Travaglio senza se, senza ma… asfalta Italo Boc. in diretta da Gruber – Lo scontro shock – Video

Dallo scontro sul “giudice libero” al caso Palamara-Hotel Champagne: l’affondo sul potere disciplinare, le sanzioni del Csm e la “leggenda” dell’impunità delle toghe. “Se Nordio impugna solo 6 sentenze su 194, vuol dire che le altre le ritiene giuste”

È un botta e risposta che diventa quasi un processo in diretta, con Marco Travaglio che inchioda Italo Bocchino sul terreno dei fatti e lo costringe a difendere una narrazione che, secondo il direttore del Fatto, non regge. A Otto e Mezzo il confronto sulla riforma della giustizia e sul referendum si accende attorno a un luogo comune ripetuto da anni nel dibattito pubblico: l’idea che in Italia esista una categoria “che non paga mai”, e che quella categoria siano i magistrati. Travaglio ribalta il tavolo: “No. La categoria che non paga mai in Italia sono i politici”.

La scena si costruisce in pochi minuti ma con una logica precisa: Bocchino insiste sui concetti da campagna (“giudice libero”, toghe condizionate dalle correnti, paura del sorteggio), mentre Travaglio porta la discussione dove fa più male: esempi concreti, carriere reali, conseguenze vere. E soprattutto una domanda che smonta l’impianto propagandistico: in che modo tutto questo migliorerebbe la vita dei cittadini?

Il punto di partenza: “A cosa conviene ai cittadini?”

Il confronto si apre con un interrogativo che Travaglio ripete più volte: “Io voglio sapere ai cittadini cosa interessa, a cosa conviene, perché dovrebbe convenire ai cittadini”. È il punto che sposta il tema dal linguaggio astratto (separazione delle carriere, sorteggio, consigli, correnti) alla sostanza: il referendum viene venduto come una riforma “per i cittadini”, ma Travaglio chiede di dimostrare dove, come e perché.

Quando Bocchino richiama l’idea del “giudice libero”, Travaglio lo contesta su un piano quasi morale prima ancora che politico: “Non è che fino ad adesso i giudici non sono liberi”, dice, ricordando che in studio c’è una magistrata sotto scorta per il suo lavoro antimafia contro la ’ndrangheta. È un passaggio che mira a stoppare la delegittimazione generalizzata: se si parla della magistratura come corpo compromesso, si finisce per sporcare anche chi rischia la vita per fare il proprio dovere.

Il punto di partenza: “A cosa conviene ai cittadini?”

Il confronto si apre con un interrogativo che Travaglio ripete più volte: “Io voglio sapere ai cittadini cosa interessa, a cosa conviene, perché dovrebbe convenire ai cittadini”. È il punto che sposta il tema dal linguaggio astratto (separazione delle carriere, sorteggio, consigli, correnti) alla sostanza: il referendum viene venduto come una riforma “per i cittadini”, ma Travaglio chiede di dimostrare dove, come e perché.

Quando Bocchino richiama l’idea del “giudice libero”, Travaglio lo contesta su un piano quasi morale prima ancora che politico: “Non è che fino ad adesso i giudici non sono liberi”, dice, ricordando che in studio c’è una magistrata sotto scorta per il suo lavoro antimafia contro la ’ndrangheta. È un passaggio che mira a stoppare la delegittimazione generalizzata: se si parla della magistratura come corpo compromesso, si finisce per sporcare anche chi rischia la vita per fare il proprio dovere.

“Se dici che sono in mano alle correnti, li hai già delegittimati”

Il nodo si stringe quando entra in gioco la retorica sulle correnti. Travaglio contesta la contraddizione: da una parte si dice “i magistrati sono bravissimi”, dall’altra si ripete che sarebbero “in mano alle correnti”. Ma se sono in mano alle correnti, insiste, li hai già delegittimati: li stai descrivendo come non autonomi, non liberi, non imparziali.

E su questo, il direttore del Fatto introduce una distinzione che cambia completamente prospettiva: ai magistrati, spiega, questa riforma “non cambia assolutamente niente” nella vita materiale. Stesso stipendio, stessa appartenenza associativa, stesso ufficio, stesso banco in aula. “Semplicemente cambierà la giustizia per i cittadini”. È qui che l’attacco diventa politico: la riforma non è una cura per i cittadini, è un intervento sull’assetto dei poteri che incide su chi viene controllato e su come.

La “leggenda” dell’impunità delle toghe e la risposta: “Non pagano i politici”

Il colpo più duro arriva quando Travaglio definisce “leggenda” quella ripetuta da Bocchino: l’idea che i magistrati non paghino mai. E la ribalta in modo secco: “La categoria che non paga mai in Italia sono i politici, non i magistrati”. Da qui parte la dimostrazione, costruita su un caso simbolo: Palamara.

