Truffa Covid Visibilia Santanché – Arriva il responso shock – Ecco cosa è accaduto tramite il Senato – Ora il processo

La vicenda giudiziaria legata a Visibilia e a Daniela Santanchè entra in una fase nuova, potenzialmente decisiva. Non per una sentenza di assoluzione, non per una decisione sul merito delle accuse, ma per un passaggio istituzionale che può cambiare il destino del procedimento: la Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibile il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dal Senato contro la procura di Milano.

Al centro dello scontro ci sono chat, mail e registrazioni acquisite nell’ambito dell’indagine sulla presunta truffa aggravata all’Inps legata alla cassa integrazione Covid per alcuni lavoratori di Visibilia. Materiale che, secondo la difesa dell’ex ministra del Turismo e secondo Palazzo Madama, non avrebbe potuto essere utilizzato senza una preventiva autorizzazione del Senato.

Una questione tecnica solo in apparenza. Perché dietro la decisione della Consulta si gioca una partita molto più ampia: quella sui confini dell’immunità parlamentare nell’epoca dei messaggi WhatsApp, delle email e delle comunicazioni digitali.

Il conflitto tra Senato e procura di Milano

La Corte Costituzionale ha stabilito che il conflitto sollevato dal Senato è ammissibile. Questo significa che la Consulta non ha ancora deciso chi abbia ragione nel merito, ma ha riconosciuto che esiste una questione reale da esaminare: il rapporto tra l’attività investigativa della procura di Milano e le prerogative costituzionali di una parlamentare.

Il procedimento riguarda Daniela Santanchè, senatrice di Fratelli d’Italia ed ex ministra del Turismo, accusata di truffa aggravata all’Inps nell’ambito dell’inchiesta Visibilia. Secondo l’ipotesi accusatoria, il caso ruota attorno alla gestione della cassa integrazione nel periodo Covid per alcuni lavoratori del gruppo.

La difesa, rappresentata dagli avvocati Salvatore Pino e Nicolò Pelanda, ha sostenuto che una parte del materiale acquisito dai magistrati — chat, email e registrazioni — sarebbe da considerare corrispondenza privata. E, in quanto tale, se riguarda una parlamentare, avrebbe richiesto l’autorizzazione preventiva della Camera di appartenenza, cioè il Senato.

Palazzo Madama ha condiviso questa impostazione e ha promosso il conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale.

Perché il processo può rallentare

La decisione della Consulta non chiude il procedimento, ma lo complica. L’ordinanza sarà trasmessa immediatamente al Senato, che avrà 60 giorni di tempo per notificarla alla procura di Milano. Dopo questa fase, ci saranno altri 30 giorni per il deposito delle memorie e poi verrà fissata l’udienza di merito.

In sostanza, il processo entra in una zona di attesa. Il punto decisivo sarà stabilire se il materiale acquisito dai pm possa essere utilizzato oppure no. Se la Corte dovesse dare ragione al Senato e alla difesa di Santanchè, alcune prove potrebbero diventare inutilizzabili o comunque essere sottoposte a un passaggio autorizzativo parlamentare.

È questo il nodo politico e giudiziario più delicato: non si discute ancora della fondatezza dell’accusa di truffa, ma degli strumenti con cui la procura ha raccolto il materiale probatorio.

La sentenza Renzi-Open che cambia tutto

Il precedente che pesa su questa vicenda è quello legato a Matteo Renzi e all’inchiesta Open. Nel 2023 la Corte Costituzionale diede ragione all’ex premier nel conflitto sollevato dal Senato, stabilendo un principio destinato a incidere profondamente sulle indagini che coinvolgono parlamentari.

La Consulta affermò che mail, Sms, WhatsApp e messaggi elettronici non possono essere trattati come semplici documenti informatici, ma devono essere considerati vera e propria corrispondenza. Una svolta interpretativa enorme, perché la corrispondenza dei parlamentari è tutelata dall’articolo 68 della Costituzione e può essere acquisita solo con l’autorizzazione della Camera di appartenenza.

Prima di quella decisione, la Cassazione aveva seguito un orientamento diverso: i messaggi già presenti nella memoria di un telefono o di un computer venivano considerati documenti, non corrispondenza in corso. Per questo potevano essere acquisiti senza chiedere il via libera al Parlamento.

La Corte Costituzionale ha invece ribaltato questa impostazione, spiegando che nel mondo contemporaneo la corrispondenza non può essere limitata alle lettere cartacee. Oggi, la comunicazione privata passa soprattutto da email, chat e messaggi digitali. Escluderli dalla tutela costituzionale significherebbe svuotare di significato la prerogativa parlamentare.

Santanchè “aiutata” dal precedente Renzi

È proprio questa sentenza a diventare ora il possibile scudo per Daniela Santanchè. La sua difesa sostiene che il materiale acquisito nell’inchiesta Visibilia rientri nella stessa categoria giuridica già riconosciuta dalla Consulta nel caso Renzi: corrispondenza privata.

Se questa impostazione dovesse essere accolta anche nel merito, la procura di Milano avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione preventiva al Senato prima di utilizzare chat, mail e registrazioni. In caso contrario, quel materiale potrebbe essere considerato inutilizzabile.

Il punto è particolarmente importante perché la decisione della Consulta, quando arriverà, non inciderà soltanto sul caso Santanchè. Potrebbe consolidare ulteriormente un orientamento già molto discusso, destinato a pesare su tutte le indagini che incrociano comunicazioni con deputati, senatori o membri del governo.

La nuova frontiera dell’immunità parlamentare

La questione va oltre il singolo procedimento. Dopo la sentenza Renzi-Open, il concetto di immunità parlamentare si è allargato anche alla comunicazione digitale. Non solo intercettazioni telefoniche, dunque, ma anche messaggi conservati nei telefoni di terzi, email inviate o ricevute, chat acquisite da dispositivi sequestrati ad altri soggetti.

