La giornata del 17 novembre 2025 segna un nuovo punto critico per il governo Meloni. La Corte dei Conti ha nuovamente bloccato un atto fondamentale per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, uno dei progetti simbolo – e più controversi – del governo.
Questo stop non rappresenta solo un ostacolo tecnico: è percepito da opposizioni, esperti e cittadinanza come la prova definitiva dell’approssimazione con cui il progetto è stato gestito e dell’incapacità del governo di dare concretezza alle proprie promesse.
Il nuovo blocco della Corte dei Conti
La Sezione Centrale del controllo di legittimità della Corte dei Conti ha deciso di non ammettere al visto il decreto firmato dal MIT e dal MEF riguardante il terzo atto aggiuntivo della convenzione con la società Stretto di Messina.
Si tratta di un documento indispensabile per proseguire l’iter amministrativo e finanziario del progetto: senza questa approvazione, l’accordo di programma tra ministeri e concessionaria non può essere sottoscritto.
Non solo: il provvedimento segue un precedente stop allo stanziamento CIPESS, creando di fatto un blocco a catena.
La Corte comunicherà le motivazioni entro trenta giorni, ma il segnale politico e istituzionale è già chiaro.
La reazione del governo: minimizzare
Matteo Salvini, da sempre volto e sponsor del progetto, ha cercato di ridimensionare la portata della notizia:
“Nessuna sorpresa. I nostri tecnici stanno già lavorando. Sono determinato e fiducioso.”
Una linea comunicativa che ricalca quanto già visto di fronte a criticità simili: rassicurazione pubblica, negazione del problema, e rilancio propagandistico.
L’opposizione: attacco frontale
Molto più dura la reazione delle opposizioni.
Il senatore del Movimento 5 Stelle Pietro Lorefice parla di una bocciatura politica prima ancora che tecnica:
“Ancora una volta i fatti smentiscono gli slogan. Il ministro competente avrebbe già dovuto dimettersi.”
Ancora più severo Angelo Bonelli (AVS), che definisce la decisione:
“Di una gravità assoluta. Il governo stava impegnando soldi pubblici in assenza di legalità e certezza tecnica.”
Bonelli ha annunciato anche la possibilità di un esposto alla Procura europea qualora il governo decidesse di ignorare la sentenza.
Un progetto che continua a dividere
Il Ponte sullo Stretto non è solo un’opera infrastrutturale: è un terreno politico, identitario e simbolico.
Per il governo è la dimostrazione di forza e modernità, un “monumento alla volontà politica”.
Per le opposizioni, per molti esperti e per una parte significativa dell’opinione pubblica è invece:
un investimento sproporzionato (14 miliardi stimati);
un progetto con impatto ambientale enorme;
un’opera senza studi certi, con iter lacunoso e costi destinati a lievitare.
La nuova bocciatura della Corte dei Conti sembra rafforzare queste posizioni critiche.
L’immagine del governo in frantumi
Questo episodio arriva in un momento già complicato per l’esecutivo:
la manovra economica è al centro di proteste e revisioni continue;
gli enti locali contestano tagli considerati insostenibili;
i sondaggi mostrano un calo di fiducia crescente;
l’Europa contesta l’impianto finanziario di diversi provvedimenti.
Il Ponte sullo Stretto, una volta bandiera, sta diventando simbolo dell’incapacità amministrativa.
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Conclusione
Il nuovo stop non è solo un intoppo tecnico, ma un segnale politico pesante: il governo Meloni ha costruito una narrazione di efficienza e decisionismo, ma la realtà istituzionale restituisce un quadro caotico, confuso e — secondo molti — incompetente.
Il Ponte resta fermo.
Il governo, politicamente, rischia di esserlo sempre di più.



















