Il caso Report continua ad alimentare un confronto sempre più acceso nel mondo politico e dell’informazione. Questa volta lo scontro si è spostato nello studio di In Onda, su La7, dove Luca Telese e Italo Bocchino si sono confrontati sulla pubblicazione da parte de Il Tempo dei costi relativi ai servizi realizzati dalla redazione del programma condotto da Sigfrido Ranucci. Un botta e risposta serrato nel quale Telese ha contestato soprattutto il modo in cui quelle cifre sono state presentate, ponendo una domanda destinata a diventare il centro dell’intera discussione: perché, proprio mentre Report è al centro di polemiche e pressioni, si è deciso di mettere sotto la lente soltanto i suoi giornalisti e i suoi costi?
La vicenda nasce dall’articolo pubblicato da Il Tempo, che ha riportato nomi e cifre riferite ai giornalisti della trasmissione. Numeri anche molto elevati che, secondo la redazione di Report, sarebbero però stati presentati in maniera fuorviante perché non rappresenterebbero semplicemente gli stipendi percepiti dagli inviati.
Telese: “Quegli importi contengono anche le spese”
Luca Telese parte proprio da questo punto. Durante la trasmissione ricorda che le somme pubblicate arrivano in alcuni casi a 100 mila, 150 mila o persino 200 mila euro lordi, ma sottolinea che dentro quelle cifre sarebbero comprese anche le spese sostenute per realizzare concretamente le inchieste.
Report, infatti, utilizza un particolare modello produttivo nel quale gli inviati sostengono direttamente una serie di costi. Quando un giornalista deve trascorrere giorni o settimane all’estero per seguire un’inchiesta, nel conto possono rientrare biglietti aerei, alberghi, automobili a noleggio, spostamenti, collaborazioni e altre spese indispensabili alla realizzazione del servizio.
Telese fa un esempio molto semplice: un’inchiesta realizzata in Brasile può comportare un biglietto aereo intercontinentale, trasferimenti, permanenza sul posto e mezzi necessari agli spostamenti. Tutti costi che, sommati alla retribuzione professionale, possono far apparire la cifra complessiva molto più alta rispetto a quanto effettivamente rimane nelle tasche del giornalista.
Da qui il giudizio del conduttore: presentare l’intero importo senza distinguere chiaramente il compenso personale dalle spese di produzione rischia di restituire al pubblico un’immagine distorta.
“Se prendessimo i borderò della tua redazione potremmo far apparire tutti miliardari”
È a questo punto che Telese rivolge direttamente la domanda a Bocchino, ricordandogli la sua esperienza da giornalista e direttore.
“Questa è un’operazione un po’ scorretta”, osserva Telese, spiegando che lo stesso metodo potrebbe essere applicato a moltissime altre redazioni. Se si prendessero i borderò complessivi e si presentassero tutte le somme come se fossero semplicemente guadagni personali, sostiene il conduttore, si potrebbe facilmente far apparire un giornalista molto più ricco di quanto sia realmente.
Il problema, quindi, non sarebbe la pubblicazione dei costi in sé. La trasparenza sui soldi utilizzati dal servizio pubblico è certamente un tema legittimo. La questione riguarda piuttosto il modo in cui quei dati vengono raccontati e soprattutto la necessità di distinguere tra compensi professionali e denaro utilizzato per produrre materialmente un servizio televisivo.
Telese insiste poi su un altro elemento: Ranucci non sarebbe direttamente coinvolto nelle cifre contestate, perché si starebbe parlando dei costi sostenuti dalla redazione per produrre le inchieste.
Ed è proprio da qui che arriva la domanda più politica: “Perché si colpisce Report?”.
Bocchino difende la pubblicazione de Il Tempo
Italo Bocchino respinge invece l’idea che la pubblicazione dei documenti rappresenti di per sé un’operazione scorretta. Il suo ragionamento parte dal diritto di un giornale di pubblicare documentazione di interesse pubblico ottenuta legittimamente.
