ULTIMO MINUTO – Dimissioni shock della Premier e caduta del Governo – L’accaduto…

La crisi è esplosa in pochi giorni, ma covava da tempo. Due droni fuori rotta, un deposito petrolifero colpito, l’allarme sulla difesa aerea, lo scontro con il ministro della Difesa e infine la rottura della coalizione. La Lettonia, Paese baltico al confine con Russia e Bielorussia e membro della Nato, si ritrova improvvisamente senza un governo politico pienamente operativo a pochi mesi dalle elezioni generali di ottobre.

La prima ministra Evika Siliņa ha annunciato le dimissioni giovedì 14 maggio 2026, provocando il crollo della coalizione che guidava dal 2023. «Mi dimetto, ma non mi arrendo», ha dichiarato in un messaggio televisivo. Il suo esecutivo resterà in carica per il disbrigo degli affari correnti fino alla nomina di un successore, mentre il presidente Edgars Rinkēvičs avvierà le consultazioni con i partiti parlamentari.

Il caso dei droni che ha fatto cadere il governo

Il detonatore della crisi è stato l’incidente del 7 maggio. Due presunti droni ucraini, probabilmente diretti verso obiettivi in territorio russo, sono entrati nello spazio aereo lettone provenendo dalla Russia e sono precipitati in Lettonia. Uno di questi è esploso in un deposito petrolifero a Rēzekne, a circa 40 chilometri dal confine russo, danneggiando quattro serbatoi vuoti. Non ci sono stati feriti, ma l’episodio ha acceso un allarme politico e militare enorme.

Secondo il ministro della Difesa lettone Andris Sprūds, i droni sarebbero stati lanciati dall’Ucraina contro obiettivi russi e sarebbero finiti per errore oltre il confine. Kiev, invece, ha attribuito l’incidente alla guerra elettronica russa, sostenendo che i velivoli siano stati deviati intenzionalmente dai loro bersagli. Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha definito gli episodi il risultato di interferenze elettroniche russe e ha offerto assistenza ai Paesi baltici per evitare nuovi incidenti.

Il vuoto nella difesa aerea

Il punto più grave, per Riga, non è stato soltanto l’ingresso dei droni nello spazio aereo nazionale. Il problema politico è che i velivoli non sarebbero stati intercettati in tempo dalle forze armate lettoni. Secondo Reuters, il capo dell’esercito ha spiegato che i droni non sono stati rilevati mentre arrivavano dalla Russia. Proprio questa falla ha portato Siliņa ad accusare il ministro Sprūds di non aver sviluppato abbastanza rapidamente i sistemi anti-drone.

L’incidente ha avuto anche conseguenze immediate per la popolazione. Le autorità lettoni hanno inviato allarmi ai residenti nelle zone vicine al confine russo, invitandoli a restare al chiuso, e in diversi comuni le scuole sono state chiuse. Durante l’allerta sono stati mobilitati anche jet francesi della missione Nato Baltic Air Policing, di stanza nell’area baltica.

Il caso ha quindi mostrato una vulnerabilità molto concreta: un Paese Nato, collocato sul fianco orientale dell’Alleanza, si è trovato esposto a un incidente aereo legato alla guerra in Ucraina senza riuscire a neutralizzare tempestivamente la minaccia.

La caduta del ministro della Difesa

Siliņa ha chiesto e ottenuto le dimissioni di Andris Sprūds, ministro della Difesa ed esponente dei Progressisti, partito di sinistra che faceva parte della coalizione di governo. La premier ha sostenuto che l’incidente avesse dimostrato il fallimento della leadership politica della Difesa nel garantire cieli sicuri al Paese.

La scelta, però, ha aperto una crisi ancora più grave. I Progressisti hanno reagito ritirando il proprio sostegno al governo, lasciando Siliņa senza maggioranza in Parlamento e rendendola vulnerabile a un voto di sfiducia. A quel punto la premier ha scelto la strada delle dimissioni, evitando un logoramento parlamentare che avrebbe potuto travolgere comunque l’esecutivo.