Il problema è evidente: se un imprenditore, un manager, un finanziere o un banchiere indagato ha scambiato messaggi con un parlamentare, la procura potrebbe trovarsi obbligata a chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza del deputato o senatore, anche se quel parlamentare non è indagato.

Questo meccanismo rischia di trasformarsi in una protezione indiretta anche per soggetti esterni al Parlamento. Basta che nel materiale sequestrato compaiano comunicazioni con un parlamentare perché l’indagine possa subire rallentamenti, sospensioni o complicazioni procedurali.

È il punto più controverso: la tutela della funzione parlamentare, nata per proteggere l’indipendenza degli eletti, può diventare nei fatti uno scudo anche per chi con il Parlamento ha avuto solo uno scambio di messaggi.

Gli altri casi: Mps-Mediobanca e Delmastro

Il nuovo orientamento della Consulta ha già prodotto conseguenze concrete. La procura di Milano, nell’inchiesta sulla scalata Mps-Mediobanca, ha chiesto l’autorizzazione preventiva alle Camere per poter visionare ed estrarre le chat presenti nel cellulare dell’ex dirigente del Ministero dell’Economia Marcello Sala.

Lo stesso Sala avrebbe segnalato ai pm di avere avuto scambi di messaggi con diversi parlamentari e membri del governo, tra cui i ministri Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini, non indagati. Proprio per evitare contestazioni successive, i magistrati hanno scelto di passare prima dal Parlamento.

Una richiesta simile è arrivata anche dalla procura di Roma alla Camera dei deputati per poter visionare i messaggi scambiati tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, condannato per intestazione fittizia di beni del clan Senese. Anche in quel caso, il nodo non è soltanto investigativo, ma costituzionale: fino a dove può spingersi l’autorità giudiziaria quando nelle comunicazioni compaiono parlamentari?

Il rischio di uno scudo sempre più ampio

La decisione della Consulta sul caso Santanchè, anche se per ora riguarda solo l’ammissibilità del conflitto, conferma quanto il tema sia ormai centrale. La tutela della corrispondenza parlamentare è un principio costituzionale, ma la sua applicazione alle comunicazioni digitali sta producendo effetti molto più estesi rispetto al passato.

Il rischio denunciato da molti osservatori è che questa interpretazione possa diventare una sorta di scudo preventivo. Se un soggetto coinvolto in un’indagine ha avuto anche solo qualche scambio con un parlamentare, il materiale potrebbe finire sotto la protezione dell’articolo 68. A quel punto, l’utilizzo delle prove dipenderebbe dal via libera della Camera o del Senato.

È un passaggio delicatissimo perché mette in tensione due esigenze entrambe fondamentali: da una parte la tutela delle prerogative parlamentari, dall’altra l’autonomia delle indagini e l’efficacia dell’azione penale.

Il paradosso politico per Santanchè

Per Daniela Santanchè, la decisione della Corte rappresenta un passaggio favorevole. Non perché cancelli le accuse, ma perché apre una possibile strada difensiva molto forte. Se la Consulta dovesse confermare l’orientamento già espresso nel caso Renzi, la posizione dell’ex ministra potrebbe rafforzarsi sul piano processuale.

Il paradosso politico è evidente. Una sentenza nata da un conflitto promosso dal Senato su richiesta di Matteo Renzi, leader di un’area politica lontana da Fratelli d’Italia, potrebbe ora diventare uno degli argomenti più utili alla difesa di una senatrice del partito di Giorgia Meloni.

La giurisprudenza costituzionale, insomma, non guarda al colore politico. Ma i suoi effetti politici possono essere enormi.

Cosa succede adesso

Dopo l’ordinanza di ammissibilità, il procedimento davanti alla Consulta entrerà nella fase successiva. Il Senato dovrà trasmettere l’atto alla procura di Milano entro 60 giorni. Poi le parti avranno 30 giorni per depositare le memorie. Infine sarà fissata l’udienza di merito.

Solo allora la Corte deciderà se la procura abbia effettivamente violato le prerogative del Senato acquisendo il materiale senza autorizzazione preventiva. È quella la decisione che potrà avere effetti concreti sul procedimento Visibilia.

Fino ad allora resta l’incertezza. Il processo non viene cancellato, ma il suo percorso rischia di rallentare e di essere condizionato dal verdetto costituzionale.

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Conclusione: il caso Santanchè diventa un banco di prova per tutta la giustizia

La vicenda Visibilia non è più soltanto un’inchiesta su una presunta truffa Covid all’Inps. Con l’intervento della Corte Costituzionale, diventa un banco di prova per il rapporto tra giustizia, Parlamento e nuove tecnologie.

La domanda di fondo è semplice solo in apparenza: una chat WhatsApp o una mail conservata nel telefono di un terzo è corrispondenza parlamentare? Se sì, quando serve l’autorizzazione del Senato o della Camera? E fino a che punto questa tutela può incidere sulle indagini penali?

La Consulta ha già tracciato una linea con il caso Renzi. Ora quella linea potrebbe aiutare Daniela Santanchè e incidere sul processo Visibilia. Per la procura di Milano si apre una fase più complessa. Per l’ex ministra, invece, arriva una possibile boccata d’ossigeno processuale.

Ma il vero nodo resta politico e costituzionale: proteggere il Parlamento è necessario, trasformare ogni messaggio con un parlamentare in uno scudo giudiziario rischia però di cambiare profondamente il rapporto tra potere legislativo e magistratura. Ed è proprio su questo confine che la Corte Costituzionale sarà chiamata a decidere.

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