La decisione della Commissione
La messa in mora inviata a Palazzo Chigi rappresenta la prima fase formale della procedura. Il testo spiega che, pur essendo legittimo tutelare sicurezza nazionale e asset strategici, l’applicazione italiana del golden power “rischia di consentire interventi ingiustificati motivati da logiche politiche o economiche”.
Il riferimento – nemmeno troppo velato – è all’intervento del governo sulle operazioni bancarie, in particolare quelle legate alla possibile acquisizione di BPM da parte di Unicredit, bloccata dal famoso decreto di Pasqua. Una scelta che Bruxelles considera un precedente pericoloso.
Il nodo bancario: il caso Unicredit–BPM
Sul piano formale la Commissione afferma che la procedura non riguarda un caso specifico, ma la cornice normativa. Tuttavia, è evidente che l’operazione Unicredit–BPM rappresenta l’innesco politico e giuridico della vicenda.
In parallelo, resta infatti ancora aperta presso la Direzione generale Concorrenza una procedura separata che riguarda proprio quel dossier.
La lettera, durissima, inviata a luglio dalla commissaria Teresa Ribera, aveva già demolito una per una le quattro condizioni imposte dal governo Meloni a Unicredit per autorizzare l’operazione.
Un rischio politico e finanziario per il governo
Per Bruxelles, l’uso estensivo del golden power rischia di sovrapporsi alle prerogative della Banca Centrale Europea, che ha la supervisione sul sistema bancario nell’ambito del Meccanismo di Vigilanza Unico.
Tradotto: lo Stato italiano si sarebbe arrogato competenze non sue, alterando regole già definite a livello europeo.
Ora l’Italia ha due mesi per rispondere. Se la replica non sarà ritenuta adeguata, scatterà il parere motivato, preludio a un possibile deferimento alla Corte di Giustizia Europea.
La risposta di Giorgetti: minimizzare e rinviare
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha scelto una linea prudente, spostando il tema su un piano tecnico e scaricando – almeno formalmente – l’origine delle norme sui precedenti governi:
“La Commissione solleva obiezioni sulla norma riformata nel 2022 con il governo Draghi. Risponderemo nelle sedi opportune. Lavoreremo con spirito collaborativo per adeguare il testo.”
Una dichiarazione che però non nasconde la realtà: l’attuale applicazione politica del golden power, soprattutto nel settore bancario, è stata interamente portata avanti dal governo Meloni.
Uno scenario che si somma ad altri fronti aperti
La procedura europea arriva in uno dei momenti più delicati della legislatura:
la crescita economica è ferma,
il PNRR accumula ritardi,
la disputa istituzionale con il Quirinale ha aperto un fronte inedito,
diversi provvedimenti simbolici – immigrazione, sicurezza, condono edilizio – si stanno rivelando più mediatici che efficaci.
Per l’opposizione, questa nuova frizione con Bruxelles è la prova definitiva dell’incapacità dell’esecutivo di trasformare annunci e slogan in risultati.
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Conclusione: un colpo d’immagine e sostanza
La messa in mora europea non è solo un atto burocratico: mette in discussione la credibilità tecnica del governo nel gestire il sistema bancario e, più in generale, l’economia strategica italiana.
Se Roma non adeguerà la normativa, lo scontro rischia di diventare un caso politico internazionale, proprio mentre la premier prova a presentarsi come interlocutore affidabile in Europa.



