Bocchino introduce anche un parallelismo con Fratelli di chat, il caso delle conversazioni interne a Fratelli d’Italia diventate oggetto di pubblicazioni giornalistiche. Secondo il direttore editoriale de Il Secolo d’Italia, non sarebbe coerente considerare grande giornalismo d’inchiesta la pubblicazione di documenti riservati quando riguardano una forza politica e contestare invece la pubblicazione quando il documento riguarda una trasmissione Rai.
Il ragionamento di Bocchino è netto: se Il Tempo entra in possesso legittimamente di un documento interno della Rai che permette di conoscere quanto costano determinati servizi, perché non dovrebbe pubblicarlo?
Per Bocchino entra in gioco il diritto dei cittadini a conoscere l’utilizzo delle risorse del servizio pubblico.
La replica: “Il problema è il momento in cui avviene”
Nello studio, però, viene sollevata una seconda obiezione. Non si discute soltanto del diritto astratto di pubblicare un documento, ma del contesto nel quale questa pubblicazione arriva.
Report è infatti già da tempo al centro di una fortissima esposizione mediatica e politica. Sigfrido Ranucci è stato oggetto di minacce e ha subito un attentato. Parallelamente si discute del futuro della trasmissione e dei rapporti tra il programma e i vertici Rai.
Per questo viene sottolineato come l’operazione sarebbe risultata più convincente se l’analisi avesse riguardato contemporaneamente l’intero sistema dei compensi televisivi.
La domanda diventa allora inevitabile: perché pubblicare esclusivamente i costi di Report?
Se l’obiettivo è davvero quello di garantire trasparenza sull’utilizzo delle risorse pubbliche, perché non mettere a confronto i costi di tutte le principali trasmissioni Rai, compresi programmi con ascolti molto più bassi o conduttori titolari di contratti particolarmente elevati?
Telese ricorda le inchieste di Report contro Pd, M5S e Renzi
Un altro passaggio significativo riguarda l’accusa di faziosità spesso rivolta alla trasmissione di Ranucci.
Nel corso del confronto viene ricordato che Report negli anni non ha concentrato le proprie inchieste soltanto sul centrodestra. La trasmissione si è occupata anche di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Matteo Renzi.
Telese richiama espressamente il caso Mancini, una delle vicende che provocarono fortissime tensioni proprio nell’area politica renziana.
Il punto è importante perché ridimensiona la rappresentazione di Report come programma costruito esclusivamente contro una determinata parte politica. Si può naturalmente discutere e criticare ogni singola inchiesta, ma la storia editoriale della trasmissione mostra interventi che hanno coinvolto governi, partiti e personalità appartenenti a schieramenti differenti.
La domanda decisiva: quanto costa Report e quanto fa guadagnare alla Rai?
La discussione arriva quindi al tema probabilmente più interessante dal punto di vista economico.
Sapere quanto costa una trasmissione è soltanto metà dell’informazione necessaria per valutarla. Bisognerebbe sapere anche quanto produce in termini di ascolti, raccolta pubblicitaria e valore complessivo per il servizio pubblico.
Un programma che costa una determinata cifra ma ottiene ascolti elevati e genera entrate pubblicitarie importanti può infatti avere un bilancio molto diverso da una trasmissione meno costosa ma incapace di attirare pubblico e investitori.
Telese pone quindi implicitamente un’altra questione: quanto fa guadagnare Report alla Rai?
È un elemento che cambia radicalmente la prospettiva. Il costo assoluto di un programma televisivo dice poco se non viene confrontato con il risultato prodotto.
Il confronto sui compensi dei giornalisti
Bocchino allarga ulteriormente la discussione e propone una sorta di principio generale di trasparenza: secondo lui i giornalisti dovrebbero rendere pubblici i propri compensi, soprattutto quando lavorano nel servizio pubblico.
Il confronto diventa particolarmente vivace quando viene fatta una distinzione tra Rai e televisioni private. La Rai viene finanziata anche attraverso il canone e quindi, secondo Bocchino, avrebbe obblighi di trasparenza particolarmente stringenti.
Dall’altra parte viene fatto osservare che anche le televisioni private operano attraverso concessioni pubbliche delle frequenze, aprendo così una discussione molto più ampia sui rapporti tra informazione, interessi privati, concessioni statali e trasparenza.
