Dopo oltre quarant’anni, l’inchiesta sull’omicidio di Piersanti Mattarella conosce una svolta: arrestato l’ex prefetto Piritore, indagato per depistaggio. Si indaga su intrecci tra Cosa Nostra, apparati deviati e ambienti dell’estrema destra
A oltre quarant’anni dall’assassinio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana e fratello dell’attuale capo dello Stato, la verità sul suo omicidio sembra più vicina.
La Procura di Palermo ha disposto l’arresto dell’ex prefetto Francesco Piritore, accusato di depistaggio, con l’accusa di aver fatto sparire un reperto chiave: un guanto ritrovato nell’auto dei killer subito dopo l’attentato del 6 gennaio 1980.
Secondo l’inchiesta firmata da Salvo Palazzolo per la Repubblica, Piritore avrebbe “affermato il falso e taciuto ciò che sapeva”, dichiarando di aver consegnato il guanto alla Scientifica perché lo trasmettesse all’allora pm Pietro Grasso. Ma Grasso, ascoltato dai magistrati, ha negato di aver mai ricevuto quel reperto.
Il reperto scomparso: il guanto del killer
Il dettaglio del guanto scomparso è emerso come uno dei tasselli più inquietanti di una vicenda segnata da decenni di depistaggi, omissioni e manipolazioni.
Quel guanto, ritrovato sull’auto dove i sicari attesero Mattarella davanti alla sua abitazione a Palermo, avrebbe potuto contenere tracce di Dna decisive per individuare il killer materiale.
Gli inquirenti ritengono che la sua sparizione non sia stata un caso: un atto deliberato per impedire che la verità emergesse, in un contesto in cui Cosa Nostra, l’eversione nera e apparati dello Stato deviati avevano un interesse comune a fermare un presidente regionale scomodo, simbolo di legalità e di un possibile rinnovamento politico in Sicilia.
L’incidente probatorio e la nuova pista genetica
Intanto, è in corso un incidente probatorio per confrontare il Dna dei boss Nino Madonia e Salvatore Lucchese con le tracce biologiche che si spera di recuperare da un’impronta parziale trovata nell’auto dei killer.
È un lavoro delicatissimo, che potrebbe finalmente offrire una prova materiale dopo anni di testimonianze contraddittorie e sentenze parziali.
Secondo quanto riporta Repubblica, gli esperti dei RIS e i genetisti forensi incaricati dalla Procura stanno riesaminando vecchi reperti mai analizzati con le tecniche moderne, nella speranza di ricostruire il profilo del killer e di legare l’omicidio a un nome concreto.
Le prime indagini e l’ombra del superpoliziotto Contrada
Gli articoli di Palazzolo ricostruiscono anche come, già nelle prime ore successive all’attentato, alcuni testimoni chiave vennero allontanati dalla scena del crimine, mentre il primo rapporto investigativo conteneva “buchi pesanti” e omissioni.
Tra le figure che aleggiavano nelle indagini di allora c’era anche Bruno Contrada, il superpoliziotto dei Servizi Segreti poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa (e successivamente riabilitato).
Il suo nome torna oggi nell’inchiesta come simbolo di un’epoca in cui mafia, apparati dello Stato e politica si intrecciavano in un equilibrio oscuro, che rese quasi impossibile accertare la verità.
Mafia, politica ed eversione nera: l’intreccio che torna alla luce
Le nuove indagini della Procura di Palermo riprendono una delle piste più delicate: quella che unisce Cosa Nostra e l’estrema destra eversiva, in un’alleanza nata negli anni ’70 e ’80 attorno all’obiettivo comune di fermare il cambiamento politico in Sicilia e in Italia.
Mattarella, democristiano anomalo, riformista e contrario ai metodi clientelari, rappresentava una minaccia per gli equilibri di potere mafioso e politico dell’isola.
Gli inquirenti ritengono che il suo assassinio sia stato il risultato di una convergenza di interessi tra ambienti mafiosi e gruppi neofascisti legati ai circuiti della strategia della tensione.
Il nuovo scenario giudiziario
L’arresto di Piritore segna un punto di svolta: per la prima volta dopo anni, un funzionario pubblico viene accusato di aver alterato consapevolmente le prove.
Se confermata, la circostanza potrebbe riscrivere parte della storia del “caso Mattarella”, restituendo peso giudiziario a ipotesi finora considerate solo complottistiche.
Gli investigatori parlano di “depistaggio scientifico”, condotto per proteggere qualcuno ai vertici dei poteri criminali e istituzionali dell’epoca.
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Una ferita ancora aperta
A distanza di 45 anni, il delitto Mattarella resta una ferita aperta nella memoria della Repubblica.
La nuova inchiesta di Palermo riporta al centro del dibattito non solo il dovere della verità, ma anche il ruolo dello Stato in quegli anni bui in cui legalità e devianza si confondevano.
Oggi, mentre si cercano le ultime tracce biologiche e si interrogano i protagonisti sopravvissuti, la speranza è che questa volta nessuno possa più far sparire le prove.



















