Marco Travaglio torna a intervenire sul caso Sigfrido Ranucci con un editoriale durissimo pubblicato il 14 agosto sul Fatto Quotidiano. Il direttore del giornale prende le difese del conduttore di Report e accusa una parte della politica e del dibattito pubblico di essersi precipitata sul caso per regolare vecchi conti, riaprire polemiche del passato e trasformare una vicenda giudiziaria che vede Ranucci come vittima in un’occasione per colpire il giornalista.
Il titolo scelto da Travaglio, “Gli imbucati dell’estate”, anticipa il tono dell’intervento. Il punto centrale dell’editoriale è chiaro: secondo il direttore del Fatto, attorno a Ranucci si sarebbe formato un fronte eterogeneo di critici pronti ad attribuirgli responsabilità che non gli competono, nonostante allo stato dei fatti il conduttore non sia accusato di alcun reato.
«Lo sport nazionale è il calcio dell’asino»
Travaglio apre con un’immagine molto dura. Definisce l’Italia «un Paese di vili, forti coi deboli e deboli coi forti» e sostiene che uno degli sport nazionali sia il cosiddetto “calcio dell’asino”, cioè l’attacco contro chi si trova in difficoltà e non può difendersi facilmente.
Nella lettura del direttore, oggi quel ruolo sarebbe toccato proprio a Ranucci.
Il giornalista, scrive Travaglio, «non essendo accusato di nulla, non deve difendersi da nulla», se non dall’aver avuto un rapporto di amicizia con Walter Lavitola, che lo stesso Travaglio definisce una «sciagurata amicizia». Ma su questo punto introduce subito una distinzione: le frequentazioni personali di un giornalista, secondo lui, appartengono alla sfera privata, mentre sono i politici a dover rispondere pubblicamente delle proprie relazioni e dei propri comportamenti.
Travaglio difende Ranucci: «Non è accusato di niente»
L’editoriale insiste su un punto che il direttore considera decisivo. Ranucci non è indagato per l’attentato subito e, sulla base delle ricostruzioni emerse, resta la vittima di una vicenda nella quale Lavitola ha ammesso di essere il mandante.
Per Travaglio, quindi, il ribaltamento è evidente: chi ha subito l’attentato viene sottoposto a un processo politico e mediatico, mentre attorno al suo nome si moltiplicano accuse, critiche e lezioni di giornalismo.
Ed è proprio contro queste ultime che il direttore usa alcuni dei passaggi più polemici.
«Ogni giorno qualcuno dà lezioni di giornalismo a Report»
Secondo Travaglio, nelle ultime settimane si sarebbe creato un vero e proprio fenomeno: esponenti politici e personaggi pubblici che approfittano del caso per presentarsi come vittime di Report o per criticare i metodi della trasmissione.
Il direttore cita ironicamente anche «quelli di Ruby nipote di Mubarak», richiamando vecchie vicende politiche e giudiziarie per sottolineare quello che considera un paradosso: personaggi che in passato hanno avuto rapporti conflittuali con la stampa ora si ergerebbero a giudici del giornalismo d’inchiesta.
Il caso Di Pietro
Uno dei primi bersagli dell’editoriale è Antonio Di Pietro.
L’ex magistrato ed ex leader dell’Italia dei Valori ha ricordato di avere subito in passato un trattamento molto duro proprio da Report. Travaglio riconosce che nel 2012 un servizio della trasmissione su immobili e fondi elettorali contribuì pesantemente alla crisi politica di Di Pietro.
Ma contesta il collegamento diretto con Ranucci.
Il direttore ricorda infatti che all’epoca Ranucci non era né autore di quel servizio né conduttore della trasmissione.
Da qui la conclusione ironica: il riferimento a Ranucci, secondo Travaglio, «non ci azzecca».
Renzi entra nel caso e Travaglio lo attacca
Il bersaglio principale dell’editoriale diventa però Matteo Renzi.
