Travaglio senza freni su Meloni: “Questi sono tutti matti” – Ecco cosa ha combinato – VIDEO

L’attacco di Giorgia Meloni all’Università di Bologna per il mancato via libera a un corso di laurea in filosofia riservato ai militari dell’Accademia di Modena ha aperto un fronte politico e simbolico enorme: autonomia universitaria, rapporto tra potere politico e mondo accademico, ruolo delle forze armate e, soprattutto, la crescente retorica della “militarizzazione” del discorso pubblico.

In questo contesto si inserisce l’intervento di Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7. Sollecitato a spiegare “che cosa sta davvero a cuore a Giorgia Meloni con questo attacco all’autonomia di un’università antichissima e prestigiosa come Bologna”, il giornalista ribalta la narrazione del governo e legge questa polemica come un tassello di un film già visto: lo stesso linguaggio usato contro magistrati, giudici, poteri di controllo e giornalisti critici.

“Lo stesso copione usato contro giudici e giornalisti critici”

Travaglio parte proprio dalla domanda di Gruber: “Cosa sta davvero a cuore a Giorgia Meloni con questo attacco all’autonomia di una università antichissima, grande come quella di Bologna?” e nota come l’autonomia universitaria sia “garantita anche costituzionalmente”. Quello che lo colpisce è la continuità di linguaggio:

è lo stesso linguaggio che viene usato dalla presidente del Consiglio quando va contro i magistrati, i giudici, i poteri di controllo, i giornalisti critici: fa sempre parte dello stesso film.

Per Travaglio, dunque, non è un episodio isolato: l’Università di Bologna diventa l’ennesimo bersaglio di una retorica che delegittima ogni contropotere, reale o percepito, che non si allinea alla narrazione del governo.


Bologna come “drappo rosso” e l’ossessione per i militari

Il direttore del Fatto introduce poi un secondo livello di lettura: l’Università di Bologna come simbolo.

Da un lato, osserva che per la destra al governo “Bologna è il drappo rosso e il toro carica immediatamente”: un’icona storica della sinistra, del mondo accademico, del pensiero critico.

Dall’altro, entra nel merito del ruolo dei militari, che per lui è il vero carburante politico della polemica:

credo che ci sia anche l’aspetto dei militari: questi qua poi non aumentano di un euro gli stipendi delle forze dell’ordine eccetera. Si credono i tutori in un’epoca in cui vogliono militarizzare tutto.

Secondo Travaglio, il governo si presenta come difensore delle divise, ma più sul piano simbolico che su quello concreto – a partire dagli stipendi – mentre alimenta una narrativa in cui tutto deve essere letto in chiave militare.

Il paradosso del corso di filosofia “trapiantato” nell’Accademia

Il cuore dell’argomentazione di Travaglio sta nel paradosso del corso di filosofia. Lui lo smonta così, in modo molto semplice:

se un militare vuole iscriversi all’Università di Bologna, naturalmente nessuno glielo impedisce. Se vogliono iscriversi in cento, si iscrivono in cento.

Il problema, dice, non è l’accesso dei militari all’università – che è già libero e possibile – ma l’idea che:

l’Università di Bologna deve andare a trapiantarsi dentro l’Accademia Militare per fare un corso di filosofia: non sta né in cielo né in terra.

Da qui la provocazione:

andassero loro all’Università di Bologna, ai corsi di filosofia che credo si tengano quotidianamente, vista la tradizione umanistica che ha l’Alma Mater.

L’operazione, per Travaglio, “è proprio una roba completamente sconbiccherata”: si cerca di dipingere quasi un “tupamaro” che dirige l’Università di Bologna come un irriducibile antimilitarista, quando il nodo vero è politico e simbolico, non certo un rifiuto ideologico verso i militari in quanto tali.

“Si pavoneggiano sui carri armati”: la psicosi bellica

Nel suo intervento, Travaglio allarga ancora lo sguardo e tratteggia un clima che definisce apertamente malato.

Parla di una classe dirigente che “gode a mettersi la mimetica”, che “si pavoneggia sui carri armati, passa in rassegna gonfia come tacchini le truppe, si sente già in guerra”. È qui che, con una frase destinata a restare, tira la sintesi:

Questa è la cosa tragica. Sono tutti matti.

Nel suo “tutti matti” Travaglio include anche il mondo militare ai vertici:

sono tutti matti, compreso purtroppo l’ammiraglio che ieri ha detto “facciamo l’attacco preventivo”. Chiamalo attacco preventivo: se lo annunci sui giornali già non è più preventivo.

L’ironia amara sta nel fatto che un “attacco preventivo” sbandierato in pubblico perde persino il significato tecnico-militare del termine, trasformandosi in pura propaganda. E a quel punto il giornalista si chiede:

Perché non dà un’occhiata da Meloni? È una psicosi generale.

Il questionario ai minorenni e la “militarizzazione delle menti”

Il passaggio forse più inquietante del ragionamento di Travaglio è quello sulle giovani generazioni.

Richiama il Garante dell’infanzia e dell’adolescenza, che – racconta – sta distribuendo a scuola un questionario di 32 domande ai minorenni, tra cui:

“In caso di guerra ti arruoleresti?”

Qui il discorso torna immediatamente alla politica: secondo Travaglio, questo tipo di domande rivolte ai ragazzi si innesta nella stessa logica di cui l’attacco a Bologna è solo una parte:

è questa la follia generale che sta pervadendo una certa parte delle nostre classi dirigenti: la militarizzazione delle menti, dei cuori e anche delle giovani generazioni.

Il filo conduttore è sempre lo stesso: una narrativa bellica normalizzata, che va dall’esaltazione simbolica dei carri armati fino all’idea di preparare psicologicamente anche i minorenni alla prospettiva della guerra.

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VIDEO:

L’intervento di Marco Travaglio a Otto e mezzo non si limita a difendere l’autonomia dell’Università di Bologna: la usa come lente per leggere una deriva più ampia. Da un lato, denuncia la continuità del linguaggio di Giorgia Meloni contro ogni settore che non ubbidisce – dai giudici ai giornalisti, fino ora ai professori universitari. Dall’altro, inserisce la polemica sul corso di filosofia per i militari dentro una cornice più inquietante: quella di una “psicosi generale”, in cui la retorica della guerra e della “difesa” diventa strumento identitario e culturale, fino a coinvolgere perfino i minorenni con questionari sull’eventuale arruolamento.

Nel suo “sono tutti matti”, Travaglio non si limita a una battuta: fotografa, con il suo linguaggio tagliente, un clima che vede come già intriso di militarizzazione, dalle istituzioni ai media, fino alle coscienze dei più giovani. La vicenda di Bologna, in questa prospettiva, è solo l’ennesimo capitolo di un conflitto politico e simbolico molto più grande: quello tra un’idea di autonomia critica e un potere che preferisce università, media e opinione pubblica allineati “in rassegna”, proprio come un plotone.

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