Ma ancora una volta resta aperta la questione iniziale: se si vuole applicare questo principio, perché non applicarlo a tutti?
Non soltanto Report: la richiesta di conoscere tutti i contratti Rai
Ed è probabilmente questo il punto sul quale il confronto televisivo assume maggiore forza.
Se la pubblicazione dei costi di Report viene giustificata con l’interesse dei contribuenti, allora sarebbe difficile sostenere che lo stesso interesse non esista per tutte le altre produzioni finanziate dal servizio pubblico.
Bisognerebbe quindi conoscere i costi delle trasmissioni di informazione, intrattenimento, talk show e approfondimento, insieme ai compensi dei principali conduttori e ai risultati ottenuti.
Soltanto mettendo i dati uno accanto all’altro sarebbe possibile stabilire se Report rappresenti realmente un costo anomalo oppure se, al contrario, il programma abbia un rapporto tra investimento e risultato perfettamente competitivo rispetto alle altre produzioni Rai.
Senza questo confronto, il rischio è quello di isolare alcuni numeri e trasformarli in uno strumento di delegittimazione.
Il precedente di Fabio Fazio
Nel dibattito emerge anche un precedente significativo: quello di Fabio Fazio e Che tempo che fa.
Per anni una parte della politica contestò i costi del programma e il compenso del conduttore. Successivamente il programma lasciò la Rai e si trasferì sul Nove, continuando a ottenere risultati importanti.
Il precedente viene richiamato proprio per sottolineare quanto possa essere fuorviante giudicare una produzione televisiva considerando esclusivamente il suo costo, senza mettere quel numero in relazione con ascolti e ricavi.
Un programma costoso può essere economicamente conveniente. Al contrario, un programma apparentemente economico può rappresentare un investimento poco efficace se non produce pubblico, pubblicità o valore editoriale.
Un confronto che va oltre i soldi
Dietro la polemica sulle cifre si intravede quindi una questione molto più ampia.
Report è uno dei programmi d’inchiesta più riconoscibili della Rai e negli ultimi mesi è finito ripetutamente al centro dello scontro politico. La pubblicazione dei costi arriva proprio mentre si discute del futuro di Ranucci e della trasmissione, elemento che rende inevitabile interrogarsi sul contesto dell’operazione.
Il diritto della stampa a pubblicare documenti di interesse pubblico deve essere tutelato. Allo stesso tempo, però, i numeri devono essere spiegati correttamente, soprattutto quando una cifra complessiva contiene componenti profondamente diverse tra loro.
Definire implicitamente come “stipendio” una somma che comprende voli, trasferte, noleggi, montaggio e altre spese di produzione significa rischiare di far credere al lettore che tutto quel denaro finisca direttamente nelle tasche dell’inviato.
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La vera trasparenza richiede tutti i numeri
Il confronto tra Telese e Bocchino lascia quindi sul tavolo una domanda alla quale sarebbe relativamente semplice rispondere attraverso una completa operazione di trasparenza.
Quanto costa realmente Report alla Rai? Quanto incassa attraverso la pubblicità? Quanto costano le altre trasmissioni della stessa fascia? Quali sono i compensi effettivi dei giornalisti una volta sottratte le spese sostenute per produrre le inchieste? E quali risultati di ascolto ottengono i diversi programmi?
Pubblicare questi dati permetterebbe ai cittadini di giudicare senza bisogno di interpretazioni politiche.
Ed è proprio qui che la domanda posta da Telese acquista maggiore peso. Se l’obiettivo è controllare come vengono utilizzati i soldi del servizio pubblico, l’operazione non dovrebbe fermarsi a Report. Dovrebbe riguardare tutti, senza distinzioni politiche o editoriali.
Perché la trasparenza è tale soltanto quando viene applicata con lo stesso metro. Altrimenti il rischio è che una legittima discussione sui costi della televisione pubblica finisca per trasformarsi nell’ennesimo capitolo dello scontro politico attorno a Sigfrido Ranucci e alla sua trasmissione.



