L’ex presidente del Consiglio ha ricordato di essere stato «massacrato per anni da Report» sul caso dell’autogrill e ha sostenuto che, dopo la confessione di Lavitola, avrebbe molte cose da dire. Ha poi aggiunto di voler però «rimanere garantista» e lasciare ai magistrati il compito di fare chiarezza.
Travaglio definisce questa impostazione «vittimistica» e «passivo-aggressiva».
Il punto che contesta è il collegamento tra il caso Lavitola e la vicenda dell’autogrill di Fiano Romano.
Il nodo dell’incontro all’autogrill
La vicenda risale al 23 dicembre 2020, quando Renzi incontrò Marco Mancini, all’epoca dirigente dei servizi segreti, in un autogrill nei pressi di Fiano Romano.
L’incontro venne ripreso da una docente che si trovava sul posto e il video finì poi a Report.
La vicenda divenne rapidamente un caso politico, anche perché cadeva in una fase delicatissima per il governo Conte II, che poche settimane dopo sarebbe entrato in crisi.
Travaglio ricorda che Renzi contestò duramente la divulgazione di quelle immagini e avanzò una serie di accuse che, secondo il direttore, sarebbero state successivamente smentite dagli sviluppi giudiziari.
Le denunce e le archiviazioni
Nell’editoriale, Travaglio ricostruisce le iniziative giudiziarie intraprese da Renzi.
L’ex premier denunciò la donna che aveva filmato l’incontro, ipotizzando che si trattasse di un’attività di spionaggio ai danni di pubblici ufficiali. Secondo Travaglio, però, gli accertamenti avrebbero escluso collegamenti della docente con i servizi di intelligence.
Renzi denunciò anche Report per la presunta violazione del segreto di Stato legata all’identificazione di Mancini.
Anche questa ipotesi, ricorda Travaglio, sarebbe stata archiviata.
Il direttore cita le conclusioni secondo cui l’identità di Mancini era già sostanzialmente nota pubblicamente e la sua indicazione non avrebbe quindi comportato una violazione del segreto di Stato.
Travaglio: «La prof fece il proprio dovere di cittadina»
Da qui la ricostruzione fortemente polemica proposta dal direttore del Fatto.
Secondo Travaglio, la docente che riprese l’incontro non era un’agente dei servizi o una figura inviata da qualche struttura occulta, ma semplicemente una cittadina che aveva documentato ciò che stava vedendo.
Allo stesso modo, Ranucci avrebbe svolto il proprio lavoro giornalistico riportando la vicenda.
Travaglio ribalta quindi l’accusa: non sarebbe Report a dover ancora fornire spiegazioni, ma Renzi.
«L’unico che deve ancora spiegare è Renzi»
È qui che l’editoriale raggiunge il punto più duro.
Travaglio sostiene che le spiegazioni fornite negli anni da Renzi sull’incontro all’autogrill non sarebbero mai state davvero convincenti.
Il riferimento è anche alla giustificazione dello scambio di “babbi” natalizi, espressione che il direttore usa in modo fortemente sarcastico.
Nella sua lettura, le indagini avrebbero già fatto cadere le teorie secondo cui la vicenda sarebbe stata il risultato di un complotto contro l’ex premier.
Resta invece aperto, sempre secondo Travaglio, il tema del contenuto e del senso politico di quell’incontro.
Il finale sull’eclissi
L’editoriale si chiude con una battuta che riprende le parole dello stesso Renzi.
L’ex premier aveva invitato a «prendere gli occhiali e gustarsi l’eclissi», lasciando da parte per un momento le polemiche su Report.
Travaglio rovescia la frase e conclude ironicamente che l’eclissi da osservare sarebbe proprio quella politica di Renzi.
Una chiusura perfettamente coerente con il tono dell’intero pezzo: sarcastico, aggressivo e costruito come una difesa totale di Ranucci e un attacco frontale a chi, in queste ore, utilizza il caso per riaprire vecchi contenziosi con Report.
