Torna l’inchiesta shock che colpisce Fratelli D’Italia – Ecco cosa sta accadendo – Ultim’ora

L’inchiesta “Amichetti d’Italia” di Fanpage ha spalancato le porte dell’ASP San Michele di Roma, una delle aziende pubbliche più grandi del Paese, mostrando un intreccio fitto di appalti, consulenze e incarichi orbitanti attorno a figure di Fratelli d’Italia. Ma cosa è successo dopo? Ci sono state dimissioni, verifiche, reazioni politiche? E, soprattutto, che cosa racconta questa storia del partito di Giorgia Meloni quando si passa dalla retorica del “merito” alla gestione concreta del potere?

Il “sistema San Michele”: l’ASP trasformata in serbatoio di incarichi

L’ASP San Michele – formalmente Istituto Romano di San Michele – è una azienda pubblica di servizi alla persona controllata dalla Regione Lazio: seconda in Italia per dimensioni, la più grande del Lazio nel settore, con patrimonio immobiliare e finanziario ingente e compiti delicatissimi verso anziani, fragili e persone non autosufficienti.

Proprio su questa struttura Fanpage ha costruito la nuova inchiesta “Amichetti d’Italia”, mostrando come l’ente, negli ultimi anni, si sia trasformato in una centrale di appalti, consulenze, contributi e incarichi destinati in larga parte a persone vicine a Fratelli d’Italia e, in particolare, al deputato meloniano Luciano Ciocchetti, ex democristiano di lungo corso.

Dai servizi pubblicati emergono tre filoni principali:

  1. Appalti su misura
    Fanpage ricostruisce, tra gli altri, un affidamento da 271 mila euro per la comunicazione e l’immagine dell’ASP a favore della società BM Studio, amministrata da Sabina Brinati, già candidata di FdI alle comunali di Roma e fondata dal marito, l’architetto Valter Macchi, storico collaboratore di Ciocchetti e coautore con lui del “Piano casa” ai tempi della Regione Lazio di centrodestra.

  1. Piatto ricco di consulenze e incarichi
    Secondo l’inchiesta, una pioggia di contratti va a avvocati, commercialisti, esperti di comunicazione, ex campioni dello sport, tutti in qualche modo collegati all’area politica di riferimento. Un “sistema” che, come sintetizza un commentatore a Piazzapulita, trasforma l’ASP in una fonte stabile di favori e amichettismi, più che in un ente vocato esclusivamente alla cura dei fragili.

  2. Fondi a onlus e progetti mai decollati
    Altri approfondimenti di Fanpage parlano di contributi a onlus poco strutturate o “fantasma” e di progetti annunciati ma mai concretamente realizzati, con il risultato che quote non irrilevanti di denaro pubblico finiscono in una zona grigia, lontana dal controllo dell’opinione pubblica.

Il quadro che ne esce è quello di una struttura pubblica che, invece di essere modello di welfare, diventa snodo di potere locale e “bancomat politico” per un pezzo di classe dirigente vicina a Fratelli d’Italia.

Fratelli d’Italia alla prova dei fatti: la frattura tra narrativa e pratica

La portata politica dell’inchiesta è evidente: Fanpage non parla di singole irregolarità, ma di un modello di gestione.

Diversi commentatori lo leggono come una contraddizione frontale con la retorica nazionale di Giorgia Meloni, che ha costruito buona parte del suo racconto su parole chiave come “merito”, “rottura con le vecchie consorterie” e “fine della lottizzazione”.

Un’analisi pubblicata da Osservatore Italia sintetizza così il cortocircuito: da un lato la linea ufficiale del partito, che dice di voler premiare competenze e trasparenza; dall’altro, sul territorio, nomine e incarichi che ripropongono logiche di spartizione e fedeltà personali, soprattutto in strutture con grandi budget e scarsa visibilità mediatica come le ASP.

Anche a sinistra il caso viene letto come un test di credibilità per la premier: se davvero l’era dei “portafogli pubblici” piegati ai partiti è finita, dicono i critici, proprio realtà come il San Michele dovrebbero esserne la prova. L’inchiesta dimostra il contrario.

Le reazioni dopo “Amichetti d’Italia”: la politica si muove, le istituzioni (per ora) molto meno

Il podcast di Fanpage che si chiede “Cosa è successo dopo?” parte da una domanda secca che circola sui social: “Si è dimesso qualcuno?”.

Il Movimento 5 Stelle ha depositato un atto di sindacato ispettivo sia in Parlamento che in Regione, descrivendo l’Asp San Michele come un vero e proprio “ufficio di collocamento per gli uomini di Fratelli d’Italia”.

Sul fronte politico si sono mossi anche Pd e Alleanza Verdi e Sinistra, che hanno chiamato direttamente in causa Giorgia Meloni chiedendole di andare in aula a riferire.

