ULTIMO MINUTO – Confermata la condanna shock per la famosa politica italian – Ecco chi

Per anni è stata uno dei volti più riconoscibili della politica italiana, una figura istituzionale che ha attraversato una stagione cruciale della vita pubblica del Paese. Oggi, però, quel nome torna al centro delle cronache non per un incarico, una battaglia parlamentare o un ritorno sulla scena, ma per una sentenza pesante, confermata in appello e accompagnata da motivazioni severissime. Parole che non lasciano spazio a molte sfumature e che raccontano, secondo i giudici, un sistema costruito con piena consapevolezza, protratto nel tempo e sorretto da una precisa volontà di occultare la reale natura delle operazioni contestate.

La Corte d’Appello di Milano ha infatti confermato una condanna a quattro anni di reclusione per evasione fiscale e autoriciclaggio nei confronti di Irene Pivetti, ex presidente della Camera dei deputati. Una decisione che arriva al termine di un procedimento nato da un’inchiesta del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza, coordinata dal pubblico ministero Giovanni Tarzia, e che ruota attorno a una serie di operazioni commerciali ritenute fittizie e finalizzate a movimentare ingenti somme di denaro.

Le parole durissime dei giudici

Il punto che colpisce di più, oltre alla conferma della pena, è il contenuto delle motivazioni. Secondo i magistrati della quarta sezione penale, il comportamento dell’ex esponente politica sarebbe stato caratterizzato da una “elevata intensità del dolo” e da un “proposito criminoso portato avanti per lungo tempo”. Non un episodio occasionale, dunque, non una leggerezza amministrativa o una condotta frutto di confusione, ma un disegno che, nella lettura della Corte, avrebbe avuto continuità, intenzionalità e una chiara struttura.

I giudici parlano anche di “comportamenti capziosi”, descrivendo un meccanismo volto a precostituire giustificazioni a posteriori. In sostanza, secondo la sentenza, sarebbe stato costruito un sistema capace di rendere apparentemente plausibili operazioni che in realtà avrebbero avuto un’altra finalità: trasferire somme molto rilevanti senza mai mettere realmente in discussione la legittimità formale di quanto stava avvenendo.

È un passaggio molto duro, perché suggerisce non solo la consapevolezza delle operazioni compiute, ma anche il tentativo di predisporre una rete di copertura documentale e argomentativa utile a difendersi in seguito.

Il cuore dell’inchiesta: operazioni per circa 10 milioni di euro

L’indagine si concentra su fatti risalenti al 2016, per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro. Al centro della ricostruzione accusatoria c’è una serie di operazioni commerciali che, secondo gli investigatori, non avrebbero avuto una reale sostanza economica, ma sarebbero state utilizzate come veicolo per il riciclaggio di proventi derivanti da illeciti fiscali.

Tra gli elementi più discussi dell’intera vicenda compare la compravendita di tre Ferrari Granturismo, inserite in un’operazione più ampia che ruota attorno alla scuderia Isolani Racing Team. È proprio su questo snodo che si concentra gran parte dell’impianto accusatorio: secondo la Procura, quelle vetture e il contesto societario nel quale furono inserite sarebbero serviti a dare una veste formalmente regolare a un’operazione che, nella sostanza, avrebbe avuto finalità diverse.

La ricostruzione dell’accusa

Secondo quanto emerso nel processo, Irene Pivetti avrebbe acquistato la scuderia per 1,2 milioni di euro, rivendendola poi per 10 milioni alla società cinese More & More Investment. Nella cessione sarebbero stati formalmente inclusi anche il marchio della scuderia e le tre Ferrari.

Ma è proprio qui che, per gli investigatori, si anniderebbe il carattere fittizio dell’operazione. Le vetture, infatti, secondo la ricostruzione accusatoria, non sarebbero mai state realmente trasferite. Sarebbero rimaste nella disponibilità di Isolani, che successivamente avrebbe anche tentato di venderle in Spagna. Un elemento ritenuto significativo dagli inquirenti, perché rafforzerebbe l’ipotesi di un’operazione meramente strumentale, costruita più sulla carta che nella realtà effettiva dei beni coinvolti.

La tesi dell’accusa, in sostanza, è che la compravendita della scuderia e delle auto sia stata utilizzata come cornice formale per movimentare denaro e ripulire proventi illeciti, facendo apparire come normali passaggi commerciali ciò che invece sarebbe stato parte di un sistema di evasione e autoriciclaggio.

