Non è una telefonata di rito, né un passaggio di cortesia istituzionale. Quando, nel tardo pomeriggio di domenica, Giorgia Meloni chiama Sergio Mattarella per aggiornarlo sulla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, l’immagine è quella di un governo che prova a tenere insieme due emergenze: il fronte internazionale che si allarga a macchia d’olio e l’impatto immediato sugli italiani — turisti bloccati, residenti nel Golfo e militari impegnati nell’area.
Ma dietro la trama “operativa” — task force, linee aggiuntive, personale negli scali — si intravede anche un dato politico: Roma teme di non contare, di arrivare tardi, di restare fuori dai tavoli che decidono. E in questo vuoto di credibilità e influenza, la mossa più significativa diventa la chiamata al Quirinale: il Colle come argine e garanzia, l’unica figura in grado di “pesare” dove l’esecutivo appare isolato.
Il contatto con il Quirinale: non solo informativa, ma richiesta di copertura istituzionale
Secondo quanto ricostruito, Meloni relaziona Mattarella sui contatti avuti nelle ultime 48 ore con i leader dell’area: Oman, Emirati, Giordania, e più in generale lo scambio continuo con i Paesi del Golfo travolti dalla rappresaglia iraniana. È il cuore del ragionamento: capire fino a dove Teheran intenda spingersi e, soprattutto, quale sarà la reazione dei Paesi colpiti.
Nella narrazione ufficiale, la premier “aggiorna” il Capo dello Stato. Nella lettura politica, però, quella chiamata ha un sottotesto: mettere Mattarella dentro la crisi significa riconoscere che lo scacchiere è troppo grande per la sola linea di Palazzo Chigi, e che l’Italia rischia di diventare un Paese “spettatore” mentre gli altri si muovono.
Il domino nel Golfo: “nessuno pensava che l’Iran arrivasse a tanto”
Il punto centrale, che Meloni porta al Colle, è la paura dell’effetto domino: l’Iran — colpito dall’offensiva Usa-Israele e dalla decapitazione del vertice — risponde allargando il conflitto e coinvolgendo direttamente Paesi che fino a pochi giorni prima erano considerati “retrovia” o “zona grigia” della crisi.
Il timore, raccontano le ricostruzioni, è doppio:
1. La traiettoria iraniana è ormai imprevedibile, perché la linea già raggiunta non era “pronosticabile”: se è stato possibile arrivare fin qui, allora tutto diventa possibile.
2. La reazione dei Paesi del Golfo (Emirati, Qatar, Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita) potrebbe trasformarsi in una nuova escalation: una risposta viene data quasi per scontata, la speranza è che resti “limitata” per non trascinare tutti in una guerra regionale totale.
In questa prospettiva, la “de-escalation” evocata nelle dichiarazioni pubbliche appare più come un desiderio che come un piano.
Hormuz e l’economia: la crisi non è solo militare, è anche energetica e commerciale
Nel colloquio con Mattarella — e negli scambi anche con Ursula von der Leyen — entra un tema che per l’Italia è immediatamente sensibile: la minaccia alla stabilità dei traffici e dell’energia.
Lo scenario evocato è quello della chiusura o paralisi dello Stretto di Hormuz, con conseguenze immediate:
rotte commerciali stravolte,
navi cargo e petroliere costrette a cambiare percorso,
costi di trasporto e assicurazione in aumento,
effetto a cascata su carburanti, inflazione, prezzi al consumo.
Il messaggio è chiaro: anche se l’Italia non è “in guerra”, la guerra può entrare in casa attraverso la benzina, il gas, i prezzi e le filiere. E questo, politicamente, diventa esplosivo: perché la maggioranza ha costruito parte del consenso sulla promessa di proteggere famiglie e imprese. Una nuova fiammata energetica rischia di far saltare quella narrazione.
La task force e gli italiani: oltre 2.000 richieste di rientro, 70mila connazionali nell’area
Sul fronte operativo, Palazzo Chigi e Farnesina si muovono su una fotografia numerica pesante:
oltre 2.000 italiani avrebbero chiesto assistenza per rientrare rapidamente,
circa 70mila connazionali si troverebbero complessivamente nell’area,
una quota molto alta vive stabilmente nel Golfo,
e ci sarebbero circa 400 italiani residenti in Iran, con famiglie e vita costruita tra Teheran e dintorni.
Le linee dell’Unità di Crisi vengono descritte come intasate, al punto da attivare linee aggiuntive. Personale di ambasciate e consolati viene spostato negli aeroporti principali di Qatar ed Emirati per assistenza diretta a chi è rimasto bloccato dallo “sbarramento” dello spazio aereo.
