militari
Sul piano della narrazione, Tajani è perfettamente allineato alla linea di Palazzo Chigi: l’Italia è “con l’Ucraina fino alla pace”, ossia continuerà a inviare armi finché Mosca non accetterà un cessate il fuoco alle condizioni ritenute accettabili dall’Occidente.
Mentre annuncia il nuovo pacchetto militare, il ministro commenta anche le parole di Vladimir Putin sul Donbass – il Cremlino ha fatto sapere che se Kiev non si ritira sarà pronto a prendersi la regione “con la forza” – e liquida la minaccia dicendo che “Putin fa il suo gioco”, aggiungendo che l’Occidente deve “abbassare i toni”.
Nella stessa frase convivono l’appello ad abbassare i toni e la disponibilità ad aprire un ulteriore canale di finanziamento per la guerra. È una delle ambiguità che accompagnano questo conflitto sin dall’inizio: la retorica della pace che cammina insieme a un crescendo di forniture militari, con l’idea che più armi significhino, in prospettiva, un accordo migliore domani. Intanto però la guerra continua, le linee del fronte cambiano poco e il numero dei morti aumenta.
Ma il Mes può davvero pagare le armi?
C’è poi un tema più concreto, meno politico e più tecnico: il Mes, per come è stato creato, non nasce affatto per comprare armamenti, né per finanziare conflitti in Paesi terzi. È un fondo pensato per prestare soldi ai Paesi dell’eurozona in difficoltà, legando quei prestiti a programmi di riforme e correzioni dei conti pubblici.
Trasformarlo in un salvadanaio per la difesa comune richiederebbe almeno due passaggi: una decisione unanime degli Stati che lo governano e una reinterpretazione molto ampia – se non una vera modifica – del suo mandato. Non basterebbe certo una dichiarazione di un ministro italiano, per quanto importante.
In più, il dibattito europeo è oggi concentrato su altri strumenti: l’ipotesi di utilizzare i beni russi congelati come garanzia per gli aiuti a Kiev, ipotesi che incontra già molte riserve giuridiche. Se è complesso usare patrimoni privati o statali sequestrati a Mosca, lo è ancora di più piegare a un nuovo scopo un trattato internazionale nato per tutt’altro.
In sostanza, la proposta di Tajani appare più come un segnale politico – dimostrare che l’Italia è disponibile a tutto pur di sostenere l’Ucraina – che come un’idea già costruita in modo coerente dal punto di vista legale ed economico.
Il paradosso delle priorità
C’è però un punto che, al netto di trattati e tecnicismi, colpisce l’opinione pubblica. Quando si è trattato di usare il Mes sanitario per potenziare la rete ospedaliera dopo il Covid, la risposta è stata un netto rifiuto: troppo rischioso, troppa condizionalità, meglio non toccare quei soldi.
Oggi, gli stessi partiti di governo sembrano pronti a considerare quello strumento utilizzabile per finanziare una guerra che dura ormai da anni, in uno scenario di incertezza totale sugli esiti.
Il messaggio che passa è chiaro: per la salute, la scuola, il welfare si alzano mille cautele; per gli armamenti, si sono improvvisamente sciolti quasi tutti i tabù. Non stupisce che molti commentatori e lettori parlino di “delirio” politico: è il senso di proporzioni che appare capovolto.
Una maggioranza divisa e un’Europa confusa
Le parole di Tajani arrivano, tra l’altro, in un momento in cui la stessa maggioranza è tutt’altro che compatta sia sul Mes sia sulla guerra. La Lega continua a opporsi alla ratifica del trattato e, al tempo stesso, si mostra sempre più fredda sugli invii di armi, avendo fiutato il crescente malcontento di una parte dell’elettorato.
Sul fronte europeo, la situazione non è più chiara: l’Unione oscilla tra la volontà di restare unita nel sostegno a Kiev e la fatica di trovare strumenti condivisi, mentre le opinioni pubbliche dei diversi Paesi si stancano di un conflitto percepito come interminabile.
In questo contesto, l’uscita del ministro degli Esteri italiano suona anche come un tentativo di rilanciare la propria immagine di europeista affidabile dopo mesi in cui Roma è stata criticata proprio per il no alla riforma del Mes. Ma lo fa proponendo un utilizzo del fondo che non era stato minimamente pensato all’origine, e che rischia di aumentare la confusione più che la credibilità.
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L’idea di usare il Mes per le armi all’Ucraina non è solo politicamente contraddittoria e giuridicamente fragile. È il simbolo di un modo di affrontare la guerra che continua a girare attorno alla stessa equazione: più armi oggi, più pace domani, senza mai interrogarsi seriamente su quando e come quel “domani” dovrebbe arrivare.
Tajani, come altri leader europei, continua a scandire la parola “pace” mentre cerca nuovi rubinetti finanziari per un conflitto che sembra non avere una via d’uscita definita. Intanto, gli stessi strumenti che si sono rifiutati di usare per la sanità pubblica vengono improvvisamente rivalutati quando si tratta di alimentare lo sforzo bellico.
Il risultato è un cortocircuito che non riguarda solo il ministro degli Esteri, ma l’intera direzione di una politica estera che fatica a immaginare qualcosa di diverso da un indebitamento permanente per guerre permanenti, lasciando alle generazioni future il conto, e alle parole — “pace”, “stabilità”, “sicurezza” — il compito di coprire una realtà sempre più difficile da spiegare.



