Dalle fonti disponibili finora, la risposta è: no, nessun terremoto immediato ai vertici dell’ASP. Non risultano dimissioni dell’intero cda né un commissariamento dell’ente da parte della Regione Lazio. La giunta Rocca, che politicamente è espressione dello stesso fronte di governo nazionale, si limita a parlare di “verifiche” e a prendere tempo.

Molto più netta, invece, è la reazione politica dell’opposizione in Consiglio regionale:

  • l’ex assessore alla Sanità Alessio D’Amato (Azione) parla di “quadro desolante” e avverte che quanto emerso può trasformarsi in una “valanga sulla Regione Lazio”, paragonando il caso San Michele allo scandalo “Lady Asl” di qualche anno fa; chiede controlli a tappeto su tutte le ASP e sugli affidamenti degli ultimi anni.

  • il consigliere Marotta (Sinistra Civica Ecologista) denuncia la trasformazione del San Michele “dalla cura delle persone fragili a centro di potere” e sostiene che l’inchiesta di Fanpage “smentisce la retorica del merito di Meloni e dei suoi sodali”; anche lui chiede di rivedere i vertici dell’ente e di rafforzare i meccanismi di controllo regionale.

Le associazioni ambientali e civiche, già mobilitate sul tema del Ponte sullo Stretto e di altre grandi opere, vedono nell’ASP un altro esempio di ente pubblico trasformato in bacino di influenza politica più che in struttura al servizio dei cittadini.

Il caso San Michele come sintomo di un problema più ampio

Al di là delle responsabilità personali – che saranno eventualmente oggetto di indagini e verifiche – il “caso San Michele” evidenzia almeno tre problemi strutturali:

  1. La “zona grigia” delle aziende pubbliche di servizi
    Le ASP, nate come evoluzione delle antiche opere pie, gestiscono patrimoni immobiliari e risorse considerevoli, spesso con procedure più flessibili rispetto alle amministrazioni centrali. Questo le rende particolarmente esposte a pressioni politiche e clientelari, specie in contesti dove il controllo democratico è debole.

  2. La filiera del potere locale di Fratelli d’Italia
    L’inchiesta mostra una costellazione di figure – ex DC, amministratori locali, professionisti – che, pur richiamandosi al nuovo corso meloniano, riproducono metodi da Prima Repubblica: fedeltà personale, appalti ricorrenti, incarichi cuciti su misura. È qui che la promettente “discontinuità” rivendicata a livello nazionale rischia di fermarsi.

  3. Il deficit di trasparenza e valutazione degli esiti
    Molti progetti finanziati dall’ASP, secondo Fanpage, non hanno generato risultati misurabili. Mancano sistemi di monitoraggio pubblico che permettano a cittadini e stampa di verificare come vengono usati i fondi destinati a fragili, anziani e persone non autosufficienti. Quando le informazioni emergono, spesso lo fanno grazie a inchieste giornalistiche, non a meccanismi interni.

Che cosa può succedere adesso

La pressione politica sull’ASP San Michele e sulla Regione Lazio è destinata ad aumentare. Le opposizioni chiedono:

  • audit indipendenti sugli appalti e sulle consulenze;

  • eventuali revoche di incarichi ritenuti incompatibili o sproporzionati;

  • una riforma complessiva dei criteri di nomina dei vertici delle ASP, per ridurre al minimo la lottizzazione.

Molto dipenderà dalla scelta di Fratelli d’Italia: difendere il “sistema” minimizzando le rivelazioni di Fanpage, oppure usare il caso San Michele per dare un segnale di effettiva discontinuità, anche a costo di sacrificare qualche nome eccellente.

Per ora, la sensazione è quella descritta dallo stesso podcast di Fanpage: dopo il clamore iniziale, il rischio è che tutto si spenga nel solito rumore di fondo di dichiarazioni e promesse di verifica, senza un reale cambio di rotta.

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Conclusione: il banco di prova della “nuova” destra di governo

L’inchiesta “Amichetti d’Italia” non mette solo sotto accusa un ente romano. Mette alla prova la credibilità della destra di governo quando parla di meritocrazia, legalità e rottura con le pratiche del passato.

Se dopo settimane di rivelazioni su appalti ai fedelissimi, consulenze ricorrenti e fondi a onlus evanescenti nessuno si dimette, nessuna struttura viene commissariata, nessun controllo indipendente viene attivato, il messaggio che arriva ai cittadini è semplice: dietro le parole sui “capacità e merito” continuano a contare soprattutto appartenenza e amicizia politica.

Al contrario, se da questa vicenda dovessero nascere riforme, trasparenza reale e scelte nette sui vertici, il caso San Michele potrebbe diventare il primo segnale che qualcosa, nel modo in cui il potere viene esercitato, sta davvero cambiando.

Per ora, però, è ancora il giornalismo d’inchiesta – e non le istituzioni – a tenere accesi i riflettori su uno dei luoghi in cui si misura la distanza tra Fratelli d’Italia raccontata da Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia che governa gli snodi opachi dell’amministrazione locale.

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