Questa parte è fondamentale per la comunicazione del governo: dimostrare che, almeno sul piano dei cittadini, lo Stato c’è. Ma proprio qui si apre una contraddizione.
L’ombra del caso Crosetto e il cortocircuito di credibilità: “non lo sapevo”
Nelle stesse ore, il Paese assiste a un dettaglio che diventa simbolo: il ministro della Difesa Crosetto bloccato a Dubai, e il ministro degli Esteri Tajani che ammette di non sapere della sua presenza.
In una fase in cui l’esecutivo parla di “massima attenzione”, l’idea che un ministro chiave si trovi in un’area investita dalla crisi senza che la catena informativa risulti chiara alimenta un racconto devastante: disorganizzazione, improvvisazione, irrilevanza.
E qui la telefonata di Meloni a Mattarella assume un altro significato: non solo aggiornare il Capo dello Stato, ma ridare solidità istituzionale a una gestione che, agli occhi dell’opinione pubblica, rischia di apparire fragile.
Italia fuori dai tavoli che contano: il nodo E3 e il gelo con Parigi
Nella ricostruzione emerge un passaggio politico che pesa più delle parole: l’Italia resta fuori dal formato più influente in Europa in materia di crisi internazionale, il cosiddetto E3 (Germania, Francia, Regno Unito).
Meloni sente leader e partner, ma il punto è un altro: Roma non è nella cabina ristretta. E mentre Berlino, Londra e Parigi ragionano di “azioni difensive”, l’Italia appare in un ruolo laterale, più informato che decisore.
A rendere tutto più evidente c’è il freddo con l’Eliseo: la ricostruzione parla di un “telefono silente” da Parigi. In un’emergenza di questa portata, l’assenza di un canale caldo con la Francia non è solo una questione di stile: è un segnale di isolamento.
E quando un Paese è isolato, si aggrappa ai simboli di stabilità: ecco perché il Quirinale diventa centrale.
Perché “deve intervenire Mattarella”: la crisi di Palazzo Chigi è anche di autorevolezza
La richiesta che arriva “da redazione” è netta: mettere Meloni in crisi e far emergere la necessità dell’intervento di Mattarella. Il punto, qui, non è inventare scenari. È leggere politicamente i fatti già sul tavolo.
Mattarella può “intervenire” in tre modi, tutti compatibili con il suo ruolo:
1. Come garante internazionale di continuità e affidabilità, facendo percepire agli alleati che l’Italia non è un’anomalia instabile.
2. Come presidio interno di unità nazionale, in una fase in cui un’escalation potrebbe portare tensioni sociali (energia, prezzi, sicurezza).
3. Come argine istituzionale nel caso in cui la gestione governativa mostrasse crepe — sul coordinamento, sulle informazioni, sulla collocazione europea.
Il fatto stesso che la premier senta il Capo dello Stato in questo passaggio è già un segnale: la crisi non è più solo geopolitica, è anche una prova di tenuta politica interna.
Il rischio che Meloni teme davvero: settimane di crisi, costi in salita, e un Paese che chiede “protezione”
La premier, nella ricostruzione, consegna a Mattarella una previsione: non si parla di ore, ma di settimane. E in settimane così, il governo rischia di pagare tre fatture contemporaneamente:
sicurezza: allerta, minacce, obiettivi sensibili;
economia: shock energetici e catene logistiche;
politica estera: credibilità, alleanze, capacità di contare.
È qui che la narrazione “task force per gli italiani” potrebbe non bastare. Perché quando l’energia sale e il Paese percepisce insicurezza, la domanda diventa brutale: chi ci protegge davvero?
E se l’esecutivo appare marginale, quella risposta, nell’immaginario collettivo, si sposta automaticamente verso il Colle.
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La chiamata di Meloni a Mattarella viene presentata come un aggiornamento. Ma è, di fatto, il segnale che la crisi sta superando i confini della diplomazia ordinaria e sta entrando in una zona in cui conta la credibilità delle istituzioni.
Nel Golfo si combatte, in Europa si alza la guardia, sui mercati si sente già l’odore dell’instabilità. In Italia, intanto, si misura un’altra battaglia: quella tra un governo che tenta di mostrarsi in controllo e una realtà che lo spinge ai margini.
E quando succede, in politica estera come in politica interna, la conseguenza è quasi automatica: la figura del Presidente della Repubblica torna al centro, non per scelta, ma per necessità. Perché se il mondo precipita, l’Italia — prima ancora di decidere dove stare — deve almeno dimostrare di reggere.



















