Tra valutazioni di giustizia, salute e contesto familiare, due casi complessi al centro del provvedimento del Capo dello Stato
Roma, 24 settembre 2025 – Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso quattro provvedimenti di grazia, tra cui due che hanno fatto particolare notizia: quelli riguardanti Gabriele Finotello e Massimo Zen. Si tratta di casi diversi tra loro ma accomunati dal peso delle condizioni personali, di salute e familiari dei condannati, nonché dai pareri favorevoli espressi dagli organi competenti.
Il caso Finotello: un delitto maturato in un contesto familiare violento
Gabriele Finotello, nato nel 1991, era stato condannato a nove anni e quattro mesi di reclusione per l’omicidio volontario del padre, commesso nel febbraio 2021. Il delitto, grave e drammatico, è stato valutato alla luce del contesto in cui si era sviluppato: secondo quanto riportato nel comunicato del Quirinale, l’episodio maturò in una situazione segnata da ripetuti atti di violenza e minaccia da parte della vittima nei confronti dei propri familiari.
La grazia concessa da Mattarella ha estinto l’intera pena residua da espiare, pari a quattro anni e tre mesi di reclusione. La decisione ha tenuto conto dei pareri favorevoli sia del Procuratore Generale sia del magistrato di sorveglianza, oltre che delle condizioni di salute del condannato.
Questo provvedimento, pur non cancellando la gravità del fatto, riconosce l’eccezionalità delle circostanze e le difficoltà vissute dal giovane prima del gesto estremo.
Il caso Zen: risarcimento e condizioni di salute
Il secondo caso riguarda Massimo Zen, nato nel 1971, condannato a nove anni e sei mesi di reclusione per i reati di omicidio volontario e di cognizione illecita di comunicazioni, commessi nel 2017.
Per lui, Mattarella ha disposto una grazia parziale, che ha estinto tre anni e tre mesi della pena ancora da espiare. Determinanti, in questo caso, il parere favorevole del magistrato di sorveglianza, il risarcimento del danno nella misura concordata con i familiari della vittima e le condizioni di salute del detenuto.
Dopo il provvedimento del Capo dello Stato, a Zen resterà da scontare una pena non superiore ai quattro anni di reclusione, soglia che consentirà al Tribunale di sorveglianza di valutare l’eventuale concessione dell’affidamento in prova al servizio sociale, misura prevista dall’articolo 47 dell’ordinamento penitenziario.
Il significato della grazia presidenziale
La grazia è uno degli strumenti più delicati previsti dall’ordinamento italiano. È un atto di clemenza individuale concesso dal Capo dello Stato, su proposta del Ministro della Giustizia, che può ridurre o estinguere la pena inflitta. Non cancella la responsabilità penale, ma tiene conto di elementi umanitari, sociali o di salute, oltre che della possibilità di reinserimento del condannato.
Nel caso di Finotello e Zen, i provvedimenti non rappresentano una negazione delle condanne, ma piuttosto un riconoscimento del percorso successivo, delle particolari condizioni in cui i reati furono commessi e delle prospettive di recupero.
Una scelta che divide l’opinione pubblica
Come accade spesso per atti di grazia legati a reati di sangue, le decisioni di Mattarella hanno già acceso il dibattito pubblico. Da un lato c’è chi sottolinea la funzione umanitaria e rieducativa della misura, dall’altro chi teme un segnale di indulgenza verso crimini gravissimi.
La Costituzione, tuttavia, affida proprio al Presidente della Repubblica questo potere discrezionale, da esercitare con equilibrio e dopo un’accurata istruttoria. In questo senso, i pareri favorevoli della magistratura hanno avuto un peso determinante.
Leggi anche

L’Ultimo sondaggio del Referendum che spaventa Nordio – Il vento sta cambiando – Dati
La nuova media sondaggi aggiornata al 12 febbraio racconta un cambiamento che, a poche settimane dal voto, pesa più della
Conclusione
Con le grazie a Finotello e Zen, il Quirinale ha riaffermato la funzione di garanzia e umanità che la Costituzione attribuisce al Capo dello Stato. Decisioni che non cancellano i crimini, ma che aprono la strada a percorsi di reinserimento sociale e a un’applicazione più ampia del principio rieducativo della pena sancito dall’articolo 27 della Carta.
Il dibattito resta aperto: quanto deve spingersi la clemenza in casi di omicidio? E come conciliare giustizia, sicurezza e umanità? Sono domande che inevitabilmente accompagneranno queste scelte anche nei prossimi giorni.



















