Non è stato un giorno come gli altri a Palazzo Chigi. Il referendum sulla giustizia, che il governo aveva caricato di valore politico ben oltre il merito tecnico della riforma, si è trasformato in una sconfitta pesante. E adesso, mentre Giorgia Meloni prova a contenere i danni e Carlo Nordio si assume la responsabilità politica del risultato, nel centrodestra si apre il fronte più delicato di tutti: quello del sottosegretario Andrea Delmastro, sempre più vicino a un passo indietro.
Secondo quanto riportato da Repubblica nella sua diretta politica, Delmastro starebbe valutando in queste ore le dimissioni. Non c’è ancora un atto formale, né una comunicazione ufficiale, ma il dato politico è chiarissimo: dopo giorni in cui Fratelli d’Italia aveva respinto le richieste di lasciare l’incarico avanzate dalle opposizioni, il quadro è cambiato all’indomani del voto che ha bocciato la riforma voluta dal governo.
Il referendum che cambia tutto
La riforma della giustizia sostenuta dall’esecutivo è stata respinta dagli elettori con un No che si è imposto attorno al 54%, mentre l’affluenza si è avvicinata al 60%, un dato che ha dato al risultato un peso politico ancora più forte. Non è stata solo la sconfitta di un testo, ma la prima vera battuta d’arresto nazionale per Meloni da quando è a Palazzo Chigi. Reuters ha parlato di un colpo alla sua “aura politica”, mentre anche i media internazionali hanno letto il risultato come un indebolimento della premier.
Ed è proprio in questo contesto che il caso Delmastro è tornato con forza al centro della scena. Finché c’era da difendere il referendum, la maggioranza aveva scelto la linea del rinvio. Ora che il voto è passato e la riforma è stata fermata, il sottosegretario diventa il nodo politico più esposto.
Perché Delmastro è finito nel mirino
A pesare è la vicenda emersa nei giorni scorsi relativa ai suoi rapporti societari con la figlia del prestanome del clan Senese, un caso che ha acceso lo scontro politico e mediatico nel pieno della campagna referendaria. Le opposizioni ne hanno chiesto con insistenza le dimissioni, sostenendo che la permanenza del sottosegretario al ministero della Giustizia fosse incompatibile con il ruolo istituzionale ricoperto. Repubblica riferisce che proprio questo dossier, congelato fino a urne chiuse, è ora tornato sul tavolo del governo.
Il punto non è soltanto giudiziario o reputazionale. È anche simbolico. Perché Delmastro è stato uno dei volti più duri e identitari della linea di governo sulla giustizia. E nel momento in cui quella linea esce sconfitta dal referendum, la sua posizione si fa inevitabilmente più fragile.
Nordio lo difende, ma si assume la responsabilità politica
A difendere Delmastro, almeno sul piano personale e politico, è intervenuto ancora una volta Carlo Nordio. In un’intervista a Sky TG24, il ministro della Giustizia ha detto di essere certo che il sottosegretario riuscirà a chiarire la vicenda, aggiungendo di non poter immaginare in lui “contiguità, simpatie o conoscenze mafiose”. Nello stesso intervento, però, il Guardasigilli ha anche riconosciuto che la riforma sconfitta “porta il suo nome” e che dunque la responsabilità politica del risultato ricade anche su di lui.
È una doppia linea, molto chiara: tutela personale di Delmastro, ma ammissione della sconfitta politica. Il problema è che, dopo una bocciatura del genere, le due cose potrebbero non bastare più a tenere tutto insieme. Perché se Nordio resta il titolare della riforma sconfitta, Delmastro rischia di diventare il prezzo politico da pagare per tentare di chiudere il caso e disinnescare la pressione.
Il centrodestra davanti al bivio
Dentro la maggioranza si ragiona ormai su un punto preciso: proteggere l’impianto politico generale del governo evitando però che il caso Delmastro continui a logorarlo ogni giorno. È la classica logica del sacrificio mirato. Salvare la struttura, scaricare l’anello più debole. Repubblica descrive proprio questo scenario, parlando di una valutazione in corso da parte del sottosegretario e di una fase di riflessione aperta nelle stanze del potere.
Nessuno, al momento, mette davvero in discussione la tenuta dell’esecutivo nel suo complesso. Ma il referendum ha aperto una crepa. E quando una crepa si apre sul terreno della giustizia, con un ministro indebolito, una riforma bocciata e un sottosegretario sotto pressione, il rischio è che la ferita politica si allarghi rapidamente.
Le opposizioni alzano il tiro
Giuseppe Conte ha già attaccato frontalmente la premier, sostenendo che la vera “occasione persa” non sia stata il referendum, ma il mancato allontanamento di Delmastro e Santanchè. Anche Pd e Avs stanno leggendo il risultato come una bocciatura diretta del governo, non solo della riforma. In questo clima, la permanenza del sottosegretario rischia di diventare il bersaglio ideale per un’opposizione che vuole trasformare il No in un’offensiva politica più larga. I resoconti della diretta di Repubblica mostrano infatti una giornata scandita da richieste di stop alle altre riforme istituzionali, attacchi a Nordio e accuse a Meloni di voler far finta di nulla.
Ed è qui che il caso Delmastro smette di essere solo un caso personale. Diventa la misura della reazione del governo alla propria sconfitta. Se resta, Meloni viene accusata di blindare tutto nonostante il segnale arrivato dalle urne. Se va via, l’opposizione rivendica di aver colpito nel segno. In entrambi i casi, il danno politico è già in corso.
La tentazione del passo indietro
La formula usata dalle fonti riportate da Repubblica è prudente ma significativa: Delmastro “starebbe valutando” di fare un passo indietro. È il lessico tipico delle ore in cui una decisione viene pesata fino all’ultimo. Non è ancora una scelta definitiva, ma non è più nemmeno una semplice ipotesi esterna. Quando una notizia del genere filtra da ambienti governativi, significa che la discussione è reale.
E infatti la novità sta proprio qui: fino a ieri Fratelli d’Italia respingeva il tema. Oggi si parla di dimissioni possibili. Il salto politico è enorme.
Il significato vero della crisi
Quello che sta accadendo attorno a Delmastro racconta, in fondo, la natura della sconfitta referendaria. Non una semplice frenata, ma un passaggio che costringe il governo a ripensare linguaggi, uomini e tempi. La riforma è stata bocciata, Nordio è indebolito, Meloni è finita nel mirino dei media internazionali e il sottosegretario più identitario del suo fronte è ora in bilico.
La domanda che circola nel centrodestra non è più se ci sia stato un contraccolpo, ma come contenerlo. E la possibile uscita di scena di Delmastro potrebbe essere il primo segnale concreto di una gestione più difensiva della fase post-referendaria.
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Per ora non esiste ancora un annuncio ufficiale. Delmastro non si è dimesso, e Nordio continua a difenderlo. Ma il fatto che la sua uscita venga apertamente valutata, all’indomani di una sconfitta che ha travolto la riforma e incrinato l’immagine di compattezza del governo, basta da solo a raccontare la portata del terremoto politico.
Per Meloni, questa è la vera prova delle prossime ore: dimostrare che il governo sa reggere il colpo senza esserne travolto. Per Delmastro, invece, il conto potrebbe essere già arrivato. E dopo giorni di resistenza, la notizia che sembrava impossibile ora prende forma: il passo indietro non è più un’arma dell’opposizione, ma una possibilità concreta dentro la maggioranza stessa.

















