Travaglio vs Renzi: arriva il conto da pagare… Ecco chi ha vinto dopo anni – ULTIMO MINUTO

Dall’annuncio del 2019 alla “stagione delle carte bollate”

Tutto comincia nel febbraio 2019, quando Matteo Renzi – come ricostruito nel post social e nel testo che accompagna la vicenda – annuncia una linea di attacco giudiziario contro chi lo critica. Nel mirino, dice allora, ci sarebbe stato anche il “direttore di un quotidiano” apparso in tv con la sua faccia su un rotolo di carta igienica, con una promessa che suonava come un avvertimento: “pagheranno caro e pagheranno tutto”.

Da quel momento, secondo la narrazione rilanciata dal Fatto Quotidiano, la vicenda si trasforma in una lunga partita processuale che – a distanza di anni – arriva a un bilancio netto: 4-0 per Il Fatto e per il suo direttore Marco Travaglio, con l’ultima decisione indicata come datata 8 gennaio.

Il “palco” di Torino e la prima querela trasformata in gesto pubblico

Nel racconto rilanciato dal Fatto, uno dei passaggi simbolici è quello di Torino, quando Renzi avrebbe fatto salire sul palco il proprio avvocato per firmare la prima querela davanti al pubblico, trasformando l’avvio del contenzioso in un atto politico-comunicativo oltre che giudiziario.

È un dettaglio che, nel taglio dell’articolo, serve a costruire l’idea di una strategia: la causa non come fatto isolato, ma come sequenza e come messaggio.

La frase su “Villa Travaglio” e l’effetto boomerang

A incorniciare la storia c’è un’altra frase attribuita a Renzi e ripresa da più testate: l’ex premier, intervenendo a Piazzapulita (La7), avrebbe detto di contare, con le cause civili contro Travaglio, di pagare “tre o quattro rate del mutuo”, arrivando a scherzare sull’idea di chiamare la casa “villa Travaglio”.

Nel racconto del Fatto, quell’ironia torna oggi come un controcanto: non solo non avrebbe incassato risarcimenti, ma sarebbe lui a dover affrontare un esborso complessivo molto elevato, “non per sfortuna ma per il codice”.

La sentenza d’appello: “critica politica e satira”, niente diffamazione

Il punto centrale della “dura replica” è l’esito dell’appello: la Corte d’appello di Firenze avrebbe ribaltato il quadro sfavorevole in primo grado e stabilito che gli scritti contestati rientrano nel diritto di critica politica, anche “sub specie di satira politica”.

Nella ricostruzione riportata, la Corte avrebbe inoltre evidenziato che non sarebbe stata mai allegata/contestata la falsità dei fatti di cronaca richiamati negli articoli oggetto del contenzioso.

È dentro questa cornice che il Fatto colloca anche il passaggio più citato: l’idea che termini e definizioni usate nei confronti di Renzi (tra cui “bullo” nel titolo dell’articolo) vengano letti come metafore funzionali alla manifestazione del dissenso politico, e quindi protette nell’alveo della critica.

I numeri della condanna: perché si arriva a 225.674,42 euro

La parte più “materiale” – e più pesante – della vicenda è il conto finale.

Secondo quanto riportato, dopo l’esito in appello Renzi dovrebbe:

restituire 98.021,65 euro, più 5.564,41 euro di interessi legali (totale restituzione: 103.586,06);

aggiungere 122.088,36 euro di spese legali.


La somma porta al totale di 225.674,42 euro.

Nella stessa ricostruzione vengono indicati anche i componenti del collegio della quarta sezione civile (Carla Santese, Giulia Conte, Ada Raffaella Mazzarelli).

Il precedente del 2023: la “carta igienica” come satira e il tema dell’abuso dello strumento processuale

Dentro la narrazione del “4-0” rientra anche un capitolo precedente e molto noto: la causa legata al rotolo di carta igienica con il volto di Renzi visto sullo sfondo durante un intervento televisivo di Travaglio.

Nel febbraio 2023 varie testate riportano che il Tribunale di Firenze abbia escluso la diffamazione, qualificando l’episodio come satira e condannando Renzi a pagare una somma (circa 42mila euro, oltre a spese) anche con rilievi sul possibile abuso dello strumento processuale.

Questo passaggio è importante perché spiega una delle linee portanti della “replica” del Fatto: la tesi per cui le azioni giudiziarie, nella sostanza, avrebbero finito per certificare un perimetro di tollerabilità della satira nei confronti di un personaggio politico.

Il nodo “bullo” e il ribaltamento rispetto al primo grado del 2023

La vicenda dell’appello 2026 si innesta anche su un’altra tappa: nel 2023 era circolata la notizia della condanna in primo grado del Fatto e di Travaglio a un risarcimento da 80mila euro per espressioni ritenute diffamatorie (con un elenco di appellativi contestati).

È proprio quel quadro che, stando alle cronache più recenti, l’appello avrebbe capovolto, riportando quegli stessi contenuti nell’ambito della critica politica/satira e facendo scattare l’effetto economico contrario (restituzioni + spese).

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Conclusione: la “replica” come messaggio politico oltre che giudiziario

Nel modo in cui viene presentata, la storia non è solo un aggiornamento di tribunale: è una risposta frontale, quasi una “contro-narrazione” costruita sul tempo lungo (“sette anni dopo”) e su un risultato sintetico (“4-0”).

Il cuore della replica sta in due punti:

1. il riconoscimento del perimetro di critica e satira come strumenti legittimi del dissenso politico;


2. il conto finale – 225.674,42 euro – che rovescia la promessa iniziale del “pagheranno tutto” in un esito opposto, economicamente e simbolicamente.

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