Travaglio ricostruisce la vicenda con precisione narrativa: Palamara, indagato per rapporti poco ortodossi, viene intercettato tramite trojan in una riunione notturna all’Hotel Champagne con due politici – Ferri e Lotti – e con cinque magistrati togati del Csm. E a quel punto arriva la domanda decisiva: com’è finita quella storia?

Il caso Palamara come prova: chi paga davvero e chi no

Secondo Travaglio, la vicenda dimostra l’esatto contrario della propaganda. Palamara, magistrato, è stato espulso dalla magistratura “dai suoi colleghi”. I cinque togati del Csm presenti all’Hotel Champagne si sono dovuti dimettere e sono stati puniti; e un sesto – dice – che “chattava” con Palamara ha fatto la stessa fine. Morale: “pagano i magistrati che sbagliano”.

Poi Travaglio apre l’altra metà del quadro: che fine hanno fatto i due politici? Lotti è rimasto in Parlamento. Ferri è passato dal Pd a Italia Viva e – qui arriva il passaggio che in tv funziona come un gancio – Travaglio chiede retoricamente: “Sai dove lavora Ferri?”. La risposta è la stoccata: è tornato in magistratura e lavora al Ministero della Giustizia, “insieme a Nordio”, perché la politica avrebbe impedito di utilizzare intercettazioni nei suoi riguardi. Ed è qui che la frase “in Italia chi non paga mai sono i politici” diventa la conclusione logica, non uno slogan.

Il messaggio è brutale: quando lo scandalo riguarda la magistratura, scattano espulsioni e dimissioni; quando riguarda la politica, si resta dentro i palazzi o si rientra nei circuiti istituzionali, a volte addirittura nei ministeri che dovrebbero garantire rigore e trasparenza.

“I magistrati vengono indagati tutti i giorni”: la realtà contro la propaganda

Travaglio insiste su un punto che vuole chiudere definitivamente la narrazione dell’impunità: “I magistrati vengono indagati tutti i giorni”. Lo dice per opporsi all’idea di un corpo intoccabile, immune da controlli. E torna sul ruolo del Csm e del potere disciplinare: se davvero il sistema fosse “morbido”, le sanzioni non ci sarebbero o sarebbero rare. Invece, nella sua ricostruzione, è l’opposto.

Ed è qui che aggiunge un argomento che colpisce anche il ministro della Giustizia: “Dato che hai detto che il Csm assolve tutti e io ti ho dimostrato che è il più severo d’Europa, sai di 194 sentenze quante ne ha impugnate il ministro Nordio, che è il titolare del potere disciplinare? Ne ha impugnate 6”. È un dato usato come prova indiretta: se Nordio impugna solo 6 decisioni su 194, vuol dire che le altre – implicitamente – le ritiene corrette anche lui. Quindi, o il Csm è un colabrodo e Nordio non fa il suo mestiere, oppure la storia del “Csm che assolve tutti” non sta in piedi.

Il sorteggio e l’ironia finale: “Se era solo sorteggio ero pure favorevole. Anche per i politici”

Sul tema del sorteggio, Travaglio si concede un passaggio che suona come una provocazione ma ha un bersaglio chiarissimo. Dice che se ci fosse stato “solo un sorteggio” sarebbe stato persino favorevole, ma aggiunge subito la stilettata: “Anche per i politici”. È una battuta che in realtà è una tesi: se il problema sono le correnti e le cordate, allora perché non applicare meccanismi di rottura anche a chi decide le leggi e governa, cioè alla politica?

È il modo con cui chiude il cerchio: la riforma viene venduta come lotta alle incrostazioni, ma nella narrazione di Travaglio le incrostazioni più resistenti sono proprio quelle della politica, che tende a proteggere se stessa mentre addita gli altri come “casta”.

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Lo “show” di Travaglio da Gruber non è solo televisione: è una sintesi politica della campagna referendaria. Bocchino prova a portare il tema sul terreno delle parole d’ordine (“giudice libero”, “correnti”, “magistrati che non pagano”), Travaglio lo riporta sulla realtà: chi paga, chi viene cacciato, chi resta, chi viene punito e chi viene ricollocato.

E la sua conclusione è una lama: in Italia la leggenda dell’impunità delle toghe serve a costruire consenso e a spostare l’attenzione, ma quando si guarda alle conseguenze concrete – dal caso Palamara fino ai numeri sulle impugnazioni di Nordio – emerge un’altra verità. Non è la magistratura il potere che non paga mai. È la politica. E un referendum sulla giustizia, se parte da una bugia, rischia di finire nello stesso modo: con i cittadini convinti di cambiare qualcosa per sé, e invece utili a cambiare qualcosa per chi sta in alto.

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