ULTIMO MINUTO – Finito il Consiglio Supremo di Difesa al Quirinale – L’Annuncio di Mattarella

C’è una frase che, più di tutte, definisce la posizione italiana in una delle fasi più pericolose e instabili degli ultimi anni: l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra. Ma attorno a questa linea, ribadita al Quirinale dal Consiglio Supremo di Difesa convocato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si muove un quadro molto più complesso, fatto di allarme per l’escalation in Medio Oriente, tutela dei militari italiani già dispiegati nelle aree più esposte, assistenza ai Paesi del Golfo considerati amici e partner strategici, e attenzione crescente ai rischi che la crisi possa travolgere l’intero Mediterraneo.

La riunione tenuta il 13 marzo al Quirinale ha segnato un passaggio politico e istituzionale di grande rilievo. Non solo perché ha riunito attorno allo stesso tavolo il capo dello Stato, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i ministri più direttamente coinvolti nei dossier di sicurezza e difesa e i vertici militari italiani, ma soprattutto perché ha provato a fissare una linea ufficiale davanti a una guerra che si sta allargando e che tocca direttamente anche gli interessi strategici italiani.

La preoccupazione del Quirinale per una crisi che si allarga

Nel documento finale diffuso al termine dei lavori, il Consiglio Supremo di Difesa ha espresso “grande preoccupazione” per lo scenario apertosi dopo l’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Una formula che non lascia spazio a sottovalutazioni e che segnala quanto, ai massimi livelli dello Stato, si consideri grave il momento attraversato dal Medio Oriente.

Secondo il Consiglio, la crisi in corso sta producendo effetti destabilizzanti sull’intera regione del Vicino Medio Oriente e sull’area del Mediterraneo. Non si tratta dunque di una guerra percepita come lontana, confinata a un teatro esterno agli interessi italiani, ma di un conflitto che rischia di avere ripercussioni dirette su equilibri geopolitici, sicurezza regionale, rotte economiche, contingenti militari e presenza di cittadini italiani nei territori coinvolti.

Il richiamo è netto anche sul piano dei valori e del diritto internazionale. Il Consiglio rileva infatti che la crisi dell’ordine internazionale, fondato sull’ONU, viene aggravata dalla moltiplicazione di iniziative unilaterali, che finiscono per indebolire ulteriormente il sistema multilaterale proprio nel momento in cui servirebbe il massimo coordinamento per affrontare minacce comuni.

L’Italia non entra in guerra, ma rafforza assistenza e sostegno

Il punto politicamente più rilevante del comunicato è quello che ribadisce la linea già illustrata dal governo in Parlamento: l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, in pieno rispetto dell’articolo 11 della Costituzione.

Ma questa affermazione non coincide con una posizione passiva o di semplice distanza. Il Consiglio ha infatti approfondito le linee operative già esposte dall’esecutivo per affrontare la crisi nel Mediterraneo, in Medio Oriente e nei Paesi del Golfo. Tra queste, viene indicato in modo chiaro l’impegno per la messa in sicurezza delle migliaia di cittadini italiani presenti nella regione, ma anche la decisione di fornire sostegno e assistenza ai Paesi del Golfo, definiti amici e importanti partner strategici dell’Italia.

È un passaggio molto importante, perché chiarisce che pur restando fuori dalla guerra sul piano diretto, l’Italia intende muoversi sul terreno della protezione, della cooperazione e del supporto verso Stati considerati centrali nell’assetto strategico dell’area. Il sostegno, sottolinea il comunicato, è legato anche alla tutela dei numerosi militari italiani presenti in quelle aree nell’ambito di missioni già in corso e già autorizzate dal Parlamento.

In altre parole, Roma conferma di non voler entrare nel conflitto, ma al tempo stesso rafforza la propria postura di sicurezza attorno agli interessi nazionali e agli impegni internazionali già assunti.

Le basi Usa in Italia e il perimetro fissato dal Parlamento

Uno dei nodi più delicati affrontati dal Consiglio Supremo di Difesa riguarda l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio italiano e concesse alle forze statunitensi. Il tema è particolarmente sensibile, perché da giorni il dibattito politico ruota attorno al ruolo delle basi americane in Italia e al confine tra supporto tecnico-logistico e coinvolgimento effettivo in operazioni belliche.

