Il nuovo sondaggio SWG per La7, aggiornato al 1° giugno 2026, consegna una fotografia politica senza scosse clamorose in superficie, ma con diversi movimenti interessanti sotto traccia. Fratelli d’Italia resta saldamente il primo partito, il Partito Democratico arretra leggermente, mentre il Movimento 5 Stelle torna a crescere e raggiunge quota 13%.
Il quadro generale racconta una fase ancora molto fluida: gli spostamenti sono contenuti, spesso nell’ordine di pochi decimali, ma alcuni segnali politici emergono con chiarezza. Da una parte la tenuta del partito di Giorgia Meloni, dall’altra la risalita del M5S e di Futuro Nazionale. Sullo sfondo resta però il dato più pesante: il 28% degli intervistati non si esprime.
Fratelli d’Italia resta in testa: Meloni al 28,2%
Secondo la rilevazione SWG, Fratelli d’Italia si conferma primo partito italiano con il 28,2%, in lieve crescita rispetto al 28,1% della settimana precedente. Il movimento è minimo, appena +0,1%, ma conferma la stabilità del partito della premier.
Il dato indica che FdI continua a mantenere un vantaggio netto sugli avversari, soprattutto sul Partito Democratico, che resta secondo ma perde terreno. La distanza tra FdI e Pd è ora di 5,9 punti percentuali: un margine ancora ampio, che consente al partito di Meloni di conservare una posizione dominante nel quadro politico nazionale.
Non si tratta di un balzo in avanti, ma di una tenuta. E in una fase segnata da tensioni politiche, amministrative ed economiche, anche la stabilità può diventare un elemento politicamente rilevante.
Il Partito Democratico scende al 22,3%
Il Partito Democratico viene stimato al 22,3%, in calo dello 0,2% rispetto al 22,5% della settimana precedente. Anche in questo caso si tratta di una variazione contenuta, ma il segnale è chiaro: il Pd non cresce e resta distante da Fratelli d’Italia.
Per il centrosinistra, il dato ha una doppia lettura. Da un lato il Pd resta saldamente la principale forza dell’opposizione. Dall’altro, però, non riesce a ridurre il divario con il partito della presidente del Consiglio. Il problema politico è proprio questo: il Partito Democratico rimane competitivo, ma non appare ancora in grado di agganciare il primo posto.
Il calo dello 0,2% non rappresenta da solo un arretramento drammatico, ma in una fase in cui ogni segnale viene letto anche in chiave di leadership e prospettive future, il dato può alimentare nuove riflessioni dentro il campo progressista.
Il Movimento 5 Stelle torna al 13%: crescita dello 0,3%
Il Movimento 5 Stelle è uno dei partiti che registra il movimento più significativo della settimana. Secondo SWG sale dal 12,7% al 13,0%, con un incremento dello 0,3%.
È un dato importante per Giuseppe Conte, perché riporta il M5S su una soglia psicologica rilevante. Il 13% conferma che il Movimento resta una forza centrale nello scenario politico, soprattutto nel campo dell’opposizione. Non è ancora ai livelli dei momenti migliori, ma mantiene una base elettorale consistente e, soprattutto, torna a muoversi verso l’alto.
Il dato del Movimento va letto anche nel rapporto con il Pd. La distanza tra i due partiti resta ampia, pari a 9,3 punti, ma la crescita dei 5 Stelle mentre il Pd arretra leggermente rende più interessante il confronto interno all’opposizione. Il M5S sembra intercettare una parte di elettorato che continua a cercare una proposta alternativa sia al governo sia al tradizionale centrosinistra.
Forza Italia e Lega arretrano entrambe
Nel centrodestra, al di là della tenuta di Fratelli d’Italia, si registra una doppia flessione per gli alleati principali. Forza Italia scende dal 7,4% al 7,2%, perdendo lo 0,2%. La Lega passa invece dal 6,0% al 5,8%, anche in questo caso con un calo dello 0,2%.
Sono spostamenti piccoli, ma politicamente interessanti. Forza Italia resta davanti alla Lega, confermando il sorpasso interno all’area moderata del centrodestra. Il partito guidato da Antonio Tajani mantiene una posizione più solida rispetto al Carroccio, che continua a muoversi sotto la soglia del 6%.
Per Matteo Salvini il dato non è irrilevante: la Lega resta lontana dai numeri del passato e fatica a recuperare spazio all’interno della coalizione. La competizione interna al centrodestra continua dunque a premiare Fratelli d’Italia, mentre gli alleati si contendono una fascia molto più ridotta dell’elettorato.
Verdi e Sinistra crescono leggermente
Alleanza Verdi e Sinistra viene stimata al 6,7%, in aumento dello 0,1% rispetto al 6,6% precedente. Anche qui il movimento è contenuto, ma conferma una certa stabilità dell’area rosso-verde.
AVS resta sotto Forza Italia ma sopra la Lega. È un dato politicamente significativo perché colloca Verdi e Sinistra in una posizione non marginale nel campo progressista. In un’eventuale costruzione di alternativa al centrodestra, il peso di AVS resta decisivo, soprattutto se sommato a quello del Pd e del Movimento 5 Stelle.
La somma aritmetica tra Pd, M5S e Verdi-Sinistra arriva infatti al 42%. È un dato numerico, non una coalizione automatica, ma aiuta a capire quanto il tema delle alleanze resti centrale per l’opposizione.
