Roma, ore complicate. Mentre il conflitto in Iran continua ad allargare le sue onde d’urto sul Mediterraneo e sul Golfo, al Quirinale prende forma una riflessione che, in politica estera e sicurezza, pesa più di mille dichiarazioni: la possibilità di convocare il Consiglio supremo di Difesa. Non è un passaggio automatico né di routine. È, semmai, il segnale che la crisi sta entrando in una fase in cui l’Italia deve dire con precisione dove si colloca, cosa può fare e cosa non intende fare.
La decisione, se maturasse, avrebbe una doppia funzione: istituzionale e politica. Istituzionale, perché il Consiglio è lo strumento più alto per coordinare le valutazioni su minacce e posture strategiche. Politica, perché chiamerebbe governo e vertici militari a una linea coerente e verificabile, in un momento in cui alleanze, richieste e rischi possono cambiare da un’ora all’altra.
Perché il Quirinale guarda al Consiglio supremo di Difesa
L’idea di convocare il Consiglio nasce da un’esigenza semplice e insieme enorme: capire “prima” – non dopo – quale postura l’Italia intenda assumere se l’escalation dovesse tradursi in richieste operative agli alleati europei e Nato, o in pressioni su logistica, difesa aerea, protezione di asset e rotte.
In questa fase, infatti, non c’è solo il fronte militare. C’è un fronte parallelo, più silenzioso ma altrettanto rilevante: quello delle implicazioni economiche (energia, trasporti, approvvigionamenti) e quello della sicurezza interna, con l’attenzione che inevitabilmente sale su obiettivi sensibili e rischio emulativo.
Crosetto da Mattarella, Anche Giorgia Meloni
Incontro, oggi, al Quirinale tra il capo dello Stato, Sergio Mattarella, e il ministro della Difesa, Guido Crosetto. E’ stata l’occasione per fare il punto della situazione sulla politica internazionale. Lo riferiscono fonti del Colle.
Non solo. È confermato che i ministri della Difesa, Guido Crosetto e degli Esteri Antonio Tajani, saranno in Senato, nella giornata di domani, giovedì 5 marzo, dalle 16 per le loro comunicazione sull’evoluzione della situazione internazionale e sulla richiesta di aiuti da parte dei paesi del Golfo. Mentre resta confermato il Question time, con i ministri Salvini e Piantedosi alle 15.
Anche Giorgia Meloni al Colle per parlare con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Prima di lei era stato il ministro della Difesa Guido Crosetto a recarsi al Quirinale per un colloquio con il presidente della Repubblica . Una visita per parlare della crisi internazionale innescata dall’attacco di Usa e Israele all’Iran. Ma che ovviamente ha fatto pensare anche alle polemiche di questi giorni sulla presenza a Dubai del ministro nel momento dell’inizio dell’attacco israelo-americano.
Il passaggio chiave: il governo in Parlamento (e la pressione sulla chiarezza)
Nel frattempo, a Palazzo Chigi la macchina è già in movimento. Giorgia Meloni ha presieduto un nuovo vertice sulla crisi con Tajani, Crosetto, Giorgetti, i sottosegretari competenti e i vertici dell’intelligence. E c’è una data che diventa spartiacque: giovedì 5 marzo i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto riferiranno alle Camere sull’evoluzione del quadro internazionale, con comunicazioni che prevedono anche risoluzioni e voto.
Questo passaggio parlamentare non è un dettaglio procedurale: è il momento in cui la “linea” smette di essere solo diplomazia e diventa indirizzo politico formalizzato. Ed è anche il contesto in cui la scelta del Quirinale – convocare o meno il Consiglio – assumerebbe un valore ulteriore: mettere tutte le istituzioni nella stessa stanza, prima che le decisioni si trasformino in fatti.
Cos’è (davvero) il Consiglio supremo di Difesa e perché conta
Il Consiglio supremo di Difesa non è un talk show istituzionale. È un organismo previsto dall’ordinamento, presieduto dal Presidente della Repubblica, che riunisce al tavolo il Presidente del Consiglio, alcuni ministri chiave e i vertici della Difesa, per esaminare i temi di sicurezza nazionale e le scelte strategiche.
Tradotto: se viene convocato in una fase come questa, serve a:
allineare intelligence, governo e comando militare sugli scenari reali (non solo su quelli mediatici);
valutare rischi e contromisure: difesa di basi, missioni, contingenti, infrastrutture critiche;
chiarire i margini di decisione dell’Italia su Nato, Ue e rapporti bilaterali;
fissare una postura che tenga insieme interessi nazionali, vincoli alleati e diritto internazionale.
È anche un modo – politico, ma legittimo – per evitare l’effetto più pericoloso nelle crisi: la somma di mezze frasi, dove ogni ministro “spiega” una cosa diversa e l’avversario (o l’opinione pubblica) riempie i vuoti.
La crisi che si allarga e il rischio “catena”: alleanze, basi, rotte, ritorsioni
Il punto, oggi, è che la guerra non resta mai “dove è iniziata”. In uno scenario che coinvolge Stati Uniti, Israele, Iran e partner regionali, i dossier si intrecciano:
richieste di protezione e difesa aerea in aree sensibili del Mediterraneo e del Golfo;
sicurezza delle rotte energetiche e stabilità dei mercati;
tutela dei cittadini italiani presenti nelle aree di crisi o di transito;
gestione delle conseguenze: dal rischio cyber alla minaccia asimmetrica.
E quando la crisi prende questa forma, la domanda che il Quirinale vuole mettere a fuoco è brutale ma necessaria: se l’Italia diventasse un “pezzo” del problema, quali sarebbero i costi e i confini dell’impegno?
Il valore politico della convocazione: non “contro” il governo, ma per fissare la rotta
Convocare il Consiglio supremo di Difesa non è – di per sé – un atto di sfiducia verso l’esecutivo. È piuttosto un modo per rendere chiaro che:
1. la postura internazionale è materia di responsabilità unitaria, non di dichiarazioni a corrente alternata;
2. in una fase di turbolenza, l’Italia deve parlare con una voce sola: quella delle istituzioni;
3. ogni scelta – anche prudente, anche diplomatica – ha bisogno di un perimetro: cosa facciamo, cosa non facciamo, cosa chiediamo agli alleati.
In questo senso, la convocazione diventerebbe un “faro” per i prossimi passaggi: dalle comunicazioni in Parlamento del 5 marzo fino alle eventuali interlocuzioni con Ue e Nato, che in una crisi così non restano mai sullo sfondo.
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Il calendario è già lì, inciso:
5 marzo: Tajani e Crosetto alle Camere, con risoluzioni e voto.
in parallelo: valutazione istituzionale al Quirinale sull’opportunità di “alzare” il livello di coordinamento attraverso il Consiglio supremo di Difesa, che per composizione e ruolo è lo strumento più forte per fotografare scenari, rischi e scelte.
La sostanza è una: mentre la crisi corre, l’Italia è chiamata a evitare l’unica cosa che, in politica estera, si paga sempre carissima: l’ambiguità.



















