La guerra, in politica, cambia volto quando smette di essere raccontata solo come crisi internazionale e comincia a entrare nelle case sotto forma di bollette, carburanti, salari e paura sociale. È su questo terreno che Riccardo Ricciardi ha scelto di colpire il governo, trasformando il dossier Iran in un atto d’accusa frontale contro Giorgia Meloni. Non soltanto per la linea diplomatica tenuta fin qui dall’esecutivo, ma per ciò che questa escalation può scaricare sull’economia italiana nelle prossime settimane. Il capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera ha parlato in aula dopo l’informativa del ministro della Difesa Guido Crosetto, in una giornata già segnata da massima tensione sui mercati energetici, dal nodo Hormuz e dal timore che l’Europa paghi più di altri il prezzo economico della crisi.
L’affondo di Ricciardi: il petrolio come vero fronte politico
Nel suo intervento, riportato da LaPresse, Ricciardi ha usato parole durissime. Ha accusato il governo di non aver parlato quando a Gaza, a suo dire, era in corso un genocidio, ha ricordato che Meloni aveva indicato Trump come possibile Nobel per la pace e ha sostenuto che oggi l’Italia stia subendo una guerra che colpisce l’Europa anche sul piano economico e sociale. Il cuore dell’attacco, però, è tutto nella frase che più di ogni altra riassume la sua linea: la premier, secondo Ricciardi, non dovrebbe andare nel Golfo “per far vedere che sta trattando per il petrolio”, ma dovrebbe andare direttamente a parlare con Trump. È lì, nella lettura del M5S, che si trova la vera leva politica della crisi.
Il bersaglio non è solo la politica estera, ma la gestione dell’emergenza interna
L’intervento di Ricciardi non si limita alla denuncia internazionale. Il suo obiettivo è molto più concreto e immediato: mettere il governo davanti alla questione di cosa farà per proteggere imprese e famiglie se lo shock energetico dovesse aggravarsi. Il capogruppo M5S parla infatti di “lockdown energetico”, una formula politica forte, non istituzionale, con cui vuole evocare il rischio di una paralisi economica fatta di rincari, perdita di posti di lavoro, compressione dei salari e peggioramento dei servizi. Sullo sfondo c’è una dinamica reale: il Fondo Monetario Internazionale ha già avvertito che la guerra in Medio Oriente porterà con sé crescita più lenta e inflazione più alta, soprattutto per i Paesi importatori di energia.
Il contesto: Crosetto ribadisce che l’Italia non è in guerra
Le parole di Ricciardi arrivano subito dopo l’informativa di Guido Crosetto alla Camera. Il ministro della Difesa ha provato a delimitare con nettezza il perimetro della posizione italiana, sostenendo che rispettare i trattati con gli Stati Uniti non significa essere coinvolti in guerra e ribadendo che l’Italia, pur essendo parte della Nato, non è in guerra con l’Iran. Crosetto ha anche insistito sulla continuità storica degli accordi con Washington sull’uso delle basi americane sul territorio nazionale, spiegando che nessun governo, di qualunque colore politico, li ha mai messi in discussione. Proprio questa linea di continuità e prudenza è ciò che l’opposizione prova a incrinare, accusando il governo di muoversi dentro una logica troppo subalterna all’alleato americano.
Meloni e la missione nel Golfo: energia e sicurezza
L’attacco di Ricciardi si innesta su un fatto politico preciso: nei giorni scorsi Giorgia Meloni ha compiuto una missione lampo nel Golfo, con tappe in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Palazzo Chigi e le ricostruzioni di stampa hanno presentato quel viaggio come una missione legata anche alla sicurezza energetica nazionale, in un momento in cui il conflitto ha reso ancora più delicati gli approvvigionamenti e l’andamento dei prezzi. Reuters ha riferito che il tour aveva tra gli obiettivi proprio quello di mettere in sicurezza le forniture italiane e consolidare i rapporti con partner energetici chiave, mentre ANSA ha parlato esplicitamente di missione per il rafforzamento della sicurezza energetica nazionale.
Ed è qui che Ricciardi prova il rovesciamento politico. Per il governo, il viaggio nel Golfo è il segno di un esecutivo che si muove per difendere l’interesse nazionale. Per il M5S, invece, rischia di apparire come una missione di facciata se non accompagnata da una pressione diretta su chi, secondo i pentastellati, sta contribuendo a incendiare il quadro internazionale. Non basta rassicurare i partner energetici, è il senso della critica: bisognerebbe fermare a monte la dinamica che sta facendo esplodere petrolio, gas e costi industriali.