Futuro Nazionale sale al 4,6%
Tra le forze minori, il dato più rilevante è quello di Futuro Nazionale, che passa dal 4,3% al 4,6%, crescendo dello 0,3%. È lo stesso incremento registrato dal Movimento 5 Stelle ed è uno dei movimenti più forti della settimana.
Futuro Nazionale si conferma così sopra la soglia del 4%, consolidando una presenza politica che potrebbe diventare sempre più significativa negli equilibri dell’area di destra e del centrodestra allargato.
Il dato è particolarmente interessante perché, sommato ai partiti della maggioranza tradizionale, spingerebbe l’area di centrodestra su numeri molto più larghi. Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati valgono insieme il 42,4%. Se si considera anche Futuro Nazionale, l’area arriverebbe aritmeticamente al 47%. Naturalmente si tratta di una somma politica solo potenziale, non di una coalizione certificata.
Azione, Italia Viva e +Europa: il centro resta frammentato
Nel campo centrista e liberale il quadro resta frammentato. Azione viene stimata al 3,4%, in calo dello 0,1%. Italia Viva scende al 2,4%, perdendo anch’essa lo 0,1%. +Europa rimane stabile all’1,4%.
Questi numeri confermano una difficoltà strutturale dell’area centrista: nessuna delle forze considerate riesce, da sola, a raggiungere una soglia realmente competitiva. Azione resta la più forte del gruppo, ma sotto il 4%. Italia Viva rimane sotto il 3%, mentre +Europa resta inchiodata all’1,4%.
Il dato politico è evidente: il centro esiste, ma resta diviso. E finché rimarrà frammentato, rischierà di pesare meno della somma teorica dei suoi voti.
Noi Moderati in lieve calo, Altre liste in crescita
Noi Moderati scende dall’1,3% all’1,2%, con una flessione dello 0,1%. Le Altre liste salgono invece dal 3,7% al 3,8%, registrando un +0,1%.
Anche questi movimenti sono limitati, ma confermano la presenza di una quota di elettorato dispersa tra sigle minori, liste locali o formazioni non direttamente riconducibili ai principali partiti nazionali.
Questa frammentazione è uno degli elementi che rende il quadro politico meno stabile di quanto sembri. Dietro i grandi blocchi, infatti, resta una parte di voto mobile, non sempre facilmente prevedibile.
Il vero dato politico: il 28% non si esprime
Il numero più importante del sondaggio, però, potrebbe non essere quello dei singoli partiti. La quota di chi non si esprime è al 28%, in calo rispetto al 29% della settimana precedente.
Il dato scende di un punto, ma resta altissimo. Più di un elettore su quattro non indica una preferenza. Questo significa che una parte enorme dell’opinione pubblica resta fuori dalla competizione dichiarata tra i partiti.
È un elemento decisivo per almeno due motivi. Primo: perché rende il quadro molto più incerto. Secondo: perché segnala una distanza ancora forte tra cittadini e politica. Anche quando i partiti si muovono di pochi decimali, la massa degli indecisi, degli astenuti potenziali e di chi non risponde rimane abbastanza grande da poter cambiare gli equilibri.
I rapporti tra gli schieramenti
Guardando alle somme aritmetiche, la maggioranza di governo composta da Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati arriva al 42,4%. È un dato robusto, anche se segnato da una forte sproporzione interna: FdI pesa da solo più di tutti gli alleati messi insieme.
Sul fronte opposto, Pd, Movimento 5 Stelle e Verdi-Sinistra arrivano complessivamente al 42%. La distanza aritmetica dalla maggioranza classica è dunque minima. Ma il punto politico non è solo numerico: il centrodestra è una coalizione già strutturata, mentre il campo progressista resta attraversato da differenze politiche, strategiche e programmatiche.
Se al blocco Pd-M5S-AVS si aggiungessero anche Azione, Italia Viva e +Europa, l’area alternativa al centrodestra arriverebbe al 49,2%. Ma questa è una somma teorica, perché oggi non corrisponde a un’alleanza politica compatta.
Un sondaggio da leggere con cautela
La rilevazione è stata realizzata da SWG per La7 con metodo misto CATI-CAMI-CAWI su un campione di 1.200 soggetti maggiorenni residenti in Italia, intervistati tra il 27 maggio e il 1° giugno 2026. Il margine d’errore indicato è del 2,8% al livello di confidenza del 95%.
Questo significa che le variazioni settimanali di pochi decimali vanno lette con prudenza. Non indicano necessariamente cambiamenti strutturali, ma possono segnalare tendenze, umori e spostamenti iniziali.
Il sondaggio, dunque, non racconta un terremoto immediato, ma fotografa un equilibrio politico ancora aperto: FdI resta primo, il Pd arretra lievemente, il M5S risale, gli alleati di governo perdono qualcosa e l’area degli indecisi resta enorme.
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Il sondaggio SWG per La7 del 1° giugno 2026 conferma una politica italiana bloccata solo in apparenza. Fratelli d’Italia mantiene la leadership con il 28,2%, ma il Movimento 5 Stelle torna al 13% e segnala una possibile ripresa. Il Partito Democratico resta secondo, ma non accorcia la distanza dalla premier. Nel centrodestra, Forza Italia e Lega perdono entrambe qualcosa, mentre Futuro Nazionale cresce fino al 4,6%.
La vera partita, però, continua a giocarsi fuori dai partiti: nel 28% di cittadini che non si esprime. È lì che si nasconde il potenziale cambiamento. Perché finché una quota così ampia dell’elettorato resta sospesa, nessun equilibrio può considerarsi davvero definitivo.



