La dinamica è stata rapidissima: incidente nei cieli, polemica sulla difesa, caduta del ministro, uscita del partito dalla maggioranza, dimissioni della premier. In meno di una settimana la crisi di sicurezza si è trasformata in crisi istituzionale.

Una coalizione fragile già prima dello scandalo

La crisi dei droni non ha colpito un governo solido. La coalizione guidata da Siliņa era già sotto pressione da mesi, attraversata da tensioni interne e da una crescente debolezza nei sondaggi. Il governo era formato dal partito di centrodestra Nuova Unità, dai Progressisti e da una forza agraria, ma l’equilibrio tra le componenti era diventato sempre più difficile da mantenere.

Secondo un sondaggio SKDS/LSM citato da Reuters, i Progressisti risultavano al 6,9%, davanti alla Nuova Unità di Siliņa, ferma al 5,9%. In testa figurava il partito d’opposizione Latvia First con l’8,9%, mentre una quota molto ampia di elettori si dichiarava ancora indecisa o intenzionata a non votare.

Questo dato spiega perché la crisi sia politicamente così esplosiva. Siliņa non si dimette soltanto per un incidente militare: lascia in un momento in cui il suo partito appare indebolito, la coalizione si è disgregata e il Paese si avvicina a elezioni che potrebbero ridisegnare completamente gli equilibri politici.

Il ruolo del presidente Rinkēvičs

Ora la partita passa al presidente della Repubblica, Edgars Rinkēvičs. La Costituzione lettone gli assegna il compito di individuare una figura in grado di guidare il governo. Il presidente incontrerà i partiti parlamentari per verificare se esista una nuova maggioranza oppure se il Paese dovrà arrivare alle elezioni di ottobre con un esecutivo limitato agli affari correnti.

Lo scenario non è semplice. Una nuova maggioranza dovrebbe nascere in tempi stretti, con partiti già proiettati verso la campagna elettorale e con un tema enorme sul tavolo: la sicurezza nazionale. Qualunque nuovo premier dovrà dimostrare di poter rafforzare rapidamente la difesa aerea, rassicurare la popolazione e mantenere saldi i rapporti con Nato, Unione Europea e Ucraina.

Una crisi lettone, ma anche un problema Nato

La caduta del governo di Riga riguarda direttamente anche l’Alleanza Atlantica. La Lettonia non è un Paese qualsiasi: è uno Stato Nato sul fianco orientale, confinante con la Russia e con la Bielorussia, e da anni è tra i sostenitori più convinti dell’Ucraina. Per questo ogni falla nella sua sicurezza aerea ha una risonanza che va oltre i confini nazionali.

Il 7 maggio, Lettonia e Lituania hanno chiesto alla Nato di rafforzare le difese aeree nella regione dopo gli incidenti con i droni. Il ministro lituano della Difesa Robertas Kaunas ha sottolineato che i droni che cadono su territorio Nato non rappresentano una minaccia teorica, ma un rischio reale.

Il problema è strutturale. I droni volano spesso a bassa quota, sono difficili da intercettare con i radar tradizionali e possono essere deviati da sistemi di guerra elettronica. Euronews ha citato esperti secondo cui la Lettonia soffre anche di limiti geografici e tecnici: il terreno pianeggiante e la scarsità di radar rendono più difficile rilevare velivoli a bassa quota fino all’ultimo momento.

L’effetto della guerra in Ucraina sui Paesi baltici

La guerra russa contro l’Ucraina non resta confinata al territorio ucraino. Gli incidenti nei cieli baltici dimostrano quanto il conflitto possa produrre effetti collaterali pericolosi anche nei Paesi Nato confinanti o vicini alla Russia. Reuters ha ricordato che episodi simili hanno già interessato Lettonia, Estonia e Lituania nei mesi precedenti, con droni ucraini fuori rotta finiti nei territori baltici.

