Il Ponte sullo Stretto torna a far discutere, e questa volta lo fa attraverso le parole di Marco Travaglio, ospite della puntata di Accordi & Disaccordi su Nove.
Il direttore del Fatto Quotidiano, incalzato da Luca Sommi e Andrea Scanzi, ha analizzato con precisione chirurgica i rilievi della Corte dei Conti, che pochi giorni fa ha sospeso il via libera definitivo al progetto.
“Non ha detto che il Ponte non si deve fare”, ha chiarito Travaglio, “ma ha fatto le pulci su questioni molto precise che riguardano i soldi nostri. Perché se si crea un buco, lo paghiamo noi: oltre al ponte, pagheremmo anche il buco.”
Il nodo sollevato dalla Corte dei Conti: “Mancano carte e chiarezza sui costi”
Il giornalista ha spiegato in modo diretto il cuore della questione: la Corte non ha bocciato il Ponte, ma ha chiesto trasparenza e documenti completi.
“Hanno detto: volete fare la nuova piramide di Cheope? Fatela. Ma mandateci le carte. E quelle carte devono essere in regola. Il problema è che una parte non ce l’avete mandata, e quella che avete inviato non è legittima. Ci sono incongruenze enormi sui costi e sulla copertura finanziaria.”
Un richiamo pesante, che non si traduce in un veto politico, ma in una richiesta di chiarezza contabile.
E la Corte dei Conti, ha ricordato Travaglio, “non è un organo che fa opposizione: è pagata per fare controlli preventivi sulle spese pubbliche”.
Un progetto sempre più costoso: da 4 a 13,5 miliardi di euro
Travaglio ha poi sottolineato l’aumento sproporzionato dei costi rispetto alle stime di vent’anni fa:
“Quando la voleva fare Berlusconi, il Ponte costava 4 miliardi. Oggi siamo a 13 miliardi e mezzo. Il costo è più che triplicato. E secondo la normativa europea, quando un’opera pubblica sfora oltre il 50%, diventa un problema di legittimità.”
La cifra monstre, ha spiegato, non è più sostenuta da un modello misto pubblico-privato come in origine:
“All’inizio si parlava di una partnership pubblico-privata, con parte dei fondi recuperati dai pedaggi. Ora invece è tutto a carico dello Stato, al 100%. Cioè dei contribuenti. E hanno rinnovato una gara vecchia e stravecchia, solo per non pagare le penali che loro stessi si erano imposti.”
Pedaggi e traffico: numeri che non tornano
Uno dei passaggi più discussi dell’intervento riguarda la sostenibilità economica dell’opera.
Travaglio ha snocciolato i dati stimati dalla Società Stretto di Messina e li ha messi a confronto con i costi reali di manutenzione e gestione:
“Salvini ha detto che il pedaggio per le auto sarà di 10 euro. La società parla di 7 euro. Facciamo pure 10. Loro prevedono 1,7 milioni di auto e 800mila mezzi pesanti all’anno: in tutto, 40 milioni di euro di incasso annuale. Peccato che i costi di gestione e manutenzione ammontino a 313 milioni l’anno. Cioè quasi otto volte tanto.”
Per coprire le spese, il pedaggio dovrebbe arrivare a cifre folli:
“Servirebbero 28 euro per un’auto e 56 euro per un tir. Chi li pagherebbe? Nessuno. E infatti, se i conti non tornano, a rimetterci saranno ancora i cittadini.”
Un investimento “unico” e rischioso
Il direttore del Fatto ha evidenziato come il Ponte rappresenti l’unico grande investimento infrastrutturale del governo Meloni, un progetto su cui l’esecutivo ha scommesso tutto, anche dal punto di vista politico:
“Quest’opera è la più importante – anzi, forse l’unica – prevista da questo governo. Ci buttano dentro 13 miliardi e mezzo senza dire chiaramente dove li prendono. Ma se l’opera non regge economicamente, sarà un disastro per i conti pubblici.”
E ancora:
“La Corte dei Conti non ha nulla contro il Ponte in sé, ma vuole garanzie. Perché se i numeri non sono solidi, l’Italia rischia un nuovo debito inutile. E in quel caso, il Ponte diventa una cattedrale nel deserto pagata da tutti.”
Travaglio: “Non è un no ideologico, è un sì alla trasparenza”
Nessuna posizione pregiudiziale, dunque, ma una richiesta di rigore:
“Non è che i magistrati contabili abbiano detto di non fare il Ponte perché odiano i ponti. Sarebbe ridicolo. Hanno semplicemente chiesto chiarezza. Hanno fatto il loro mestiere: controllare che i soldi pubblici vengano spesi bene.”
Travaglio ha poi chiuso con una riflessione sul senso di responsabilità che dovrebbe guidare ogni investimento pubblico:
“Un conto è sognare un grande simbolo di progresso, un altro è fare i conti veri. Perché se sbagliamo le carte, non si tratta solo di un ponte che non si regge: si tratta di un Paese che cade nel vuoto insieme a lui.”
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Le parole del direttore del Fatto Quotidiano riassumono la natura del dibattito: non un confronto tra chi “vuole o non vuole il Ponte”, ma tra chi pretende trasparenza e chi preferisce propaganda.
Con i costi in aumento, i pedaggi insostenibili e la totale copertura pubblica, il Ponte sullo Stretto rischia di trasformarsi, come dice Travaglio, da sogno infrastrutturale a monumento all’azzardo politico.
E se davvero “la Corte dei Conti ha fatto le pulci”, come sostiene Travaglio, allora il governo dovrà rispondere non con slogan, ma con numeri — e carte alla mano.



