Il nodo centrale è Hormuz
A rendere la polemica ancora più pesante è lo scenario energetico delle ultime ore. Reuters riferisce che lo Stretto di Hormuz resta sostanzialmente chiuso e che da quel passaggio transita normalmente circa un quinto del petrolio mondiale. La sua paralisi sta già producendo tensioni violentissime sui mercati: il Brent è salito oltre i 110 dollari al barile e sul mercato fisico alcuni prezzi si sono spinti vicino ai 150 dollari, mentre raffinatori europei e asiatici cercano alternative immediate al greggio del Golfo. È questo il punto che rende credibile, almeno sul piano del rischio economico, l’allarme lanciato dalle opposizioni italiane.
Quando Ricciardi parla di guerra contro l’Europa, il riferimento è proprio a questo: un conflitto che magari non si combatte sul territorio europeo ma che scarica qui una parte enorme delle sue conseguenze economiche. E infatti gli organismi internazionali avvertono che i Paesi vulnerabili, con margini fiscali più stretti, saranno quelli che faticheranno di più a proteggere popolazione e sistema produttivo dagli effetti della crisi.
L’Italia è esposta e il governo lo sa
La missione di Meloni nel Golfo non è stata casuale neppure nei numeri. Reuters ha ricordato che quell’area pesa per circa il 10% del gas e il 12% del petrolio importati dall’Italia, mentre alcune forniture di GNL qatariota sono già state sospese a causa della quasi chiusura di Hormuz. Sempre secondo Reuters, i danni agli impianti regionali e l’interruzione delle rotte stanno già creando effetti concreti sugli approvvigionamenti. In altre parole, il governo si è mosso perché la vulnerabilità italiana esiste davvero. Ed è proprio questa vulnerabilità che Ricciardi usa per sostenere che l’esecutivo dovrebbe compiere un salto politico ulteriore e non limitarsi alla diplomazia energetica regionale.
Il M5S vuole spostare il confronto da Riad a Washington
La frase “vada a parlare con Trump per il petrolio” non è solo una battuta polemica. È una precisa costruzione politica. Il Movimento 5 Stelle prova infatti a spostare il baricentro della discussione: non più Meloni mediatrice nel Golfo, ma Meloni chiamata a confrontarsi direttamente con la Casa Bianca. In questo modo, Ricciardi mette la presidente del Consiglio davanti a una scelta scomoda. Se continua a presentarsi come garante dell’interesse nazionale sul piano energetico, allora deve anche dimostrare di poter parlare con franchezza all’alleato americano. Se non lo fa, la sua iniziativa nel Golfo rischia di essere raccontata dalle opposizioni come insufficiente o persino ipocrita.
Dietro l’attacco c’è anche una battaglia sul racconto pubblico
C’è poi un altro livello, più interno, che spiega la durezza del discorso di Ricciardi. Il M5S vuole intestarsi la critica più netta alla linea del governo sulla guerra, collegandola direttamente alla vita materiale degli italiani. Non un dibattito astratto sulla geopolitica, ma una questione di stipendi, imprese, carburanti, inflazione. È una strategia politica precisa: fare della crisi iraniana non solo un tema estero, ma un terreno di conflitto sociale e di opposizione economica all’esecutivo. I numeri dei mercati, in questo senso, aiutano questa narrazione: petrolio in forte rialzo, inflazione a rischio, crescita sotto pressione, allarme del FMI e timori diffusi per una lunga crisi dell’energia.
Il vero problema per Palazzo Chigi
Per Giorgia Meloni il punto critico è che la polemica di Ricciardi si inserisce in uno spazio politico già aperto. La premier aveva già difeso la missione nel Golfo come un tassello della sicurezza nazionale e della protezione degli interessi italiani. Ma se il prezzo del petrolio dovesse continuare a salire e se la crisi dovesse trasformarsi in una nuova ondata di rincari, il governo sarebbe costretto a dare risposte non solo diplomatiche ma anche economiche. E lì la domanda posta da Ricciardi diventerebbe più difficile da schivare: quali misure concrete si intendono prendere per evitare che imprese e famiglie paghino il conto più pesante?
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L’intervento di Riccardo Ricciardi è un attacco frontale che usa il petrolio come simbolo e come leva politica. Il capogruppo M5S non contesta soltanto la linea internazionale del governo, ma prova a delegittimare il modo in cui Meloni sta gestendo la crisi, sostenendo che la vera partita non si giochi nelle capitali del Golfo ma nel rapporto con Trump e con la strategia americana. Sullo sfondo c’è un rischio che non è più teorico: Hormuz bloccato, greggio alle stelle, allarme del Fondo Monetario, timori per prezzi, lavoro e crescita. Ed è proprio questo che rende la polemica più insidiosa per il governo: non nasce soltanto dall’opposizione, ma da una crisi reale che può trasformarsi molto in fretta in emergenza economica nazionale.



















