Tutte le balle di Giorgia Meloni smontate punto per punto. Ecco come ci ha preso in giro – INEDITO

Nel suo discorso per il Primo Maggio, Giorgia Meloni ha sfoderato toni trionfali, numeri a effetto e promesse roboanti. Ha parlato di “un milione di posti di lavoro in più”, di “riduzione del precariato” e di “650 milioni per la sicurezza sul lavoro”. Ma basta scavare sotto la superficie per scoprire che la narrazione del governo regge poco. I dati, le fonti ufficiali e persino le pieghe dei documenti contabili raccontano tutt’altra storia. Un racconto in cui l’effetto Fornero gioca un ruolo chiave, i giovani restano al palo e le risorse annunciate sono, in realtà, avanzi di cassa riciclati.

Un milione di posti? Sì, ma ereditati dalla ripresa post-Covid

Meloni rivendica con orgoglio un milione di occupati in più da quando è a Palazzo Chigi. Formalmente il dato è corretto: secondo l’Istat, dal suo insediamento a oggi (ottobre 2022 – marzo 2025), gli occupati sono aumentati di circa 1,06 milioni. Ma il punto è un altro: questa crescita non è frutto delle politiche del governo, bensì l’effetto naturale della ripresa post-pandemica e di riforme avviate dai governi precedenti, tra cui il PNRR e i bonus edilizi.

Anzi, a ben guardare, negli ultimi mesi il mercato del lavoro mostra segnali di rallentamento. A marzo 2025, per esempio, si sono persi 16mila posti rispetto a febbraio. Un dato non allarmante di per sé, ma indicativo del fatto che la spinta iniziale si sta esaurendo.

Gli occupati aumentano, ma solo tra gli over 50

Il secondo elemento che smonta la narrazione trionfalista è la distribuzione dell’occupazione per fascia d’età. Dei nuovi occupati, ben 953 mila hanno più di 50 anni. La fascia 25–34 anni segna un modesto +108 mila. I giovani sotto i 24 anni crescono appena di 14 mila, mentre tra i 35 e i 49 anni si registra addirittura un calo di 13 mila unità.

La ragione? L’inasprimento dell’età pensionabile. È l’effetto trascinato della legge Fornero e delle successive retromarce del governo attuale che, pur avendo promesso maggiore flessibilità in uscita, ha invece lasciato intatti – se non irrigidito – i vincoli per andare in pensione. Risultato: molti lavoratori più anziani restano attivi più a lungo, contribuendo ad alzare il numero degli occupati, ma senza che ciò significhi un miglioramento reale per i giovani o per chi cerca il primo impiego.

La “sicurezza sul lavoro”? Quei 650 milioni non sono nuovi

Il governo ha anche sbandierato uno stanziamento da 650 milioni di euro per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Ma si tratta, ancora una volta, di una mossa propagandistica. I fondi non sono affatto nuovi: sono semplicemente risorse già presenti nel bilancio dell’Inail, stanziate da anni attraverso i bandi Isi. Si tratta di una prassi consolidata dal 2010, che prevede il finanziamento – tramite bandi – di progetti di investimento da parte delle aziende per migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro.

Non serve alcuna delibera del Consiglio dei Ministri per attivarli. La cifra annunciata da Meloni comprende anche fondi non spesi negli anni precedenti, come confermato dallo stesso bilancio consuntivo dell’Inail. Anzi, proprio l’incapacità del sistema di erogare completamente queste risorse dovrebbe far riflettere: il problema non è tanto stanziare i fondi, ma riuscire a spenderli e farli arrivare alle imprese in tempi utili.

Tra propaganda e realtà: il lavoro resta in crisi

Alla luce di questi dati, le parole del Primo Ministro sembrano più una manovra di comunicazione che un bilancio onesto della situazione. I salari reali, rispetto al 2021, sono ancora più bassi dell’8%. La produzione industriale è ferma, e la cassa integrazione torna a salire. La tanto sbandierata crescita dell’occupazione si regge quasi interamente sull’invecchiamento forzato del mondo del lavoro. I giovani faticano a trovare un impiego stabile, e chi lavora spesso lo fa in condizioni di incertezza e con stipendi insufficienti.

Insomma, se c’è un elemento che descrive bene la realtà del mercato del lavoro italiano nel 2025, non è certo l’ottimismo del governo. È piuttosto una stagnazione truccata da ripresa. E, come spesso accade, a rimetterci sono i più deboli: giovani, precari, donne e lavoratori del Sud.

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Conclusione

Il Primo Maggio dovrebbe essere il giorno della verità sul lavoro, non quello della propaganda. Ma quest’anno, tra effetti ottici, narrazioni distorte e annunci gonfiati, l’unica certezza è che la realtà raccontata da Giorgia Meloni somiglia poco a quella vissuta da milioni di italiani. Meno fanfara, più fatti: è quello che servirebbe, soprattutto in un Paese dove il lavoro – quello vero, stabile, sicuro – è ancora un miraggio per troppi.

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