La condanna già arrivata in primo grado

La vicenda giudiziaria aveva già conosciuto un passaggio decisivo nel settembre 2024, quando il Tribunale di Milano aveva condannato in primo grado Irene Pivetti a quattro anni di carcere. Anche allora il cuore della contestazione riguardava proprio la partecipazione a una compravendita ritenuta fittizia, legata alle vetture e alla scuderia.

Con la decisione della Corte d’Appello di Milano, quella condanna è stata ora confermata integralmente, rafforzando così la linea accusatoria già accolta in primo grado. Non si è trattato, quindi, di una semplice limatura o di una revisione parziale dell’impianto, ma di una piena conferma della responsabilità penale così come delineata nel precedente giudizio.

“Giustificare l’ingiustificabile”: il giudizio sul comportamento processuale

Uno degli aspetti più duri delle motivazioni riguarda il comportamento tenuto dall’ex presidente della Camera durante il procedimento. Secondo i giudici, Pivetti avrebbe tentato “di giustificare l’ingiustificabile”, cercando escamotage per ridimensionare la portata degli illeciti contestati.

Si tratta di una valutazione particolarmente severa, perché non si limita a descrivere i fatti oggetto di imputazione, ma investe anche l’atteggiamento difensivo tenuto nel corso del processo. Per la Corte, questo comportamento dimostrerebbe la piena consapevolezza delle operazioni compiute e l’assenza di un reale percorso di presa di distanza dai fatti contestati.

I magistrati rilevano inoltre l’assenza di resipiscenza e il tentativo di attribuire ad altri la responsabilità di quanto accaduto. Anche questo è un passaggio rilevante, soprattutto sul piano della valutazione della personalità dell’imputata e della possibilità di riconoscere elementi attenuanti ulteriori.

Le attenuanti e il giudizio sull’incensuratezza

La Corte d’Appello sottolinea che l’incensuratezza dell’imputata era già stata “benevolmente valutata” con la concessione delle attenuanti generiche. In altre parole, il fatto che Pivetti non avesse precedenti penali era già stato considerato nella determinazione del trattamento sanzionatorio.

Ma proprio per questo, secondo i giudici, non c’erano ulteriori margini per alleggerire il peso della decisione. Anzi, il quadro complessivo sarebbe stato aggravato proprio dalla mancata presa di coscienza dei fatti e dal tentativo di ridimensionarli o spostarli su altri soggetti.

Il ricorso annunciato in Cassazione

Dopo la conferma della condanna in appello, Irene Pivetti, assistita dall’avvocato Filippo Cocco, ha annunciato ricorso in Cassazione, continuando a proclamare la propria innocenza. La vicenda giudiziaria, dunque, non è ancora chiusa in via definitiva, perché resta aperto l’ultimo grado di giudizio.

Sarà ora la Suprema Corte a valutare i punti di diritto e i profili eventualmente contestati dalla difesa. Ma intanto il peso politico e simbolico della sentenza d’appello resta fortissimo. Perché colpisce una figura che, al di là degli sviluppi più recenti, continua a evocare un pezzo importante della storia istituzionale italiana.

Il peso simbolico della condanna

La conferma della condanna a quattro anni per Irene Pivetti non è solo una notizia giudiziaria. Ha inevitabilmente anche un significato pubblico più ampio, perché riguarda una personalità che ha ricoperto una delle più alte cariche dello Stato. Questo rende la vicenda ancora più delicata e ancora più esposta all’attenzione dell’opinione pubblica.

Quando a essere coinvolta è un’ex presidente della Camera, il processo non viene percepito solo come una questione individuale, ma come un passaggio che tocca il rapporto tra istituzioni, credibilità pubblica e responsabilità personale. E le motivazioni della sentenza, così esplicite e così dure, contribuiscono a rendere ancora più pesante l’impatto della decisione.

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Una pagina giudiziaria ancora aperta, ma già pesantissima

In attesa della Cassazione, resta dunque una sentenza di appello che conferma integralmente la condanna e che descrive un quadro accusatorio molto grave: evasione fiscale, autoriciclaggio, operazioni fittizie, trasferimenti di denaro, tentativi di giustificazione successiva e assenza di resipiscenza.

È su questi elementi che si fonda una decisione destinata a segnare profondamente la vicenda pubblica e giudiziaria di Irene Pivetti. E anche se la parola definitiva non è ancora stata scritta, il colpo è già di quelli che lasciano il segno. Perché a parlare, in questo momento, non è soltanto il dispositivo di una condanna, ma il giudizio netto di una Corte che ha ritenuto provato un disegno portato avanti nel tempo con piena consapevolezza.

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