Nel corso dell’ultima puntata di Accordi e Disaccordi, il talk politico in onda su Nove e condotto da Luca Sommi, Marco Travaglio ha firmato uno dei suoi monologhi più corrosivi. Tema della serata: l’elezione del nuovo Papa, Robert Francis Prevost, e la prevedibilità – tutta disattesa – delle analisi di vaticanisti e “papologi” nostrani.
Il proverbio dimenticato: “Chi entra Papa esce Cardinale”
“Ogni conclave parte con lo stesso mantra: ‘Chi entra Papa esce Cardinale’. Poi sono proprio i papologi i primi a scordarselo”, ha esordito Travaglio. Il bersaglio principale del suo affondo è stato il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, dato da settimane come grande favorito da tutte le testate italiane. “Era talmente sicuro di diventare Papa – ha ironizzato – che non è stato eletto nemmeno al primo scrutinio. Come Draghi al Quirinale: troppo favorito per esserlo davvero”.
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Dalla suora Camilla al caso Scola: il déjà vu del 2013
Travaglio ha rievocato il conclave del 2013, quando la stampa nazionale scommetteva tutto sul cardinale Angelo Scola, all’epoca arcivescovo di Milano. “Era il candidato ufficiale di Repubblica e Corriere. Ci raccontavano che parlava latino a memoria, che aveva una fidanzata diventata suora, e che teneva lezioni di etica a Berlusconi, Dell’Utri e Confalonieri. Con quei risultati che conosciamo bene”, ha detto sarcastico.
“Sembrava avesse già vinto, ma i cardinali pensarono diversamente e scelsero Jorge Mario Bergoglio, che Repubblica liquidava come un outsider da pochi voti. Lo stesso errore, dieci anni dopo, con Prevost: ignorato dai più, ma eletto Papa”.
Il balletto delle percentuali: sondaggi e previsioni che non indovinano mai
Travaglio ha poi ricostruito il fiume di previsioni e percentuali pubblicate alla vigilia dell’elezione papale. “Secondo i sondaggi tra i vaticanisti italiani, Prevost era praticamente invisibile: 3% delle preferenze, alla pari con l’ungherese ultraconservatore Erdo, descritto come il cappellano di Orban. Il favorito? Sempre Parolin, col 38%. E subito dietro Zuppi, Pizzaballa, Tagle… Prevost mai. O al massimo, ultimo”.
Il menù delle suore e la fumata sbagliata
Il direttore del Fatto ha poi passato in rassegna gli articoli pubblicati nei momenti caldi del Conclave: Open parlava di trattative decisive “al self-service delle suore”, mentre Il Sole 24 Ore pubblicava il titolo sulla fumata bianca… con la foto della fumata nera. “E poi – ha aggiunto – il direttore Fabio Tamburini si è precipitato a Radio 24 ad annunciare: ‘Sarà Papa Parolin’. Peccato che in quel momento stavano già votando Prevost. Lo chiamano il Sole 24 Ore perché arriva sempre con almeno un giorno di ritardo”.
Il bacio della morte di Paolo Mieli
Non è mancata una stoccata a Paolo Mieli, che aveva indicato il cardinale Matteo Zuppi come candidato ideale. “Come Draghi al Quirinale, anche Zuppi è rimasto a guardare. Ogni volta che Mieli dà il suo endorsement, è la fine. Ma tanto Bergoglio gli stava sulle scatole: era troppo pacifista, troppo terzomondista. Adesso sperava in un Papa italiano, europeo, occidentale. Mancava solo dicesse ‘atlantista’. Ma la Chiesa non è una succursale della NATO”.
La lezione che nessuno impara
Travaglio ha chiuso il suo monologo con una riflessione sarcastica ma amara sulla stampa italiana: “Ogni volta che c’è un Conclave, sembrano i soliti Nostradamus della domenica. Si autocitano, si rincorrono, si copiano. Poi arriva la fumata bianca, e restano lì col ‘scola pasta’ in testa. L’altra volta Bergoglio, questa volta Prevost: quelli che non venivano nemmeno presi in considerazione”.
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Conclusione: la profezia dei profeti sbagliati
Il monologo di Marco Travaglio non è stato solo un esercizio di sarcasmo pungente, ma una critica puntuale a un certo giornalismo ecclesiastico che sembra più preoccupato di indovinare il cavallo vincente che di comprendere realmente le dinamiche della Chiesa. Ogni Conclave diventa l’occasione per proiettare desideri, pressioni politiche e tesi autoreferenziali, spesso smentite dai fatti. Eppure, come insegna la storia recente, il Papa non lo eleggono i giornali, ma i cardinali. E lo Spirito Santo – con buona pace dei sondaggi – non ha mai avuto un ufficio stampa.
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