Tajani Beccato – Arriva la denuncia del giornalista per violazione…. – Ecco cosa ha combinato il ministro

Diciamocelo: stavolta la corsa alla propaganda ha preso una brutta piega. Antonio Tajani rilancia un video in cui un bambino palestinese sventola un tricolore e lo incornicia come un segno di simpatia per il Governo italiano. Passano poche ore e l’autore del filmato — un giornalista — si fa vivo: “Quel video è mio, lo avete pubblicato senza permesso. O lo attribuite correttamente, o sarò costretto a segnalarlo per violazione del copyright”. E qui la storia, da trovata social, diventa un problema politico e comunicativo.

Ricostruiamo con calma

Immaginiamo la scena: un contenuto forte, emotivo, perfetto per alimentare la narrativa del “vedete? ci sostengono”. Lo si posta, magari senza farsi troppe domande su chi lo abbia girato e a quali condizioni lo si possa usare. Poi arriva la doccia fredda: l’autore bussa alla porta, rivendica la paternità e contesta l’uso. Non solo: dice che il senso del video è stato piegato. Il bambino con la bandiera italiana, nel contesto originario, non era un testimonial del Governo. E infatti l’autore chiede o la rimozione o, quantomeno, un’attribuzione chiara — altrimenti partirà la segnalazione.

Il punto non è “sta su internet, quindi è di tutti”

Qui vale la regola base che in tanti, nel frastuono dei social, dimenticano: chi crea un contenuto ne detiene i diritti. Se lo ripubblichi integralmente su un canale ufficiale, a maggior ragione se lo usi per farti propaganda, ti serve il permesso o una licenza. E anche quando il permesso c’è, l’attribuzione all’autore non è un optional elegante: è parte del patto.
C’è poi un aspetto più sottile ma decisivo: il contesto. Se ribalti il significato del video — trasformando un’immagine in qualcos’altro — non stai più condividendo: stai reinterpretando a tuo uso e consumo. È qui che l’autore si sente tradito due volte.

Perché questa storia pesa più di altre

Si potrebbe liquidarla come l’ennesimo inciampo social. Ma non è così semplice. Parliamo del ministro degli Esteri, non dell’account di provincia. E parliamo di Palestina, un tema che richiede cautela, serietà, rispetto.
Usare un bambino con una bandiera per costruire consenso è già scivoloso. Farlo con un video altrui, senza autorizzazione e con una cornice narrativa discutibile, aggiunge un carico da novanta: l’impressione di leggerezza istituzionale. La “figuraccia internazionale” non è una formula ad effetto: è il rischio concreto di vedere rimbalzare all’estero l’idea di una comunicazione frettolosa e strumentale.

Il boomerang della propaganda

La dinamica è sempre quella: si cerca l’immagine che buca. Si sacrifica la verifica sull’altare della spinta emotiva. Per qualche ora funziona; poi arriva la realtà a bussare. Chi ha girato il video? Che cosa voleva raccontare? Era d’accordo a farlo usare così?
Quando queste domande arrivano dopo il post, non c’è ufficio stampa che tenga. La narrazione si spezza, si finisce sulla difensiva, e l’“effetto wow” si trasforma in un “effetto ouch”. È la differenza tra comunicazione e propaganda: la prima regge ai controlli, la seconda no.

E adesso?

Le vie sono tre, molto semplici:

1. Rimozione del contenuto e scuse: la strada breve, pulita, che chiude il caso.


2. Attribuzione corretta e spiegazione del contesto: meglio di niente, ma resta la distorsione originaria.


3. Braccio di ferro: si tira dritto, si minimizza, si attende la segnalazione. È la via più rischiosa, perché aggiunge al danno comunicativo quello reputazionale.

Cosa ci insegna questa storia

Che la politica italiana ha un problema con i contenuti digitali: li tratta come cartoline da appiccicare al momento, non come opere con un autore, un contesto, un senso. Eppure basterebbero tre passaggi elementari: chiedere, attribuire, non stravolgere. Quando mancano, il castello cade al primo colpo di realtà.

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IL VIDEO INCRIMINATO DALLA PAGINA DI TAJANI:
Tajani voleva un post che dicesse “guardate, ci stimano”. Gli è tornato indietro un messaggio diverso: non potete prendere ciò che non è vostro e farne quello che vi pare. Non era semplice, ma è riuscito a trasformare un video emozionale in un caso politico e in una lezione di comunicazione mancata. Se vuole evitare che lo scivolone diventi una scia, c’è una sola cosa da fare: rimettere a posto i pezzi — riconoscere l’autore, ripristinare il contesto o togliere il video. Altrimenti resterà la sensazione di un potere che gioca con le immagini e dimentica le regole. E a quel punto, la domanda torna da sola: in che mani siamo?

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