Per i Paesi baltici, il problema è doppio. Da una parte sostengono Kiev con convinzione, vedendo nella sconfitta dell’aggressione russa una questione di sicurezza esistenziale. Dall’altra, però, devono proteggere i propri cieli da incidenti che possono coinvolgere mezzi ucraini deviati, droni russi o possibili provocazioni.

È un equilibrio difficilissimo: restare al fianco dell’Ucraina senza lasciare scoperti i propri territori.

Zelensky manda esperti a Riga

Per evitare che la crisi danneggi i rapporti tra Kiev e Riga, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato l’invio di esperti in Lettonia per aiutare il Paese a rafforzare la protezione dei propri cieli. Il gesto ha un valore tecnico, ma anche diplomatico: l’Ucraina vuole dimostrare di prendere sul serio le preoccupazioni dei Paesi baltici e di voler collaborare per prevenire nuovi incidenti.

Per Kiev è essenziale non incrinare il rapporto con gli alleati più fedeli. Lettonia, Lituania ed Estonia sono tra i Paesi europei più duri verso Mosca e più attivi nel sostegno militare e politico all’Ucraina. Un deterioramento dei rapporti per colpa di droni fuori rotta sarebbe un danno politico significativo proprio mentre la guerra continua e gli aiuti occidentali restano decisivi.

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Il paradosso della sicurezza baltica

Il caso lettone mette in luce un paradosso. I Paesi baltici sono tra quelli che più hanno investito politicamente e militarmente nel sostegno all’Ucraina, anche cedendo equipaggiamenti e capacità difensive. Ma proprio questa esposizione, unita alla vicinanza geografica alla Russia, li rende più vulnerabili agli effetti indiretti della guerra.

Secondo un esperto citato da Euronews, Riga ha fornito a Kiev una parte rilevante delle proprie capacità utilizzate tradizionalmente per individuare droni a livello tattico. Questo avrebbe contribuito a lasciare il Paese più scoperto di fronte a minacce a bassa quota.

La questione è politicamente delicatissima: fino a che punto uno Stato può sostenere militarmente un alleato senza indebolire la propria sicurezza interna? E quanto deve fare la Nato per compensare gli sforzi dei Paesi più esposti sul fianco orientale?

La crisi come test per l’Europa

Il crollo del governo lettone è un caso nazionale, ma parla a tutta l’Europa. Dimostra che la guerra in Ucraina non produce solo conseguenze militari sul campo, ma anche instabilità politica nei Paesi vicini. Un drone fuori rotta può far cadere un ministro. Due droni possono far crollare un governo. E una falla nei sistemi di allerta può diventare un problema di fiducia pubblica.

Per l’Unione Europea e per la Nato, la lezione è chiara: la difesa anti-drone non è più un settore specialistico o marginale. È diventata una priorità strategica. I confini orientali europei devono essere protetti non soltanto da aerei e missili, ma anche da minacce più piccole, economiche, difficili da rilevare e potenzialmente destabilizzanti.

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La premier Evika Siliņa lascia il governo dopo una crisi che ha unito sicurezza nazionale, guerra in Ucraina e fragilità politica interna. Il suo esecutivo è caduto perché due droni fuori rotta hanno mostrato una vulnerabilità che la popolazione e gli alleati non potevano ignorare: i cieli lettoni, parte dello spazio Nato, non sono apparsi sufficientemente protetti.

La destituzione del ministro della Difesa avrebbe dovuto rappresentare una risposta politica. Invece ha provocato la rottura della coalizione e la fine del governo. Ora il presidente Rinkēvičs dovrà cercare una nuova soluzione, mentre il Paese si prepara a elezioni decisive in ottobre.

Per la Lettonia è una crisi istituzionale. Per la Nato è un campanello d’allarme. Per l’Europa è la conferma che la guerra russa contro l’Ucraina non resta mai davvero dentro i confini ucraini: attraversa cieli, frontiere, governi e opinioni pubbliche. E può bastare un drone non intercettato per trasformare una falla militare in un terremoto politico.

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