ULTIMO MINUTO – Arrivano brutte notizie per Chiara Appendino – Ecco cosa è successo

La Corte di Cassazione ha chiuso (almeno sul piano dei ricorsi ordinari) una delle vicende giudiziarie più pesanti degli ultimi anni per la politica torinese: respinto il ricorso dell’ex sindaca Chiara Appendino e dell’ex capo di gabinetto Paolo Giordana, confermando la condanna a un anno, cinque mesi e 23 giorni di reclusione per disastro, omicidio e lesioni plurime, tutte colpose, legate ai fatti di Piazza San Carlo.

La decisione arriva dopo un percorso processuale già complesso, fatto di ricalcoli di pena e passaggi tecnici che, negli ultimi mesi, avevano lasciato aperta la partita su un punto specifico: quanto dovesse essere ridotta la pena, dopo alcune remissioni di querela e dopo la correzione richiesta dalla stessa Suprema Corte.

Il verdetto: ricorso respinto, resta la pena a 1 anno, 5 mesi e 23 giorni

La Cassazione, in sostanza, non ha accolto la richiesta di rivedere al ribasso la condanna già ricalcolata. La pena, quindi, resta quella determinata dalla Corte d’assise d’appello di Torino, che a gennaio 2025 aveva riformulato la sanzione rispetto ai precedenti 18 mesi, arrivando all’attuale quantificazione: 1 anno, 5 mesi e 23 giorni.

È un passaggio rilevante perché il ricorso non puntava a riaprire il processo “da capo”, ma a intervenire sul punto più “numerico” e tecnico: il calcolo finale, dopo i correttivi imposti dai diversi gradi di giudizio.

La notte del 3 giugno 2017: la finale Juve–Real, il panico e il bilancio drammatico

Il procedimento nasce dai fatti avvenuti il 3 giugno 2017 in Piazza San Carlo, a Torino, durante la proiezione della finale di Champions League Juventus–Real Madrid. Quella che doveva essere una serata di festa si trasformò in un incubo: un tentativo di rapina da parte di alcuni giovani (poi identificati e condannati) innescò il panico.

La folla si disperse in modo caotico e incontrollato. Il bilancio fu devastante: più di 1.700 feriti e due persone morte. Da lì, oltre alle responsabilità dirette di chi provocò l’allarme e la fuga, si è aperto il capitolo – politicamente più sensibile – sulle responsabilità colpose legate all’organizzazione, alla gestione della sicurezza e alle misure adottate per un evento con una presenza di massa.

Perché Appendino e Giordana sono stati condannati: i reati contestati

La condanna confermata riguarda reati colposi, cioè legati – nell’impianto accusatorio – non a un’intenzione di causare danni, ma a comportamenti ritenuti imprudenti, negligenti o comunque non adeguati rispetto ai doveri di prevenzione.

I reati indicati sono:

disastro colposo,

omicidio colposo (per le due vittime),

lesioni colpose plurime (per i feriti).


Ed è proprio la componente “plurima” delle lesioni a spiegare perché, negli anni, il caso abbia generato calcoli e ricalcoli: cambiare anche solo il numero delle persone offese considerate in giudizio può incidere sugli aumenti di pena.

Il passaggio chiave: la Cassazione e l’“appello-bis” per la reformatio in peius

Un punto tecnico fondamentale, richiamato anche nelle ricostruzioni, è quello che ha portato a un appello-bis limitato al ricalcolo della pena.

In un precedente passaggio, la Suprema Corte aveva stabilito che i giudici d’appello, pur avendo prosciolto Appendino dall’accusa di lesioni per dieci feriti, non avevano poi ridotto la pena. Questo, secondo la Cassazione, configurava una violazione del divieto di reformatio in peius: in sostanza, se l’imputato viene alleggerito su alcuni capi (qui: lesioni per dieci persone), la pena non può restare “come se nulla fosse”, perché risulterebbe peggiorativa o comunque incoerente rispetto al nuovo perimetro.

Per questo era stato disposto un nuovo passaggio in appello, ma solo per quantificare correttamente la pena alla luce delle variazioni intervenute.

Il ricalcolo della Corte d’assise d’appello: come si è arrivati alla pena definitiva

Il cuore della vicenda sta nella matematica della pena, riportata con precisione nei dettagli. I giudici, nel ricalcolo, hanno:

1. Lasciato inalterata la pena base

fissata in 2 anni e 3 mesi con riferimento al disastro colposo.

 

2. Applicato le attenuanti generiche

riduzione di un terzo, che porta la pena base a 1 anno e 6 mesi.

 

3. Aggiunto l’aumento per i due omicidi colposi

aumento di 6 mesi.

 

4. Applicato la riduzione di un terzo per il rito

una riduzione collegata alla scelta processuale, che incide sulla pena complessiva.

 

5. Corretto il segmento delle lesioni colpose

qui sta la modifica più “chirurgica”: l’aumento di pena per le lesioni è stato ridotto da 3 mesi a 2 mesi e 20 giorni.

Questa ultima correzione è legata a un fatto specifico: l’aumento per le lesioni era stato fissato in primo grado considerando 137 persone offese. Nel frattempo, però, era intervenuta la remissione di querela da parte di dieci persone offese; e quel cambiamento non era stato riflesso nel calcolo in appello. Proprio da qui era nato il rilievo della Cassazione e l’annullamento con rinvio sul solo punto del ricalcolo.

Perché la Cassazione “chiude” adesso: avallato il ricalcolo, pena confermata

Con la decisione del 20 gennaio 2026, la Cassazione respinge il nuovo ricorso e quindi avalla il ricalcolo già effettuato in appello. Il punto politico-giudiziario è semplice: non si va oltre, non si scende ulteriormente con la pena. Resta la condanna nella forma e nella misura stabilita dopo l’appello-bis.

In termini pratici, il pronunciamento segna una tappa decisiva perché consolida il quadro: non è più una condanna “in discussione” sul piano della quantificazione, ma una pena che la Suprema Corte considera corretta nei passaggi logici e numerici che l’hanno determinata.

Il peso politico della vicenda: una ferita che resta aperta

Al di là del diritto, Piazza San Carlo è rimasta una ferita per Torino e un caso-simbolo per la politica nazionale: quando un evento pubblico finisce in tragedia, la domanda diventa inevitabile e bruciante: dov’è il confine tra responsabilità amministrativa e responsabilità penale?

È proprio questa la ragione per cui la conferma della pena è una “notizia durissima” per Appendino: perché non riguarda un errore marginale o un passaggio procedurale, ma un giudizio penale che resta in piedi sui capi principali contestati e sulla cornice complessiva di responsabilità colposa legata alla gestione dell’evento.

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La sostanza, oggi, è una: la Cassazione ha detto no alla richiesta di ridurre ancora la condanna. Il risultato è che la pena resta fissata a 1 anno, 5 mesi e 23 giorni, per i fatti del 3 giugno 2017 in Piazza San Carlo, con il bilancio tragico di oltre 1.700 feriti e due morti.

È la chiusura di un capitolo processuale su un dettaglio tecnico – il ricalcolo – che però aveva un valore enorme sul piano politico e simbolico: perché attorno a quei numeri, in realtà, continua a ruotare la questione più grande, cioè come lo Stato attribuisce responsabilità quando una tragedia pubblica esplode in mezzo a una folla.

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