Un editoriale che sposta il fuoco dal caso giudiziario alla politica
Il punto centrale dell’articolo di Travaglio non è infatti tanto la ricostruzione dell’attentato, quanto il comportamento di chi sta intervenendo pubblicamente sulla vicenda.
Per il direttore del Fatto, il vero fenomeno da osservare è la corsa di politici ed ex politici a presentarsi come vittime del “metodo Report” proprio mentre il conduttore è al centro delle conseguenze di un attentato di cui non è accusato di essere parte.
Da qui il titolo sugli “imbucati”: persone che si inserirebbero nella vicenda non per contribuire a chiarirla, ma per sfruttarla come occasione di rivincita.
Il nodo della libertà di stampa
In filigrana, l’editoriale pone anche una questione più ampia: fino a che punto il rapporto personale di un giornalista può diventare un criterio per metterne in discussione il lavoro professionale?
Travaglio distingue nettamente i due piani. L’amicizia con Lavitola può essere giudicata imprudente, infelice o persino disastrosa, ma non dimostrerebbe automaticamente che Report abbia costruito inchieste condizionate da quella relazione.
Ed è proprio su questo punto che il direttore respinge le accuse di chi, a suo giudizio, starebbe approfittando della vicenda per delegittimare anni di giornalismo d’inchiesta.
Travaglio contro il “processo” mediatico a Ranucci
L’editoriale del 14 agosto diventa così una presa di posizione senza sfumature.
Per Travaglio, Ranucci è stato trasformato da vittima in imputato mediatico, mentre la confessione di Lavitola dovrebbe semmai spostare il centro dell’attenzione su chi ha organizzato l’attentato e sulle sue motivazioni.
Il resto, nella sua lettura, è una gigantesca resa dei conti politica.
Di Pietro riapre il capitolo del 2012. Renzi torna sull’autogrill. Altri esponenti politici mettono in discussione il “metodo Report”.
E tutti, secondo Travaglio, finiscono per dimenticare il dato essenziale: Ranucci non è accusato di aver organizzato nulla, ma è l’uomo contro cui è stata piazzata una bomba.
Un attacco che riaccende lo scontro su Report
L’editoriale arriva mentre la Rai è ancora alle prese con le valutazioni sul futuro del conduttore e mentre il dibattito politico resta accesissimo.
In questo contesto, la posizione di Travaglio è chiarissima: qualsiasi tentativo di utilizzare il caso Lavitola per chiudere conti con Ranucci o con Report viene interpretato come un’operazione di delegittimazione.
Il direttore non difende la scelta personale di frequentare Lavitola, che definisce esplicitamente «sciagurata», ma rifiuta che quella relazione diventi la prova di una colpa professionale.
Ed è proprio questa distinzione il cuore del suo editoriale.
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Il messaggio finale: prima i fatti, poi le vendette politiche
Nel finale, al netto dei toni sarcastici e delle stoccate personali, il ragionamento di Travaglio resta semplice: le responsabilità vanno attribuite sulla base dei fatti, non dei regolamenti di conti.
Ranucci, al momento, è una vittima. Lavitola ha ammesso il proprio ruolo nell’attentato. Le vecchie polemiche su Di Pietro, Renzi e l’autogrill appartengono ad altri capitoli e non possono essere automaticamente sovrapposte alla vicenda attuale.
È questa, in sostanza, la tesi dell’editoriale: mentre attorno a Report si scatena una nuova battaglia politica, il rischio è che il caso venga trasformato nell’ennesimo terreno di rivincita personale, perdendo di vista il punto centrale.
E Travaglio, con il suo consueto stile, lo sintetizza in modo brutale: chi oggi si accanisce su Ranucci starebbe praticando proprio quel “calcio dell’asino” che consiste nel colpire chi è già a terra.



