Il Consiglio ha preso atto favorevolmente del fatto che il Parlamento si sia già espresso sulle richieste ricevute da Paesi amici e alleati in tema di assistenza alla difesa. Ma soprattutto ha ribadito un principio preciso: l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti in Italia deve avvenire nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti, che comprendono attività addestrative e di supporto tecnico-logistico.

Il documento aggiunge poi un ulteriore paletto: qualunque eventuale richiesta che dovesse eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi dovrà essere sottoposta al Parlamento. È un passaggio che punta evidentemente a rafforzare il controllo politico e istituzionale su un dossier altamente sensibile, in cui il margine tra cooperazione con gli alleati e coinvolgimento strategico può diventare molto sottile.

Il rischio di una guerra più ampia e della guerra ibrida

Nel ragionamento del Consiglio Supremo di Difesa c’è un altro elemento centrale: la preoccupazione che l’estensione del conflitto da parte dell’Iran possa aprire spazi non solo a nuovi scontri convenzionali, ma anche a forme di guerra ibrida e a gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche.

Si tratta di un riferimento importante, perché allarga il campo dell’allerta oltre la dimensione militare tradizionale. La crisi in Medio Oriente, secondo questa lettura, non minaccia soltanto la stabilità regionale o la sicurezza dei contingenti occidentali, ma può innescare dinamiche più fluide e insidiose: azioni asimmetriche, destabilizzazione indiretta, attacchi mirati, uso di reti non statali e nuove forme di pressione strategica.

In questo quadro, il Consiglio richiama anche le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, la sicurezza di Israele e dei suoi cittadini e la condanna del regime di Teheran e delle sue repressioni. Ma accanto a questi elementi inserisce anche un forte richiamo alla tutela delle popolazioni civili.

I civili al centro del richiamo istituzionale

Tra i passaggi più forti della nota finale c’è quello dedicato agli attacchi contro i civili. Il Consiglio afferma in modo esplicito che gli attacchi a civili sono sempre inaccettabili, ricordando in particolare le troppe vittime infantili e citando il caso della strage della scuola di Minab.

È un richiamo che segnala la volontà di non leggere la crisi soltanto in chiave di equilibri militari o di rapporti tra Stati, ma anche attraverso il costo umano che la guerra continua a produrre. Ed è in questa cornice che il Consiglio colloca la propria preoccupazione per l’intera area mediorientale, dove il moltiplicarsi dei fronti rischia di travolgere ancora una volta soprattutto le popolazioni civili.

La condanna per l’attacco ai militari italiani a Erbil

Il comunicato dedica un passaggio specifico anche all’episodio che ha colpito direttamente la presenza italiana nella regione: il Consiglio Supremo di Difesa condanna l’aggressione ai militari italiani a Erbil, in Iraq.

Il riferimento inserisce formalmente l’attacco dentro il quadro delle preoccupazioni nazionali e rafforza il senso della decisione di aumentare sostegno e assistenza ai partner del Golfo e alle missioni già dispiegate. Non si tratta più soltanto di valutare una crisi esterna, ma di rispondere a un conflitto che ha già toccato uomini e strutture italiane.

Al termine dei lavori, il Consiglio ha quindi espresso intensa vicinanza e gratitudine a tutti i militari impegnati nelle operazioni in Italia e all’estero, con un richiamo particolare ai militari italiani impegnati nella missione UNIFIL nel sud del Libano e a quelli presenti nei Paesi del Golfo, per la professionalità dimostrata nell’assolvimento del loro compito.

Il Libano, Hezbollah e il richiamo a Israele

Un altro capitolo fondamentale del documento riguarda il Libano, considerato uno dei punti più fragili e pericolosi della crisi. Il Consiglio Supremo di Difesa ha esaminato con particolare attenzione la situazione nel Paese e ha chiesto a Israele di astenersi da reazioni spropositate rispetto alle azioni, comunque definite inaccettabili, di Hezbollah.

È un passaggio di forte peso politico e diplomatico. Da un lato, infatti, il comunicato non lascia ambiguità nella condanna delle azioni di Hezbollah, accusato di aver trascinato il Libano in un nuovo drammatico conflitto. Dall’altro, però, chiede espressamente a Israele di non eccedere nelle proprie reazioni militari.

Il testo sottolinea che, come sempre, il prezzo più alto viene pagato dalle popolazioni civili, con numerose vittime e centinaia di migliaia di cittadini costretti a evacuare sia il sud del Libano sia le aree sciite di Beirut. È un equilibrio linguistico e politico delicato, ma molto chiaro: l’Italia ribadisce le proprie preoccupazioni per Hezbollah, ma allo stesso tempo richiama Israele ai limiti della proporzionalità.

Le violazioni della risoluzione Onu e gli attacchi a UNIFIL

Il Consiglio Supremo di Difesa giudica inoltre allarmanti le continue gravi violazioni della risoluzione Onu 1701 del 2006 e definisce inammissibili gli attacchi israeliani al contingente UNIFIL, attualmente a guida italiana.

Anche questo è un punto molto significativo, perché riguarda direttamente una missione internazionale a cui l’Italia è fortemente legata, sia sul piano militare sia su quello politico. Il riferimento agli attacchi contro UNIFIL alza il tono della posizione italiana e segnala che il governo e il Quirinale considerano intollerabile che una forza Onu venga esposta a rischi e colpi nel contesto dell’escalation in corso.

Il documento aggiunge inoltre che, anche in relazione alle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla conclusione della missione, resta ineludibile garantire la sicurezza della Linea Blu e favorire l’incremento delle capacità delle Forze Armate Libanesi.

Una riunione ai massimi livelli dello Stato

La composizione stessa della riunione conferma il peso straordinario attribuito a questa fase. Accanto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla premier Giorgia Meloni, erano presenti i ministri Antonio Tajani, Guido Crosetto, Matteo Piantedosi, Giancarlo Giorgetti e Adolfo Urso, oltre al sottosegretario Alfredo Mantovano, al capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano, al segretario del Consiglio Supremo di Difesa Francesco Garofani e al segretario generale della Presidenza della Repubblica Ugo Zampetti.

La presenza di tutti i vertici istituzionali e dei principali ministri coinvolti mostra che la crisi in Medio Oriente viene affrontata come una questione di sicurezza nazionale a tutto campo: diplomatica, militare, economica, energetica e interna.

La linea italiana tra prudenza, sostegno e allerta

Dal vertice del Quirinale emerge dunque una linea che cerca di tenere insieme più esigenze. Da una parte, il rispetto rigoroso dell’articolo 11 e il rifiuto di entrare in guerra. Dall’altra, la necessità di proteggere cittadini italiani, contingenti militari e interessi strategici in una regione sempre più instabile. In mezzo, il sostegno ai Paesi amici del Golfo, la vigilanza sull’uso delle basi presenti in Italia, il richiamo al ruolo del Parlamento e una forte preoccupazione per la disgregazione dell’ordine multilaterale.

Il messaggio politico è netto: l’Italia non cambia la propria collocazione costituzionale e non intende trasformarsi in parte belligerante, ma non può permettersi di ignorare il fatto che il conflitto sta investendo aree in cui sono presenti militari italiani, partner strategici e infrastrutture cruciali.

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Una crisi che interroga direttamente l’Italia

Il vertice del Consiglio Supremo di Difesa conferma, in definitiva, che la guerra in Medio Oriente non è percepita come un dossier remoto, ma come una crisi capace di produrre effetti immediati sul sistema di sicurezza italiano. Il Mediterraneo, il Golfo, il Libano, l’Iraq, le basi militari, la protezione dei civili, la posizione del Parlamento, il rapporto con gli alleati e con le organizzazioni internazionali: tutto si tiene dentro un quadro che si fa ogni giorno più delicato.

Per questo la riunione del Quirinale non è stata un semplice passaggio formale. È stata la presa d’atto, ai massimi livelli dello Stato, che la nuova guerra in corso ha già superato la soglia della semplice osservazione esterna. L’Italia non entra nel conflitto, ma si prepara a gestirne tutte le conseguenze politiche, militari e strategiche.

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